Tentativi di pace.
Il mio stato era angoscioso. Solo, sconfortato, in odio a tutti, non
sapevo a qual partito appigliarmi per uscir d’impiccio. Io dissi a me
stesso:
— È mai possibile che al mondo non vi sia giustizia per un povero
diavolo? Come dovrò contenermi in un paese, dove i preti ed i nobili
comandano? A chi dovrò ricorrere quando nobili e preti sono intesi coi
giudici, e la peggio tocca ai zoticoni pari miei?
Come spuntò l’alba del giorno seguente presi una risoluzione. Montai
a cavallo, venni a Sassari, e mi presentai all’Intendente, ch’era un
continentale[13]. Gli esposi schiettamente i miei casi, ed invocai un
provvedimento per evitare un maggior disastro.
— Scriverò io al sindaco — mi disse l’Intendente — Tornate pure a
Florinas, e state di buon animo!
Rientrato in paese, seppi che la lettera non era pervenuta al dottor
Serra, poichè il caso l’aveva fatta capitare nelle mani del prete.
Tre giorni dopo mi presentai di nuovo all’Intendente per informarlo
dell’accaduto. Sorpreso del caso, egli scrisse un’altra lettera, che mi
porse, dicendo:
— Consegnatela voi stesso in proprie mani del sindaco, e fate in modo
di dargliela alla presenza di testimoni.
Il sindaco, già da me informato, esclamò dopo aver letto il foglio:
— Io farò il mio dovere, e s’impicchi chi vuole!
Seppi in seguito, che l’Intendente aveva ordinato al Sindaco d’invitare
Maria Francesca ed il babbo a recarsi in Sassari per conferire con lui.
Il prete, richiesto di consiglio, aveva suggerito a mia moglie ed a mio
suocero di dichiarare all’autorità, ch’io li avevo entrambi minacciati
di morte, e che ogni riconciliazione sarebbe stata impossibile.
E così riferirono. L’Intendente fece loro comprendere che il matrimonio
era sacro, e che bisognava fare la pace; ma tanto il padre, quanto la
figlia, persistettero nella determinazione di tenermi lontano dalla
casa coniugale.
Il capo del Governo di Sassari non si diede per vinto, ma mandò a
Florinas un suo segretario, coll’incarico di adoperarsi per il nostro
buon accordo.
Nè preghiere, nè minaccie valsero a far smuovere mio suocero e Maria
Francesca dal loro proposito. Entrambi si rassegnarono a pagare
una multa (non so per quale articolo di legge) ma si mostrarono
inflessibili.
Tornato la terza volta dall’Intendente (per informarlo della pertinacia
del prete e di mio suocero, che si ostinavano a volermi separato da
Maria Francesca) quel cortese funzionario mi disse:
— Senti: se tu mi dichiari d’esserne contento, io mi varrò della
facoltà che mi accorda la carica, per far tradurre a Sassari tua
moglie, scortata dai carabinieri o dai luogotenenti[14].
Presi riserva a rispondere più tardi, volendo prima consultare mia
madre. Questa mi disse:
— Non mi piace simile provvedimento. Maria Francesca è tua moglie: oggi
siete separati, e domani potreste riconciliarvi. Io non voglio, nè tu
devi permettere la vergogna e lo scandalo di farla arrestare!
— Non sono del tuo avviso — risposi — Sarei contento di vederla in
carcere, se non altro per far dispetto al prete; il quale, co’ suoi
consigli, è stato causa unica di quanto è avvenuto.
— Ti ripeto ch’io non voglio scandali e vergogne, che farebbero
mormorare il paese! — ripetè mia madre, con tono di comando.
— Ebbene, farò quanto desideri; ma che non si parli più di
conciliazione. Noi saremo separati, e per sempre!
Quel giorno stesso dissi a mia suocera, perchè lo riferisse al marito
ed alla figlia:
— Siete miserabili! Voi avete voluto che Maria Francesca fosse separata
da me, ma non tarderete a pentirvene. Farete di lei la sgualdrina del
villaggio!
*
* *
Eravamo nel mese di settembre, e tre frati erano venuti a Florinas per
le solite _Missioni_. Ero andato a confessarmi dal rettore, ed avevo
adempiuto a tutte le pratiche religiose prescritte per la circostanza.
Fra gli obblighi delle _Missioni_ era quello di metter pace tra le
famiglie nemiche ed i coniugi separati.
Fui chiamato in casa del vice parroco Antonio Fiori, presso il quale i
tre missionari erano alloggiati.
Il più anziano dei frati, ch’era il più autorevole, prese a parlarmi
presso a poco così:
— Giovanni Tolu, perchè non ti ricongiungi a tua moglie? La vita
che menate è scandalosa, e siete entrambi in peccato mortale.
Tornate insieme e fatela finita, poichè il matrimonio è uno dei
sette sacramenti. Noi siamo qui venuti per istruire il popolo,
riconducendolo sulla via della salvezza per opera dello Spirito santo.
La pace domestica è il supremo dei beni mondani; e quanto più grande
sarà il tuo sagrifizio, tanto più accetto tornerà al Signore il tuo
ravvedimento. Non dubitare: noi ci adopreremo perchè il prete Pittui
più non s’ingerisca ne’ tuoi affari; tu così non avrai più alcun motivo
a dolerti di lui. Che rispondi?
— Io rispondo: che Maria Francesca mi ha fatto prendere in affitto due
case, e non ha voluto in seguito abitarle con me. Io rispondo, che
la prima volta che l’ho chiesta in moglie dichiarai che rinunziavo
alla dote, perchè mi bastava il suo amore; ma che adesso (se dovrò
abbassarmi a ritirarmela in casa) pretendo che ella si provveda del
necessario, secondo il costume del paese; e ciò perchè non abbia più a
dipendere dai parenti. Rispondo infine: che essa deve risolversi, per
ora, a ritirarsi in una delle due case da me scelte, dove anch’io mi
recherò, quando lo crederò conveniente. A condizione, però, che i suoi
parenti non vadano a farle visita.
Il frate osservò, scrollando le spalle:
— A simili umiliazioni una donna non deve sottomettersi!
— Ma questa è l’usanza nostra. Chi fa il peccato deve fare la penitenza
— ed io non son tenuto a far la penitenza dei peccati degli altri.
Il missionario continuò con tono grave e solenne:
— Ravvediti, Giovanni Tolu, e fa la pace con Maria Francesca. Insieme
al clero di Florinas noi verremo in processione fino a casa tua. Ivi
impartiremo la benedizione ad entrambi, e vivrete felici per tutta la
vita.
A questa predica sorrisi.
— Scusino, reverendi, ma queste mi sembrano mascherate. In siffatta
guisa noi usiamo andare in carnevale da una bettola all’altra per bere
un bicchiere di vino. Non potrei mai prestarmi a simili pagliacciate!