La penna vale il fucile.
Da poco tempo ero separato dal Derudas, quando egli uccise il bandito,
che aveva scelto a suo nuovo compagno. Dirò brevemente il fatto.
Un ricco possidente d’Ossi si era bisticciato vivamente con un suo
servo — certo Antonio Elias; e s’inasprì talmente, che lo percosse.
Il servo, più robusto di lui, si avventò al suo padrone, e dopo averlo
picchiato si salvò colla fuga.
Il ricco proprietario, volendo vendicarsi dell’atroce insulto,
mi chiese un abboccamento in campagna. Egli mi propose una larga
ricompensa, se avessi tolto dal mondo quel servo prepotente ed ingrato.
Gli risposi che si fosse ad altri rivolto, poichè io non solevo
uccidere chi non mi aveva offeso.
Appresi in seguito che il padrone si era rivolto a Derudas,
proponendogli la stessa uccisione. Il Derudas osservò che non osava
fare il colpo, perchè temeva la mia collera e la mia vendetta.
Allora il proprietario di Ossi, coll’intento d’incoraggiarlo, gli fece
credere avergli anch’io promesso di sbarazzarlo dal servo audace.
— Pensaci, dunque, se vuoi guadagnare ottanta scudi!
Anche questo colloquio era venuto a mia conoscenza, per la relazione di
confidenti, che a me non mancavano.
Avevo intanto saputo, che il bandito Elias, il servo prepotente, si
era dato a scorrazzare la campagna insieme al Derudas, che se lo aveva
associato come compagno di ribalderie.
Un giorno Derudas osò venirmi incontro. Avendolo poco prima veduto con
Elias, gli dissi seccamente:
— E perchè ti presenti solo? Non è forse degno il tuo compagno
d’essermi presentato? Chiamalo pure, se lo hai nascosto!
Derudas si accostò al ciglione, e lo chiamò con un lungo fischio.
Quando comparve l’altro bandito, lo apostrofai:
— Perche ti accompagni con Derudas? Non hai capito ancora che egli fu
pagato per ucciderti? Abbandonalo, se ti è cara la vita!
Il Derudas mi fulminò con un’occhiata, ma tacque. Senz’altro dire, fece
un brusco cenno al compagno, e si allontanarono.
Ero sul punto di fargli fuoco addosso, ma poi mi contenni. Due o
tre volte era venuto a tiro del mio fucile, ma sempre lo risparmiai,
non volendo si dicesse che io uccidevo i miei compagni. Uccidere il
proprio compagno è per i banditi la più grande delle vergogne e delle
vigliaccherie; poichè darebbe a sospettare che l’uccisione sia seguita
nel sonno. Aspettai un’occasione più propizia. Volevo d’altronde
accertarmi, che insieme all’amica mugnaia egli mi facesse realmente la
spia.
Non trascorse una settimana da quel nostro incontro, quando Derudas
uccise il giovane Elias, per la cui morte gli vennero sborsati ottanta
scudi dal ricco proprietario d’Ossi. Questa somma gli abbisognava
per la liberazione. In noi banditi era radicata la credenza, che la
giustizia avesse bisogno di soldi per chiudere gli occhi ed alleggerire
la mano — e la giustizia d’allora non era quella d’oggi! I giudici
erano anch’essi complicati nei partiti, e ciascuno aveva i suoi _bravi_
protetti e protettori, specialmente a Sassari.
Verso quel tempo Derudas aveva tentato di separarsi dalla vedovella; ma
questa gli disse:
— Bada, Antonio Maria, a quello che fai! Ricordati che per te ho
licenziato un giovane che mi voleva bene. Se persisti ad abbandonarmi
perchè stanco di me, ti prevengo che mi raccomanderò a Giovanni Tolu
per aggiustare la faccenda!
Questa minaccia sortì il suo effetto, poichè Derudas aveva paura di me.
