CAPITOLO VIII.

Prime nubi.

Durante le mie assenze da Florinas — o per darsi svago, o per non voler

rinunziare alle antiche abitudini — Maria Francesca soleva frequentare

la casa del prete, col pretesto di andar a trovare la zia. Così pure

si piaceva di visitare or l’uno or l’altro de’ suoi parenti, i quali

si divertivano a renderla ribelle a’ miei consigli. Mia moglie era una

buona ragazza, ma piuttosto credenzona, facile ad impressionarsi, e

sovratutto ciarliera in modo singolare. Lo star sola in casa le dava

noia, e la rendeva curiosa dei fatti altrui.

Quando rincasavo ella tirava fuori questioni nuove, nuovi quesiti,

e mi metteva a parte di qualche nuovo pettegolezzo; ond’io, che

conoscevo l’indole sua e il suo carattere, non tardai ad avvedermi che

le chiacchiere dei parenti e delle comari le riscaldavano la testa.

Pareva, insomma, avesse preso il partito di ricondurmi sulla buona via,

con ammaestramenti che facevano a pugni col buon senso.

A me, giovane piuttosto serio, di poche parole, poco espansivo,

questo stato di cose dava ai nervi; e un po’ colle buone, un po’ colle

brusche, cercai di correggere mia moglie:

— Bada! — le dicevo — se darai retta a me, potrai trovarti bene; ma se

ascolterai i consigli degli altri te ne avverrà male!

Un’altra volta la ripresi:

— Non voglio che tu vada così spesso in casa del prete, poichè egli

mi vede di mal occhio, io non sono cane da star sotto tavola, nè vado

a leccare i piatti di nessuno. Se il prete ha bisogno di me, sa dove

trovarmi; ma intendo di essere il padrone in casa mia. Eppoi..... non

voglio prestarmi ad alimentare certe dicerie... Hai capito? Mi accorgo

pur troppo, che quando vai fuori di casa ne ritorni colla testa piena

di corbellerie. Pensa alle faccende domestiche, e non immischiarti nei

fatti degli altri. Se farai altrimenti, le cose cambieranno... te lo

prevengo!

E dopo questa avvertenza montavo a cavallo, e correvo da paese in paese

a trasportar grano per conto mio, o per conto altrui, superando i miei

compagni nel numero dei viaggi.

Quando poi si faceva la raccolta in casa di mia madre, lavoravo

alacremente: — lasciavo due porzioni alla famiglia, e ritenevo per

me la terza parte, come d’uso, per la _dote_ dell’uomo. Le donne,

d’ordinario, impiegano la loro porzione nell’acquisto di lingeria e di

masserizie per preparare il corredo nuziale.

Io dunque, oltre ai guadagni propri, contavo sul modesto patrimonio

di famiglia, e lavoravo con lena per accrescerlo a vantaggio mio, e a

vantaggio della mamma, dei fratelli e delle sorelle.

Continuarono pertanto i piccoli dissidî nel mio nido coniugale.

Un giorno avevo fatto aggiustare il basto del mio cavallo, e, per

mie vedute speciali, ero rimasto debitore del saldo di tre _reali_

al falegname. Rientrato in Florinas dopo alcune sere, appresi che

mia moglie, senza ordine alcuno, aveva soddisfatto il mio debito. Mi

spiacque la sua intromissione, e la rimproverai:

— Tu non hai debiti da saldare per conto mio! — le dissi — Li salderò

io, quando lo crederò conveniente. Lascia il mal vezzo di andare

attorno per far chiacchiere inutili, che mi compromettono. Rimani a

casa! — io non m’immischio nel tuo lino e ne’ tuoi lavori di cucito. Fa

tu altrettanto!

Le comari del vicinato, a cui mia moglie faceva le confidenze, si

divertivano ad aizzarla contro di me; ed io non tardai a scorgere in

lei un certo freddo riserbo ed un’asprezza di modi, che non erano nel

suo carattere abituale. Ne fui piccato, ma tacqui.

Una sera Maria Francesca osò rinfacciarmi, che una mia zia conviveva

con un compagno, che non le era marito.

— Che sai tu di queste cose? Se tu rimanessi a casa, nulla sapresti di

mariti falsi e di mogli illegittime!

Invece di accettare i miei consigli, Maria Francesca persisteva a

vivere nel pettegolezzo; e giunse a tanto, che un giorno si ridusse a

confidarmi, che una nostra vicina mi aveva chiamato _faccia di cane!_

— Le dirai che è in errore! — le risposi con pazienza affettata. —

Quella donna un giorno voleva lusingarmi a prendere in moglie una sua

sorella, ch’era stata in corrispondenza illecita con altri. La mia

faccia, così simpatica allora, è diventata _cagnesca_ dietro il mio

rifiuto. Ti ripeto che non voglio più sentire simili spropositi; e se

tu persisterai a raccogliere per strada i pettegolezzi dei parenti e

delle comari, finirò per farti conoscere chi sono io!

