L’attentato.
Il terzo giorno di Natale — il 27 dicembre 1850 — mi alzai prima
dell’alba. Avevo poco dormito e molto pensato. Ero d’umor nero, poichè
avevo fantasticato sulla serie delle peripezie, che da un anno mi
tenevano in angoscia. Tuttavia debbo dichiarare, che nessun pensiero
sinistro aveva attraversato la mia mente durante quella notte insonne.
Dopo aver passeggiato da un capo all’altro della stanza terrena, tolsi
la spranga alla porta e mi feci sulla soglia per esplorare il cielo.
L’alba spuntava. Era una giornata fosca, molto fredda. Il vento
impetuoso soffiava da tramontana, e urlava fra i comignoli, facendo
volare qualche tegola dai tetti.
Indossai il mio lungo cappottone di orbace, e tornai sull’uscio a
respirare a pieni polmoni quell’aria frizzante, che pareva spegnesse
la mia febbre. Sentivo lo stormire delle foglie degli alberi vicini,
agitate dal vento.
Guardando distratto la campagna, verso Codrongianus, i miei occhi
si fissarono sul tratto di strada che mi stava di fronte, la quale
conduceva all’Oratorio di Santa Croce. Ricordai allora, ch’era la festa
di San Giovanni evangelista, e che all’alba di ogni giorno festivo il
prete Pittui soleva recarsi a dir messa in quella chiesetta fuori mano.
Per di là, dunque, sarebbe fra non molto passato quel prete: il
prepotente, il fattucchiere, il nemico della mia pace.
Non so dire i pensieri che in quell’ora passarono a tumulto nella mia
mente. So che rientrai nella mia stanza per spiccare dal capezzale
del letto (dove per solito lo tenevo) il mio vecchio pistolone ad
una canna. Nascosi l’arma sotto al cappotto, e tornai ad appoggiarmi
allo stipite della porta, tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada
dell’Oratorio.
Il vento soffiava con più violenza, e i rami degli alberi si piegavano
verso terra, quasi minacciando di spezzarsi.
Il temporale pareva imminente. Avevo preso un’istantanea risoluzione, e
dovevo ad ogni costo compierla.
— Ma, chi lo sa? — pensai — forse il prete Pittui non uscirà di casa
con questo tempaccio; la messa la dirà più tardi.
Non so dire se in quel momento io desiderassi, o temessi un
contrattempo. Ero fuori di me.
Certo è però, che quell’uomo doveva essere in cammino, poichè sentivo
due acute punture ai ginocchi. Avevo bisogno di romperle, da una buona
volta, quelle _legature_ insopportabili!
Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava.
[Illustrazione: Attentato contro il prete Pittui]
Il cielo si faceva sempre più fosco, e il sole non era ancora levato.
Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano
tutte chiuse, poichè il freddo tratteneva in casa più dell’usato gli
abitanti, i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno
festivo.
Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccoccie, col bavaro
alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada, curvo, col capo
chino contro al vento furioso, che gli soffiava di fronte. Passò come
una visione, e scomparve.
Allora io mi mossi ed affrettai il passo per tenergli dietro.
Scantonata la via, studiai di camminare rasente le case per
raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli
impediva di avvertire il rumore delle mie pedate.
Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi
all’imbocco del largo detto _Funtana manna_, in cui a destra la
strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di
Codrongianus[15].
Il sito era opportuno, perchè spazioso e poco frequentato.
Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto al cappottone,
glie la puntai quasi a bruciapelo alla nuca, e premetti il grilletto.
L’arma non prese fuoco, perchè il cane non aveva schiacciato il
fulminante.
Continuai a camminare insieme a lui, sempre alla stessa distanza; e per
altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai, e il vento
contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del
prete.
Io era atterrito. Mi venne allora in mente che quell’uomo usava della
sua malìa, e che la mia pistola era fatturata. Pensai di ricorrere al
coltello, ma non l’avevo meco.