Egli finì per sposare la vedovella in casa del rettore, a Banari. La
teneva in un molino, dove andava a trovarla di tanto in tanto, dandole
appuntamenti in questo o in quel punto, come usano tutti i banditi
ammogliati, che non possono avere una casa coniugale.
Non corse lungo tempo, che Derudas venne arrestato, avverandosi la mia
profezia. I carabinieri lo avevano colto mentre dormiva. L’imbecille si
era svegliato in carcere!
La mancanza di prove testimoniali favoriva la causa di Derudas. I
processi erano per la maggior parte indiziarî; e correva la voce
della probabile assoluzione del bandito mio compagno. Si accennava da
taluni a persone influenti, a qualche giudice a cui si erano dati gli
80 scudi di Elias per diventare più _giusto_. Non mancò chi mi pose
in avvertenza, dicendomi che la bella mugnaia era intesa col detenuto
marito per ottenere l’assolutoria, facilitandola colla mia cattura.
Quest’ultima diceria — che correva da qualche tempo — mi aveva messo
i brividi addosso. Sentivo di essere feroce. Ero pentito di non aver
ucciso Derudas; maledicevo gli scrupoli e i riguardi ridicoli, che
avevano trattenuto il mio braccio.
Quale umiliazione per me, se si fosse avverato il pronostico! Io in
carcere, e Derudas in libertà? questo pensiero mi torturava.
Avevo bisogno di convincermi, che realmente Maria Grazia mi tendesse
un’insidia. Non volevo prestar fede ai molti che mi assicuravano, che
fra il detenuto e la moglie (annuente la polizia) correvano segreti
rapporti.
Vivevo irrequieto; le mie notti erano turbate da sogni angosciosi.
Avrei voluto travestirmi da guardia carceraria per uccidere il mio
perfido compagno nella sua cella di San Leonardo.
S’ei fosse uscito dal carcere prima della mia cattura, sarei stato più
contento, poichè avrei potuto ucciderlo al fianco della propria moglie;
ma chi mi assicurava che la sua libertà non era subordinata alla mia
perdizione?
In preda a questi tormenti non pensai che a procurarmi le prove del
tradimento a mio danno.
Aggirandomi un giorno nelle vicinanze del molino della moglie di
Derudas, mi cacciai nel vicino bosco, dove vidi la sua bella servetta,
che andava in traccia d’un maiale sbandato. Siccome in altri tempi le
avevo fatto un po’ di corte, me le avvicinai sorridendo:
— Buon giorno, Catterina. Come stai?
— Oh! beato chi ti vede! È un bel pezzo che non vieni a trovarci nel
nostro molino!
— Dacchè hanno arrestato il tuo padrone ho sospeso le visite al molino
per non dar pasto alla maldicenza.
— Che scrupoli! E perciò hai avuto paura di rivedermi? Ben gentile!
— Riparerò al mio torto fra breve. Verrò a salutare Maria Grazia... e
te più di lei.
— Possibile! e quando? La mia padrona sarà tanto contenta di rivederti.
Mi parla sempre di te.
— Verrò... Tra due giorni; venerdì, o sabato... dopo l’imbrunire.
— Davvero?
— Bada di non dirlo a nessuno, Catterina! Addio, belloccia!...
— Tieni le mani a posto!
— Sei proprio adirata con me?
— Te lo dirò quando verrai al molino.
E la servetta, si allontanò, saltellando come una capriola.
Nè il venerdì, nè il sabato mi mossi per andare al molino; ma la sera
stessa pregai un mio parente, perchè si appiattasse per tre giorni in
un punto lontano, per sapermi riferire le persone che sarebbero andate
a far visita alla mugnaia.
— È questione forse di gelosia?
— No: è un mio capriccio. Bada di non farti vedere!
La domenica mattina il mio congiunto tornò a me. Era alquanto turbato.
— Ebbene? — gli chiesi — Hai scoperto il misterioso visitatore?
