CAPITOLO VII.

Sponsali e luna di miele.

Il mio cavallo non morì, e i miei dolori si calmarono. Approfittai

della tregua per sollecitare presso la famiglia di Maria Francesca i

preparativi degli sponsali. I parenti accondiscesero al mio desiderio.

Si andò anzitutto dal parroco per sottoporci all’esame della

_Dottrina_, come l’uso voleva. Il parroco rinunziò ad interrogarmi,

perchè molte volte gli avevo assistito la messa e mi sapeva addentro

nelle pratiche religiose. Si limitò ad esaminare Maria Francesca, e

si accorse, che, sebbene educata in casa di un prete, ella ben poco ne

sapeva.

Il parroco disse, a me rivolto:

— Se si fosse trattato d’altri, e se io non vi sapessi in condizioni

speciali, mi sarei ben guardato dal permettere le vostre nozze. Ma

questa volta voglio passarvi sopra. A te specialmente raccomando

d’istruire la sposa nella dottrina cristiana.

— Ne prendo impegno! — risposi con un certo orgoglio — sapete pure che

sono stato sagrestano!

Ottenuto l’assenso del parroco, vennero fatte in chiesa le _pubblicate_

d’uso per due sole domeniche, avendoci la Chiesa dispensato dalla

terza, com’è d’obbligo.

[Illustrazione: Gli sposi uscenti dalla chiesa]

La mattina del 17 aprile 1850 fu designata per lo sposalizio.

Ci eravamo confessati entrambi dal parroco, ed assistemmo alla

messa, celebrata dal prete Pittui, il quale non aveva avvertito la

nostra presenza. Quando ci scorse, non potè contenere un movimento di

dispetto. Pareva un diavolo sull’altare!

La cerimonia venne compiuta senza pompa, senza codazzo di parenti e

di amici, poichè non volli la compagnia di nessuno, togliendo pretesto

dalla malattia che mi tormentava e dai contrasti che avevano preceduto

il mio matrimonio.

Assistettero alla funzione mio fratello Peppe e mia madre. I genitori

della sposa non vollero inasprire colla loro presenza il prete Pittui.

Sulle prime si pretendeva che, per un po’ di tempo, noi si vivesse

separati, cioè a dire, la sposa presso i genitori ed io in casa di mia

madre. Mi opposi vivamente, dicendo a Maria Francesca:

— Noi siamo marito e moglie, e dobbiamo mangiare, dormire, e vivere

insieme. Se saremo lontani l’uno dall’altra, non mangerai tu, nè

mangerò io. In casa mia ci ho grano, ci ho lardo, ci ho fave e fagiuoli

— dunque possiamo vivere del nostro, indipendenti.

Secondando il mio desiderio, i genitori di Maria Francesca combinarono

di offrirci parecchie stanze nella casa attigua alla loro. Accettai,

quantunque a malavoglia.

Dopo la benedizione del prete fu apprestato il pranzo di nozze in casa

di mia suocera. Ricevetti dai parenti molto bestiame in dono; alcuni

mi regalarono un vitellino od una pecora, altri un montone od un

maialetto.

Volli far parte di un grosso castrato alla zia di Maria Francesca,

la serva del reverendo Pittui; la quale, in ricambio, mi regalò

un barilotto di vino, che mandai subito in casa di mia madre. Non

volli berne, perchè proveniva dalla casa del prete, e temevo fosse

_fatturato_ a mio danno.

All’indomani ci ritirammo nella nostra casetta provvisoria, e facemmo

il pranzetto da soli, come due colombi innamorati, felici d’essere

finalmente uniti per tutta la vita.

Appena ritirati nel nostro nido, dissi alla sposa:

— Bada bene: la prima pietanza che uscirà dalla nostra cucina, voglio

che sia mandata a tuo padre ed a tua madre. È questa la _mia opinione_,

e il nostro dovere!

Durante i mesi di aprile e di maggio la nostra vita trascorse serena.

Si viveva in perfetta armonia, fra il riso più schietto e le carezze

più affettuose, sempre fantasticando progetti d’ogni genere per

migliorare il nostro avvenire. Eravamo ancora giovani: — io contavo

ventott’anni, e mia moglie diciasette. Sentivo d’essere contento di

me e di lei. Maria Francesca era una pura e ingenua ragazza, piena di

attrattive, tutta premure per me, e docile come un agnello ad ogni mio

comando.

Si avvicinava intanto la stagione della messe, ed io doveva pensare a

dedicarmi con lena al lavoro, per tirare innanzi dignitosamente, senza

bisogno di ricorrere all’altrui soccorso.

Il mestiere dell’agricoltore è faticoso, ed è col sudore della fronte

che si guadagna il pane quotidiano. Io dissi a Maria Francesca:

— Siamo alla messe, ed è mestieri che io cerchi lavoro. Tu sei

troppo giovane ancora, delicata, e non hai l’abitudine di lavorare in

campagna, sotto la sferza del sole, affrontando disagi e patimenti.

