CAPITOLO IX.

Tentativi di pace.

Il mio stato era angoscioso. Solo, sconfortato, in odio a tutti, non

sapevo a qual partito appigliarmi per uscir d’impiccio. Io dissi a me

stesso:

— È mai possibile che al mondo non vi sia giustizia per un povero

diavolo? Come dovrò contenermi in un paese, dove i preti ed i nobili

comandano? A chi dovrò ricorrere quando nobili e preti sono intesi coi

giudici, e la peggio tocca ai zoticoni pari miei?

Come spuntò l’alba del giorno seguente presi una risoluzione. Montai

a cavallo, venni a Sassari, e mi presentai all’Intendente, ch’era un

continentale[13]. Gli esposi schiettamente i miei casi, ed invocai un

provvedimento per evitare un maggior disastro.

— Scriverò io al sindaco — mi disse l’Intendente — Tornate pure a

Florinas, e state di buon animo!

Rientrato in paese, seppi che la lettera non era pervenuta al dottor

Serra, poichè il caso l’aveva fatta capitare nelle mani del prete.

Tre giorni dopo mi presentai di nuovo all’Intendente per informarlo

dell’accaduto. Sorpreso del caso, egli scrisse un’altra lettera, che mi

porse, dicendo:

— Consegnatela voi stesso in proprie mani del sindaco, e fate in modo

di dargliela alla presenza di testimoni.

Il sindaco, già da me informato, esclamò dopo aver letto il foglio:

— Io farò il mio dovere, e s’impicchi chi vuole!

Seppi in seguito, che l’Intendente aveva ordinato al Sindaco d’invitare

Maria Francesca ed il babbo a recarsi in Sassari per conferire con lui.

Il prete, richiesto di consiglio, aveva suggerito a mia moglie ed a mio

suocero di dichiarare all’autorità, ch’io li avevo entrambi minacciati

di morte, e che ogni riconciliazione sarebbe stata impossibile.

E così riferirono. L’Intendente fece loro comprendere che il matrimonio

era sacro, e che bisognava fare la pace; ma tanto il padre, quanto la

figlia, persistettero nella determinazione di tenermi lontano dalla

casa coniugale.

Il capo del Governo di Sassari non si diede per vinto, ma mandò a

Florinas un suo segretario, coll’incarico di adoperarsi per il nostro

buon accordo.

Nè preghiere, nè minaccie valsero a far smuovere mio suocero e Maria

Francesca dal loro proposito. Entrambi si rassegnarono a pagare

una multa (non so per quale articolo di legge) ma si mostrarono

inflessibili.

Tornato la terza volta dall’Intendente (per informarlo della pertinacia

del prete e di mio suocero, che si ostinavano a volermi separato da

Maria Francesca) quel cortese funzionario mi disse:

— Senti: se tu mi dichiari d’esserne contento, io mi varrò della

facoltà che mi accorda la carica, per far tradurre a Sassari tua

moglie, scortata dai carabinieri o dai luogotenenti[14].

Presi riserva a rispondere più tardi, volendo prima consultare mia

madre. Questa mi disse:

— Non mi piace simile provvedimento. Maria Francesca è tua moglie: oggi

siete separati, e domani potreste riconciliarvi. Io non voglio, nè tu

devi permettere la vergogna e lo scandalo di farla arrestare!

— Non sono del tuo avviso — risposi — Sarei contento di vederla in

carcere, se non altro per far dispetto al prete; il quale, co’ suoi

consigli, è stato causa unica di quanto è avvenuto.

— Ti ripeto ch’io non voglio scandali e vergogne, che farebbero

mormorare il paese! — ripetè mia madre, con tono di comando.

— Ebbene, farò quanto desideri; ma che non si parli più di

conciliazione. Noi saremo separati, e per sempre!

Quel giorno stesso dissi a mia suocera, perchè lo riferisse al marito

ed alla figlia:

— Siete miserabili! Voi avete voluto che Maria Francesca fosse separata

da me, ma non tarderete a pentirvene. Farete di lei la sgualdrina del

villaggio!

*

* *

Eravamo nel mese di settembre, e tre frati erano venuti a Florinas per

le solite _Missioni_. Ero andato a confessarmi dal rettore, ed avevo

adempiuto a tutte le pratiche religiose prescritte per la circostanza.

Fra gli obblighi delle _Missioni_ era quello di metter pace tra le

famiglie nemiche ed i coniugi separati.

Fui chiamato in casa del vice parroco Antonio Fiori, presso il quale i

tre missionari erano alloggiati.

Il più anziano dei frati, ch’era il più autorevole, prese a parlarmi

presso a poco così:

— Giovanni Tolu, perchè non ti ricongiungi a tua moglie? La vita

che menate è scandalosa, e siete entrambi in peccato mortale.

Tornate insieme e fatela finita, poichè il matrimonio è uno dei

sette sacramenti. Noi siamo qui venuti per istruire il popolo,

riconducendolo sulla via della salvezza per opera dello Spirito santo.

La pace domestica è il supremo dei beni mondani; e quanto più grande

sarà il tuo sagrifizio, tanto più accetto tornerà al Signore il tuo

ravvedimento. Non dubitare: noi ci adopreremo perchè il prete Pittui

più non s’ingerisca ne’ tuoi affari; tu così non avrai più alcun motivo

a dolerti di lui. Che rispondi?

— Io rispondo: che Maria Francesca mi ha fatto prendere in affitto due

case, e non ha voluto in seguito abitarle con me. Io rispondo, che

la prima volta che l’ho chiesta in moglie dichiarai che rinunziavo

alla dote, perchè mi bastava il suo amore; ma che adesso (se dovrò

abbassarmi a ritirarmela in casa) pretendo che ella si provveda del

necessario, secondo il costume del paese; e ciò perchè non abbia più a

dipendere dai parenti. Rispondo infine: che essa deve risolversi, per

ora, a ritirarsi in una delle due case da me scelte, dove anch’io mi

recherò, quando lo crederò conveniente. A condizione, però, che i suoi

parenti non vadano a farle visita.

Il frate osservò, scrollando le spalle:

— A simili umiliazioni una donna non deve sottomettersi!

— Ma questa è l’usanza nostra. Chi fa il peccato deve fare la penitenza

— ed io non son tenuto a far la penitenza dei peccati degli altri.

Il missionario continuò con tono grave e solenne:

— Ravvediti, Giovanni Tolu, e fa la pace con Maria Francesca. Insieme

al clero di Florinas noi verremo in processione fino a casa tua. Ivi

impartiremo la benedizione ad entrambi, e vivrete felici per tutta la

vita.

A questa predica sorrisi.

— Scusino, reverendi, ma queste mi sembrano mascherate. In siffatta

guisa noi usiamo andare in carnevale da una bettola all’altra per bere

un bicchiere di vino. Non potrei mai prestarmi a simili pagliacciate!

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 23 / 60 题