Il prete, sempre collo stesso passo, ignorando ch’era pedinato,
camminava verso l’Oratorio.
Si era giunti insieme al centro di _Funtana manna_; e, non volendo
lasciarmi sfuggire l’occasione che l’inferno mi offriva, decisi di
farla finita in qualunque modo. Feci ancora altri due passi avanti,
levai in alto il braccio, e, con tutta la mia forzar lo lasciai
ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che
stramazzò supino.
Gli fui sopra come un tigre, gli posi un ginocchio sul petto,
lo afferrai colla sinistra alla gola, e puntandogli la pistola
nell’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre
invano.
Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli, che si
confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli
occhi spalancati. Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie
braccia erano di acciaio.
Riuscì finalmente ad afferrarmi per il ventre; fui pronto a tirarmi
indietro; ma, rallentando la mano con cui gli stringevo la gola, egli
potè emettere due acutissimi gridi.
Furono i soli. Volendo sbrigarmi per non venir sorpreso, gli strinsi
con più forza la gola, e colla canna del mio pistolone, a mo’ di
pugnale, lo percossi a più riprese sul viso, strappandogli dalle
guancie brandelli di carne.
Ero cieco, feroce. Gli premevo i ginocchi sulle costole, gli davo
calci, pugni da per tutto; ma egli, colla faccia insanguinata,
continuava a fissarmi cogli occhi sbarrati, quasi volendomi far subire
il fascino della sua malìa. L’anima di quel mostro non voleva uscir
fuori dal corpo!
Nel frattempo, dietro di me, diverse porte si spalancarono con
fracasso. I gridi del prete avevano dato l’allarme. Una dozzina
d’uomini robusti, da diverse parti, si slanciarono verso di noi, non
sapendo ancora che cosa fosse avvenuto. Senza voltarmi, continuai a
percuotere il prete con più forza; egli era livido, grondante sangue
dalle narici e dalla fronte, ma non c’era verso che volesse morire!
Quando gli accorsi ravvisarono me e il prete Pittui, si fermarono un
istante, come inorriditi dinanzi a tanta audacia e a tanto sacrilegio.
Finalmente mi furono tutti addosso per strapparmi la vittima, che io
cercava invano di strozzare. Sentendomi afferrato da tutte le parti,
divenni idrofobo. Abbandonai il prete, mi levai in piedi, e mi slanciai
come belva contro i miei assalitori. Con morsi, pugni e calci ne mandai
parecchi a ruzzolare sul terreno; un altro ne allontanai con un colpo
di pistolone sotto all’occhio, in modo che ne portò la cicatrice finchè
visse. Giunsi infine a svincolarmi da tutti, e mi diedi a correre verso
casa.
— Fermatelo! fermatelo! — gridava il prete con sordo rantolo, senza
potersi alzare.
Parecchi giovinastri m’inseguirono; ed uno, più ardito, mi tenne dietro
prendendomi a sassate.
Giunto a pochi passi da casa, mi volsi indietro; e rivolto a quel
giovane gridai:
— Fermati lì, un momento, chè voglio insegnarti come si lanciano i
sassi!
E siccome ero entrato in casa per prendere il fucile, quel giovane
se la diede a gambe, e andò a raggiungere i compagni, occupati a
sollevare il prete malconcio, per portarlo sopra una sedia alla propria
abitazione.
Molte porte nel frattempo si erano spalancate, e la gente accorreva da
ogni parte per dirigersi a _Funtana manna_.
Io corsi ad armarmi di fucile; slegai il mio cavallo, lo portai sulla
strada, e vi montai a dorso nudo.
Nel saltare per inforcarlo, mi cadde il berretto, che lasciai sulla
strada.
Cacciai in testa il cappuccio, diedi una strappata alle redini, e,
senza dar soddisfazione a’ miei (che ignoravano ancora l’accaduto)
spinsi il cavallo al trotto per prendere la campagna.