Prime nubi.
Durante le mie assenze da Florinas — o per darsi svago, o per non voler
rinunziare alle antiche abitudini — Maria Francesca soleva frequentare
la casa del prete, col pretesto di andar a trovare la zia. Così pure
si piaceva di visitare or l’uno or l’altro de’ suoi parenti, i quali
si divertivano a renderla ribelle a’ miei consigli. Mia moglie era una
buona ragazza, ma piuttosto credenzona, facile ad impressionarsi, e
sovratutto ciarliera in modo singolare. Lo star sola in casa le dava
noia, e la rendeva curiosa dei fatti altrui.
Quando rincasavo ella tirava fuori questioni nuove, nuovi quesiti,
e mi metteva a parte di qualche nuovo pettegolezzo; ond’io, che
conoscevo l’indole sua e il suo carattere, non tardai ad avvedermi che
le chiacchiere dei parenti e delle comari le riscaldavano la testa.
Pareva, insomma, avesse preso il partito di ricondurmi sulla buona via,
con ammaestramenti che facevano a pugni col buon senso.
A me, giovane piuttosto serio, di poche parole, poco espansivo,
questo stato di cose dava ai nervi; e un po’ colle buone, un po’ colle
brusche, cercai di correggere mia moglie:
— Bada! — le dicevo — se darai retta a me, potrai trovarti bene; ma se
ascolterai i consigli degli altri te ne avverrà male!
Un’altra volta la ripresi:
— Non voglio che tu vada così spesso in casa del prete, poichè egli
mi vede di mal occhio, io non sono cane da star sotto tavola, nè vado
a leccare i piatti di nessuno. Se il prete ha bisogno di me, sa dove
trovarmi; ma intendo di essere il padrone in casa mia. Eppoi..... non
voglio prestarmi ad alimentare certe dicerie... Hai capito? Mi accorgo
pur troppo, che quando vai fuori di casa ne ritorni colla testa piena
di corbellerie. Pensa alle faccende domestiche, e non immischiarti nei
fatti degli altri. Se farai altrimenti, le cose cambieranno... te lo
prevengo!
E dopo questa avvertenza montavo a cavallo, e correvo da paese in paese
a trasportar grano per conto mio, o per conto altrui, superando i miei
compagni nel numero dei viaggi.
Quando poi si faceva la raccolta in casa di mia madre, lavoravo
alacremente: — lasciavo due porzioni alla famiglia, e ritenevo per
me la terza parte, come d’uso, per la _dote_ dell’uomo. Le donne,
d’ordinario, impiegano la loro porzione nell’acquisto di lingeria e di
masserizie per preparare il corredo nuziale.
Io dunque, oltre ai guadagni propri, contavo sul modesto patrimonio
di famiglia, e lavoravo con lena per accrescerlo a vantaggio mio, e a
vantaggio della mamma, dei fratelli e delle sorelle.
Continuarono pertanto i piccoli dissidî nel mio nido coniugale.
Un giorno avevo fatto aggiustare il basto del mio cavallo, e, per
mie vedute speciali, ero rimasto debitore del saldo di tre _reali_
al falegname. Rientrato in Florinas dopo alcune sere, appresi che
mia moglie, senza ordine alcuno, aveva soddisfatto il mio debito. Mi
spiacque la sua intromissione, e la rimproverai:
— Tu non hai debiti da saldare per conto mio! — le dissi — Li salderò
io, quando lo crederò conveniente. Lascia il mal vezzo di andare
attorno per far chiacchiere inutili, che mi compromettono. Rimani a
casa! — io non m’immischio nel tuo lino e ne’ tuoi lavori di cucito. Fa
tu altrettanto!
Le comari del vicinato, a cui mia moglie faceva le confidenze, si
divertivano ad aizzarla contro di me; ed io non tardai a scorgere in
lei un certo freddo riserbo ed un’asprezza di modi, che non erano nel
suo carattere abituale. Ne fui piccato, ma tacqui.
Una sera Maria Francesca osò rinfacciarmi, che una mia zia conviveva
con un compagno, che non le era marito.
— Che sai tu di queste cose? Se tu rimanessi a casa, nulla sapresti di
mariti falsi e di mogli illegittime!
Invece di accettare i miei consigli, Maria Francesca persisteva a
vivere nel pettegolezzo; e giunse a tanto, che un giorno si ridusse a
confidarmi, che una nostra vicina mi aveva chiamato _faccia di cane!_
— Le dirai che è in errore! — le risposi con pazienza affettata. —
Quella donna un giorno voleva lusingarmi a prendere in moglie una sua
sorella, ch’era stata in corrispondenza illecita con altri. La mia
faccia, così simpatica allora, è diventata _cagnesca_ dietro il mio
rifiuto. Ti ripeto che non voglio più sentire simili spropositi; e se
tu persisterai a raccogliere per strada i pettegolezzi dei parenti e
delle comari, finirò per farti conoscere chi sono io!