— Altro che visitatore! Venerdì sull’imbrunire mi sono imbattuto in
sei carabinieri sulla strada di Codrongianus. Erano diretti al molino,
e li ho visti sparire nel vicino boschetto. Certo si trattava di un
appiattamento, perchè vi sono rimasti due notti. Erano guidati dal
maresciallo, il quale entrò due volte nel molino, dopo le dieci.
La trama era scoperta, ed io non potevo più dubitare della perfidia di
Maria Grazia, che cercava di vendere la mia pelle per salvare quella di
suo marito.
Dovevo dunque pensare alla vendetta: punire il marito dentro carcere,
e strapparlo per sempre alla moglie; e tutto ciò senza far uso del mio
fucile.
Il tempo stringeva. Il dibattimento di Derudas era incominciato, ed
ogni ritardo poteva pregiudicare il mio disegno.
Mi ricordai della confidenza fattami un anno addietro da Derudas,
dinanzi alla cantoniera di Campomela.
Senza frapporre indugio mi recai al villaggio di Mores, per abboccarmi
con Antonio Masala di Cargeghe. Era costui il fratello di Angelo
— dell’uomo assassinato da Derudas e da Puzzone per incarico e col
concorso di Manconi.
Trovato il Masala gli dissi:
— È una vergogna, o Antonio! Com’è ch’hai fatto sì poco conto di tuo
fratello assassinato?
— E che doveva io fare, quando mi sono ignoti gli uccisori? o per dir
meglio, quando mi mancano le prove?
— Le prove si trovano sempre, quando si cercano!
— Così fosse! Che cosa mi consigli di fare?
— Fidarti di me. Hai tu avvocato a Sassari?
— Sì. Il dibattimento credo sia già incominciato.
— Chi è il tuo avvocato?
— Cossu, _il grande_.
— Ebbene, bisogna scrivere al tuo avvocato.
— Scrivere che cosa?
— Presso a poco nei termini che io ti suggerirò.
— Sentiamo.
Ed io dettai, accentuando le parole:
_Illustrissimo Signor avvocato_,
«Le do alcuni ragguagli, che Ella si affretterà a comunicare al
procuratore del re. I testimoni Ignazio Tolu e Giovanni Manconi,
già esaminati dal giudice istruttore subito dopo l’assassinio
di Angelo Masala, tacquero quanto sapevano perchè i banditi
Derudas e Puzzone battevano allora la campagna, e li avrebbero
uccisi se avessero deposto il vero. Ora però, che l’uno è morto,
e l’altro è in carcere, essi possono parlare. Oso sperare, che
l’eccellentissimo Tribunale vorrà perdonare ai due disgraziati
testimoni, i quali deposero il falso, solamente per timore di
perdere la vita. Angelo Masala disparve, nè si ebbero le prove
della sua morte per malefizio. Il suo cadavere fu sotterrato
dagli assassini nel tenimento di Don Battista Solinas nel sito _sa
funtana de sa piarosa_, in faccia alla cantoniera di Campomela.
Si mandi a dissotterrare il cadavere, seguendo le traccia che a
calce della presente verranno indicate.» (E qui diedi i più minuti
schiarimenti sulla località da me conosciuta).
Questa lettera fu distesa e mandata all’avvocato Cossu.
Il dibattimento, che era in corso, venne sospeso e rinviato. Si esumò
il cadavere; si fece la perizia; furono uditi i testimoni indicati — e
il risultato del nuovo giudizio fu la condanna di Antonio Maria Derudas
ai lavori forzati a vita. Egli morì in galera dopo quattro anni di
pena.
Il mio procedimento ebbe il risultato propostomi. Mi ero vendicato di
un compagno traditore e di una moglie spia. La società venne liberata
da un malfattore volgare; ma ben pochi seppero che la giustizia era
stata illuminata dal bandito Giovanni Tolu![36]