Essendosi accentuato il nostro diverbio, e costretti entrambi a gridar

forte, non tardarono le vicine di casa, comprese le zie, a farsi

all’uscio di casa mia, minacciandomi della loro collera se avessi osato

toccare un capello a Maria Francesca.

Era il colmo della sfacciataggine. Mi feci sul limitare della porta e

gridai infuriato:

— Chi siete voi?! Toglietevi subito alla mia presenza e sgombrate la

strada; chè altrimenti con un ceffone vi mando tutte a gambe in aria!

Ci volle tutto l’aiuto di Dio per far intendere un po’ di ragione

a quelle pettegole; le quali si allontanarono brontolando, poichè

sapevano ch’ero uomo da mettere in pratica le mie minaccie. Tuttavia

mi contenni, e mi limitai per quel giorno ad ammonire severamente mia

moglie, avvertendola che avevo bisogno di quiete e di tranquillità per

poter lavorare.

— Bada, Maria Francesca! il mio individuo è diviso in due parti: io

sono per metà dolce e per metà amaro. Datti alla parte del miele se

vuoi vivere felice; chè se mi stuzzichi dalla parte opposta, finirò per

amareggiarti la vita!

Intanto pensai ch’era tempo di sloggiare da quelle due stanze

provvisorie; le quali, essendo attigue all’abitazione dei parenti,

diventavano causa permanente de’ miei litigi in famiglia...

Da più settimane andavo in cerca di una casa che fosse di pieno

gradimento di mia moglie; ma costei, forse suggerita dai parenti,

indugiava nella scelta.

Finalmente ne trovai una che piacque a Maria Francesca. Pattuito il

prezzo col padrone, ringraziai la Madonna di tutto cuore, credendo di

potermi alfine sottrarre al sindacato noioso di mia suocera.

Si era vicini al Mezzagosto. È costume in Florinas di cambiar di casa

alla vigilia dell’Assunta: giorno in cui ciascuna famiglia dev’essere a

posto.

Quando tutto fu combinato, disposi per il trasporto delle legna e del

grano, che avevo in deposito in casa di mia madre.

La mattina della vigilia dell’Assunta, mentre mi disponevo a

trasportare le masserizie, Maria Francesca mi fece intendere che

sarebbe stato meglio sospendere ogni cosa.

— Perchè? — le chiesi sorpreso.

— Perchè io non ci verrò!

— Non ci verrai?!

— No.

— Ed io come devo fare?

Mia moglie tacque.

Il sangue allora mi montò alla testa, divenni cieco, e diedi a quella

matta uno schiaffo così forte, che le fece saltare un’orecchino in

mezzo alla strada.

Maria Francesca si diede a piangere ed a strillare. Accorse la madre,

la quale riuscì a calmarci, dicendo che ci voleva a pranzo in casa sua,

e che al trasporto si sarebbe pensato il giorno susseguente a quello

dell’Assunta.

Cedetti al suo desiderio e mi contenni.

Non uno, ma due giorni dopo — il 17 agosto — dissi pacatamente a mia

moglie:

— La festa è ormai finita. Ora possiamo andare. Ho pronto il cavallo

per il trasporto delle masserizie.

— È inutile, poichè io non ci vengo più! — mi rispose bruscamente

quella caparbia, forse incoraggiata dalla presenza della madre.

— Ma non sai tu — soggiunsi — che io sono capace di chiamar qui tuo

padre, per darti una lezione e per costringerti a seguirmi?

A queste parole mia suocera uscì fuori, certo per prevenire il marito

in favore della figlia.

Vedendo tornar vano ogni mezzo di persuasione, piantai quella matta, e

mi accostai alla soglia della casetta di mio suocero:

— Salvatore, vieni fuori, chè tua figlia desidera parlarti!

Mio suocero entrò in mia casa, ed io gli tenni dietro. Egli chiese alla

figlia con tono imperioso:

— Che vuoi da me?

— Non ho chiesto di lei — rispose Maria Francesca, cogli occhi bassi.

E allora io:

— Ebbene, giacchè tua figlia non ha nulla a dirti, ti parlerò per conto

mio. Sappi che mia moglie mi ha fatto impegnare nel fitto di due case,

e che ora si rifiuta ad abitarle. Che cosa dici tu?

Salvatore, già istigato da mia suocera, mi si piantò dinanzi cogli

occhi spalancati, e gridò con voce alterata dall’ira:

— Dico, che tu sei un poco di buono, un cattivo soggetto, un birbante

matricolato!

A questo punto Maria Francesca, prevedendo la tempesta, scappò fuori in

istrada per cercar rifugio nella casa paterna.

