Io tenni loro un simile linguaggio perchè trattavo i preti con molta
confidenza. Ero stato sagrestano e sapevo il fatto mio.
I missionari si scambiarono un’occhiata — come per dire: con costui non
faremo niente! — e mi congedarono.
Terminate le missioni, i tre frati lasciarono Florinas per recarsi
ad altro villaggio. Appresi in seguito, che avevano parlato col prete
Pittui, il quale certamente non era uomo da lasciarsi impressionare da
tre zoccolanti.
*
* *
Cominciai col rassegnarmi al mio destino. Avevo una spina nel cuore,
ma affettavo di non sentirne dolore. I nostri conti erano saldati:
l’autorità politica non era riuscita a persuadere mia moglie, come
l’autorità ecclesiastica non era riuscita a persuadere me. Nondimeno
debbo confessare, che non nutrivo rancore per Maria Francesca: lo
nutrivo per il prete, che aveva istigato i parenti a rendermela
ostile. Chi avrebbe osato in Florinas trascurare un consiglio di prete
Pittui? Egli, famoso cacciatore, esperto tiratore al bersaglio, sindaco
supremo del paese, mediatore di matrimoni, dispensatore di grazie e di
castighi, fabbricatore di libelli, carabiniere, giudice, boia?!
Maria Francesca era incinta di quattro mesi. Il pensiero forse della
sua gravidanza, e del bambino che sarebbe venuto al mondo, spinse
i parenti a mutar consiglio. Partiti i missionari, sulla cui opera
avevano contato, i parenti si erano raccomandati a tutti i cavalieri
e ai più notevoli signori di Florinas per influire sul mio animo.
Non pochi mi avevano avvicinato per esortarmi a farla finita e a
ricongiungermi a Maria Francesca. Ma questa volta tenni duro. Le
altalene non mi andavano a sangue.
— Come volete ch’io m’induca a pregar mia moglie, se essa mi ha
scacciato? Dietro quanto è accaduto, è lei che deve venire da me, non
io che devo andare da lei. Se è vero che Maria Francesca mi vuole,
perchè non viene a trovarmi?
Non dissi altro.
Mia moglie, dal canto suo, fu ostinata nel suo proposito. I consigli
del prete Pittui, l’antico suo padrone, avevano più forza della parola
d’un affettuoso marito!
Non poteva più oltre durare così — io perdeva il mio tempo. Pensai di
ritornare al lavoro, unico sollievo e conforto nella sventura che mi
era toccata. Ero stato marito per quattro mesi precisi — dal 17 aprile
al 17 agosto — e dovevo ormai considerarmi come scapolo, o come vedovo.
La vista continua de’ miei nemici mi disgustava; ond’è che decisi
di allontanarmi dal paese. Mi recai a Sassari, dove mi occupai nel
trasporto del mosto e nel commercio delle granaglie. Misi in serbo una
trentina di scudi.
Partiti i missionari da Florinas, ero stato di nuovo tormentato dai
dolori alle giunture; ma il clima di Sassari mi giovo non poco.
Dopo un altro breve soggiorno a Florinas volli recarmi alla Nurra, dove
il lavoro non mi mancava. Trascorso però un po’ di tempo, divenni di
cattivo umore ed intrattabile, perchè i soliti dolori m’impedivano di
lavorare coll’attività, che in me era natura.
Io sentiva la potenza malefica di quel prete fatale, che continuava a
perseguitarmi colle diaboliche _legature_. Crebbe il mio odio contro
costui, autore d’ogni mia disgrazia.
— Se io non toglierò la causa del male, il male mi farà soccombere! —
dicevo ferocemente a me stesso; e questo pensiero, come chiodo rovente,
mi stava infisso nel cervello e nel cuore.
*
* *
Venne intanto il dicembre colle giornate rigide, tempestose. Avevo
l’umor nero. La solitudine mi pesava, perchè fantasticavo troppo.
Gli acuti dolori, che tratto tratto strappavano una contrazione nervosa
al mio labbro, mi facevano imprecare come un dannato.
Si avvicinavano le feste di Natale, e mi sentivo più solo e più
accasciato. Io, che avevo sognato una famiglia; che a furia di lavoro
ero riuscito a formarmi un nido; ch’ero sul punto di diventar padre, mi
vedevo relegato nelle solitudini della Nurra, senza casa, senza amici,
senza gioie domestiche, e senza il conforto d’una parola affettuosa —
neppure quella della mamma!
E tutto perchè? Per un prete sordido, prepotente, che voleva frapporsi
fra me e Maria Francesca, spinto da uno scopo misterioso, ch’io non
riusciva a spiegarmi
Temendo che i miei dolori aumentassero, deliberai di far ritorno a
Florinas. Volevo almeno passare le feste in famiglia — in casa di
mia madre, dei fratelli, delle sorelle: nell’unica casa dove potevo
fidarmi, dove ancora ero amato, carezzato, compianto.
— Avrei perdonato anche al prete, se io mi fossi sentito bene — dicevo
con rammarico — ma con questi dolori la mia vita non potrà essere che
un martirio. Bisogna finirla, e finirla presto! L’idea di diventare
impotente, costretto a mendicare il pane altrui, mi spaventa. Parmi
ancora di vederlo il povero mendicante di Tissi, paralizzato dalle
_legature_! — Bisogna finirla, finirla, finirla presto!
Arrivai a Florinas due giorni prima di Natale. I parenti mi ricevettero
con acclamazioni di gioia... ma non mi parevano contenti. Io leggeva
negli occhi di mia madre il mio stato deplorevole; ella mi guardava
ogni tanto alla sfuggita, con un sospiro, con un senso di pietà
dolorosa, che si studiava nascondere per non affliggermi.
Un mese addietro i miei fratelli Peppe e Giomaria (per la prima ed
ultima volta) mi avevano fatto intendere ch’erano disposti a far le mie
vendette.
Ne fui spaventato e mi opposi energicamente.
— Guai a voi! Non voglio che v’immischiate ne’ fatti miei, nè adesso,
nè mai! Basto da solo. Pur troppo io so fin dove arrivano nei nostri
villaggi le gare, i puntigli, e gli odî di parte! Le famiglie si
distruggerebbero. Pensate ai casi vostri — Dio penserà ai miei.
Il giorno di Natale la famiglia preparò un pranzetto d’occasione.
Sedemmo in cinque a tavola: io, la mamma, Peppe, Giomaria e Maria
Andriana.
I miei fratelli e la sorella si sforzavano di essere gioviali... ma
nessuno lo era. Il mio tristo caso impressionava tutti.
Così passò il primo ed il secondo giorno di Natale. Io, che moriva
dalla voglia di rivedere il mio paese, non vedevo l’ora di tornarmene
alla Nurra. Troppe triste memorie racchiudeva per me Florinas, nè
bastava l’affetto de’ miei cari per cancellarmele dalla mente.