Essendosi accentuato il nostro diverbio, e costretti entrambi a gridar
forte, non tardarono le vicine di casa, comprese le zie, a farsi
all’uscio di casa mia, minacciandomi della loro collera se avessi osato
toccare un capello a Maria Francesca.
Era il colmo della sfacciataggine. Mi feci sul limitare della porta e
gridai infuriato:
— Chi siete voi?! Toglietevi subito alla mia presenza e sgombrate la
strada; chè altrimenti con un ceffone vi mando tutte a gambe in aria!
Ci volle tutto l’aiuto di Dio per far intendere un po’ di ragione
a quelle pettegole; le quali si allontanarono brontolando, poichè
sapevano ch’ero uomo da mettere in pratica le mie minaccie. Tuttavia
mi contenni, e mi limitai per quel giorno ad ammonire severamente mia
moglie, avvertendola che avevo bisogno di quiete e di tranquillità per
poter lavorare.
— Bada, Maria Francesca! il mio individuo è diviso in due parti: io
sono per metà dolce e per metà amaro. Datti alla parte del miele se
vuoi vivere felice; chè se mi stuzzichi dalla parte opposta, finirò per
amareggiarti la vita!
Intanto pensai ch’era tempo di sloggiare da quelle due stanze
provvisorie; le quali, essendo attigue all’abitazione dei parenti,
diventavano causa permanente de’ miei litigi in famiglia...
Da più settimane andavo in cerca di una casa che fosse di pieno
gradimento di mia moglie; ma costei, forse suggerita dai parenti,
indugiava nella scelta.
Finalmente ne trovai una che piacque a Maria Francesca. Pattuito il
prezzo col padrone, ringraziai la Madonna di tutto cuore, credendo di
potermi alfine sottrarre al sindacato noioso di mia suocera.
Si era vicini al Mezzagosto. È costume in Florinas di cambiar di casa
alla vigilia dell’Assunta: giorno in cui ciascuna famiglia dev’essere a
posto.
Quando tutto fu combinato, disposi per il trasporto delle legna e del
grano, che avevo in deposito in casa di mia madre.
La mattina della vigilia dell’Assunta, mentre mi disponevo a
trasportare le masserizie, Maria Francesca mi fece intendere che
sarebbe stato meglio sospendere ogni cosa.
— Perchè? — le chiesi sorpreso.
— Perchè io non ci verrò!
— Non ci verrai?!
— No.
— Ed io come devo fare?
Mia moglie tacque.
Il sangue allora mi montò alla testa, divenni cieco, e diedi a quella
matta uno schiaffo così forte, che le fece saltare un’orecchino in
mezzo alla strada.
Maria Francesca si diede a piangere ed a strillare. Accorse la madre,
la quale riuscì a calmarci, dicendo che ci voleva a pranzo in casa sua,
e che al trasporto si sarebbe pensato il giorno susseguente a quello
dell’Assunta.
Cedetti al suo desiderio e mi contenni.
Non uno, ma due giorni dopo — il 17 agosto — dissi pacatamente a mia
moglie:
— La festa è ormai finita. Ora possiamo andare. Ho pronto il cavallo
per il trasporto delle masserizie.
— È inutile, poichè io non ci vengo più! — mi rispose bruscamente
quella caparbia, forse incoraggiata dalla presenza della madre.
— Ma non sai tu — soggiunsi — che io sono capace di chiamar qui tuo
padre, per darti una lezione e per costringerti a seguirmi?
A queste parole mia suocera uscì fuori, certo per prevenire il marito
in favore della figlia.
Vedendo tornar vano ogni mezzo di persuasione, piantai quella matta, e
mi accostai alla soglia della casetta di mio suocero:
— Salvatore, vieni fuori, chè tua figlia desidera parlarti!
Mio suocero entrò in mia casa, ed io gli tenni dietro. Egli chiese alla
figlia con tono imperioso:
— Che vuoi da me?
— Non ho chiesto di lei — rispose Maria Francesca, cogli occhi bassi.
E allora io:
— Ebbene, giacchè tua figlia non ha nulla a dirti, ti parlerò per conto
mio. Sappi che mia moglie mi ha fatto impegnare nel fitto di due case,
e che ora si rifiuta ad abitarle. Che cosa dici tu?
Salvatore, già istigato da mia suocera, mi si piantò dinanzi cogli
occhi spalancati, e gridò con voce alterata dall’ira:
— Dico, che tu sei un poco di buono, un cattivo soggetto, un birbante
matricolato!
A questo punto Maria Francesca, prevedendo la tempesta, scappò fuori in
istrada per cercar rifugio nella casa paterna.