Mio suocero, inferocito, si die’ a correre come pazzo intorno alla

stanza, dando di piglio ad effetti ed a mobili per gettarli sulla

strada — come per farmi capire che non voleva in sua casa nè me, nè le

robe mie.

Il sangue mi montò alla testa; pure mi contenni, e dissi con calma:

— Se non avessi per te il rispetto che si deve ad un padre, ti

prenderei per i piedi e ti sbatterei al muro!

Salvatore afferrò un tavolo e lo smosse, come per volerlo buttar fuori;

allora perdetti la pazienza, e dato di piglio al mio fucile gli gridai

risoluto:

— Se tu tocchi un altro oggetto per buttarlo in strada, giuro che con

esso usciranno le tue cervella!

Spaventato dal mio volto acceso e dall’arma che impugnavo, Salvatore si

fermò di botto; indi saltò in strada, gridando a squarciagola:

— Accorrete! accorrete! Giovanni Tolu mi uccide!

Il grido di Salvatore ebbe il suo effetto. Tutte le comari si fecero

in sull’uscio di casa; molte finestre si spalancarono con fracasso;

dallo sbocco delle vie vennero fuori a frotte uomini, donne, ragazzi;

così che in poco d’ora un’onda di popolo faceva ressa dinanzi alla

mia soglia. Vidi, fra gli altri, arrivare il sindaco (il medico dottor

Serra, di Giave), e poco dopo il prete Pittui, il quale più degli altri

pareva in preda ad un’agitazione nervosa.

La folla tumultuava, e il sindaco gridò con voce autorevole:

— Andate per i fatti vostri! Ogni cittadino ha il diritto di non venir

disturbato nel proprio domicilio!

E pronunziate queste parole si allontanò, esortando la folla a

ritirarsi.

Dopo aver rimesso a suo posto il fucile, io guardai freddamente quella

frotta di curiosi, che si divertivano a cacciarmi gli occhi addosso.

Nessuno però volle azzardarsi a varcare la soglia della mia casa.

Uno solo l’osò: il prete Pittui. Con passo fermo, ma con un tremito per

tutta la persona, egli si aprì un passaggio tra la folla e si avanzò

verso di me colle mani in tasca: carezzando certamente l’impugnatura

delle pistole, che soleva portare sotto la sottana.

Entrato arditamente nella stanza, il prete Pittui mi lanciò un’occhiata

fulminante:

— Tu hai girato la scatola! — mi gridò con aria di minaccia. — Sei un

miserabile, un birbante, un bastardo!

Frenai a stento la bile, e risposi con calma, accentuando le parole:

— Ella s’inganna, reverendo! Io sono il figlio di Pier Gavino Tolu e di

Vincenza Bazzone. Tutti conoscono in paese mia madre, come conoscevano

mio padre. Non sono quindi un bastardo, come dice! E se anche mia madre

fosse una disgraziata, a lei non spetta insultarla, poichè per tre

volte le fu compare di battesimo!

Il prete ripetè l’insulto; e allora io diedi un’occhiata sotto al

letto, dove per solito riponevo la scure. Fu per lui fortuna, che quel

giorno l’arma fosse in fondo, in modo che il manico non si trovasse

alla portata della mia mano. Ero deciso di spaccargli la testa e di

farla finita.

Dopo aver detto al mio indirizzo un mondo d’insolenze, il prete uscì in

piazza sbuffando, e accostandosi alla casa di mio suocero, gridò forte,

in modo che tutti lo sentissero:

— Ritirate la vostra figliuola in casa, e non dategliela mai più!

E dopo avermi fissato un’ultima volta con piglio minaccioso, si

allontanò lentamente come era venuto, sempre colle mani nelle tasche

della sottana.

Rimasi solo nella stanza terrena, risoluto di commettere qualche

eccesso.

Due ore dopo venni avvertito che il prete aveva incaricato Giovanni

Antonio Piana (il marito della sua serva) di cacciarmi fuori di casa.

Avevo preveduto il tiro, e stavo aspettandolo, pronto a fargli fuoco

addosso se avesse osato varcare la mia soglia.

Verso l’imbrunire, infatti, vedendolo avvicinare, presi in mano il

fucile.

Le donne del vicinato gli corsero tutte incontro e lo fermarono; e

Pietro Rassu, il mio vicino di casa, gli gridò con mal piglio:

— Che fai disgraziato? Ha torto chi ti manda, e tu hai più torto ad

ubbidire. Non vedi che Giovanni Tolu ti spaccierà con una fucilata?

Due giovani robusti presero a braccetto Giovanni Antonio Piana, e lo

trascinarono a viva forza in altra via.

Quella notte non andai a letto. Temendo una sorpresa, e volendo farla

pagar cara, lasciai l’uscio socchiuso, e sedetti in un canto, senza

deporre un istante il mio fucile.

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 22 / 60 题