Cercami dunque una spigolatrice di tuo gradimento, e tu cura con agio

le faccende domestiche, conservandoti sana e fresca.

Maria Francesca mi fissò lungamente, e mi disse con affettuoso

risentimento:

— Come! ed hai potuto così prestò dimenticarmi? Hai tu bisogno di

altre, quando io mi sento capace di far la spigolatrice?

— Codesti sono capricci da bambina! — risposi — Non sai tu che il non

aver spigolatrice sarebbe una vergogna per me ed un danno per la casa?

Mentre colei che spigola avrà un lucro, tu potrai sorvegliare la nostra

casa, ed io penserò a tutto. Il lavoro dei campi è molto grave, bambina

mia! ed io non voglio aver questioni co’ tuoi parenti!

E siccome Maria Francesca persisteva nel suo proposito, credetti mio

dovere avvisarne i genitori, perchè la persuadessero.

Mia suocera disse alla figliuola:

— Lascia le pazzie, e scegli una spigolatrice di tua fiducia. Non è

conveniente che tu ti esponga a simile fatica. Bada! chè non abbia ad

essere tardo il tuo pentimento! poichè una volta sul posto, dovresti

starvi a costo di crepare!

Non ci fu verso di persuaderla, nè colle buone nè colle minaccie. Mia

moglie dichiarò recisamente, che la spigolatrice voleva essere lei.

Ero stato invitato a far la messe nella Nurra — regione lontana cinque

o sei ore dal nostro paese, e da me con frequenza visitata.

Venuto il giorno della partenza, Maria Francesca si mostrò esitante;

tirò fuori non so quali dubbi, e finì per dire che non voleva più

seguirmi.

Questo repentino cambiamento all’ultim’ora mi creò degli impicci. Era

avvenuto quanto avevo pronosticato. Il babbo, sulle furie, impose alla

figliuola di recarsi alla Nurra, giacchè ella stessa ne aveva fatto la

proposta.

Dai proprietari nurresi ero stato preposto alla direzione della

messe, ed avevo l’incarico di far la scelta degli uomini componenti

la brigata. Come capo dei mietitori dovevo pensare alla sorveglianza,

all’ordine del lavoro, nonchè a preparare la cena.

Avevo portato meco alla Nurra tutti i miei fratelli, le mie sorelle,

i cognati, e non pochi amici compaesani, per poter così contare

sull’abilità, sull’attività e sulla disciplina de’ miei dipendenti.

I _salti_ nei quali dovevo eseguire la messe erano due, di diversi

proprietari: — quello in _Giumpaggiu_, di Vincenzo Pasquino, e quello

in _Abba-meiga_ di Gianuario Agnesa.

Eseguita la messe, venne la volta della trebbiatura. Destinai al primo

_salto_ Peppe (mio gemello), Giammaria e Maria Andriana, ritenendo per

me il secondo _salto_, dove mi recai con mia moglie e con Giustina,

volendo così equilibrare coll’opera mia solerte l’insufficienza delle

mie deboli compagne. Sbrigai la bisogna in sole quattr’ore, trebbiando

diciasette _corbule_ di grano.

La nostra permanenza alla Nurra fu di dieci giorni. Maria Francesca

resistette fino alla fine della campagna, ma non tardò a dichiararsi

stanca e ammalata, come avevo preveduto. Non abituata, al par di noi,

ai penosi lavori dell’aia, ella non potè sopportare i caldi afosi del

giorno, nè l’umido delle notti; dippiù la poveretta era incinta da un

mese, e soffriva molto.

Terminati i lavori della messe tornammo insieme a Florinas, dopo

esserci fermati a Sassari un giorno ed una notte per ritirare le paghe

dai proprietari dei salti. In quest’ultima città volli fare diversi

acquisti per contentare Maria Francesca; la quale, trovandosi in

_istato interessante_, esternava certe _voglie_ che bisognava ad ogni

costo soddisfare, per non recar pregiudizio al nascituro. Le comprai,

fra gli altri oggetti, un elegante grembiale a vivi colori, ed un

fazzoletto da testa, che gradì moltissimo.

Arrivati a Florinas, affidai a Maria Francesca il governo della casa;

ed io mi diedi nuovamente attorno per cercar lavoro in campagna, per

mio conto, e per conto della famiglia di mia madre; perocchè avevamo

preso in affitto (per lo più a mezzadria) alcune terre appartenenti

alle chiese di Florinas.

Coll’aiuto del mio cavallo, l’inseparabile Moro, io cercava ogni mezzo

per guadagnare qualche soldo; poichè il lavoro era per me un bisogno,

un conforto, una vera passione — e non lo dico per volermi vantare!

Tornavo ogni volta a casa così soddisfatto, così contento, che mi

pareva di aver dimenticato le soperchierie del prete, i malumori di mio

suocero, e i dispetti dei parenti di Maria Francesca.

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 21 / 60 题