Mio suocero, inferocito, si die’ a correre come pazzo intorno alla
stanza, dando di piglio ad effetti ed a mobili per gettarli sulla
strada — come per farmi capire che non voleva in sua casa nè me, nè le
robe mie.
Il sangue mi montò alla testa; pure mi contenni, e dissi con calma:
— Se non avessi per te il rispetto che si deve ad un padre, ti
prenderei per i piedi e ti sbatterei al muro!
Salvatore afferrò un tavolo e lo smosse, come per volerlo buttar fuori;
allora perdetti la pazienza, e dato di piglio al mio fucile gli gridai
risoluto:
— Se tu tocchi un altro oggetto per buttarlo in strada, giuro che con
esso usciranno le tue cervella!
Spaventato dal mio volto acceso e dall’arma che impugnavo, Salvatore si
fermò di botto; indi saltò in strada, gridando a squarciagola:
— Accorrete! accorrete! Giovanni Tolu mi uccide!
Il grido di Salvatore ebbe il suo effetto. Tutte le comari si fecero
in sull’uscio di casa; molte finestre si spalancarono con fracasso;
dallo sbocco delle vie vennero fuori a frotte uomini, donne, ragazzi;
così che in poco d’ora un’onda di popolo faceva ressa dinanzi alla
mia soglia. Vidi, fra gli altri, arrivare il sindaco (il medico dottor
Serra, di Giave), e poco dopo il prete Pittui, il quale più degli altri
pareva in preda ad un’agitazione nervosa.
La folla tumultuava, e il sindaco gridò con voce autorevole:
— Andate per i fatti vostri! Ogni cittadino ha il diritto di non venir
disturbato nel proprio domicilio!
E pronunziate queste parole si allontanò, esortando la folla a
ritirarsi.
Dopo aver rimesso a suo posto il fucile, io guardai freddamente quella
frotta di curiosi, che si divertivano a cacciarmi gli occhi addosso.
Nessuno però volle azzardarsi a varcare la soglia della mia casa.
Uno solo l’osò: il prete Pittui. Con passo fermo, ma con un tremito per
tutta la persona, egli si aprì un passaggio tra la folla e si avanzò
verso di me colle mani in tasca: carezzando certamente l’impugnatura
delle pistole, che soleva portare sotto la sottana.
Entrato arditamente nella stanza, il prete Pittui mi lanciò un’occhiata
fulminante:
— Tu hai girato la scatola! — mi gridò con aria di minaccia. — Sei un
miserabile, un birbante, un bastardo!
Frenai a stento la bile, e risposi con calma, accentuando le parole:
— Ella s’inganna, reverendo! Io sono il figlio di Pier Gavino Tolu e di
Vincenza Bazzone. Tutti conoscono in paese mia madre, come conoscevano
mio padre. Non sono quindi un bastardo, come dice! E se anche mia madre
fosse una disgraziata, a lei non spetta insultarla, poichè per tre
volte le fu compare di battesimo!
Il prete ripetè l’insulto; e allora io diedi un’occhiata sotto al
letto, dove per solito riponevo la scure. Fu per lui fortuna, che quel
giorno l’arma fosse in fondo, in modo che il manico non si trovasse
alla portata della mia mano. Ero deciso di spaccargli la testa e di
farla finita.
Dopo aver detto al mio indirizzo un mondo d’insolenze, il prete uscì in
piazza sbuffando, e accostandosi alla casa di mio suocero, gridò forte,
in modo che tutti lo sentissero:
— Ritirate la vostra figliuola in casa, e non dategliela mai più!
E dopo avermi fissato un’ultima volta con piglio minaccioso, si
allontanò lentamente come era venuto, sempre colle mani nelle tasche
della sottana.
Rimasi solo nella stanza terrena, risoluto di commettere qualche
eccesso.
Due ore dopo venni avvertito che il prete aveva incaricato Giovanni
Antonio Piana (il marito della sua serva) di cacciarmi fuori di casa.
Avevo preveduto il tiro, e stavo aspettandolo, pronto a fargli fuoco
addosso se avesse osato varcare la mia soglia.
Verso l’imbrunire, infatti, vedendolo avvicinare, presi in mano il
fucile.
Le donne del vicinato gli corsero tutte incontro e lo fermarono; e
Pietro Rassu, il mio vicino di casa, gli gridò con mal piglio:
— Che fai disgraziato? Ha torto chi ti manda, e tu hai più torto ad
ubbidire. Non vedi che Giovanni Tolu ti spaccierà con una fucilata?
Due giovani robusti presero a braccetto Giovanni Antonio Piana, e lo
trascinarono a viva forza in altra via.
Quella notte non andai a letto. Temendo una sorpresa, e volendo farla
pagar cara, lasciai l’uscio socchiuso, e sedetti in un canto, senza
deporre un istante il mio fucile.