Convegni amorosi.
Gironzando una sera per le vie del villaggio, in preda ai miei cupi
pensieri, mi fermai dinanzi alla casa d’un amico, a breve distanza da
quella dei genitori di Maria Francesca.
— Com’è che non vi maritate ancora? — mi chiese l’amico.
— Il prete non vuole! — risposi sbadatamente.
— E che c’entra il prete? Se tu ce lo consenti, noi parleremo il
padre e la madre della ragazza. Sono nostri vicini, e siamo in ottimi
rapporti.
— Fate come volete! — dissi, e continuai la mia strada.
All’indomani l’amico venne a dirmi, che i genitori di Maria Francesca
nulla sapevano del matrimonio, ma che avrebbero scrutato l’animo della
figliuola per darmi una risposta.
Ringraziai l’amico ed attesi. La risposta mi fu data tre giorni dopo,
ed era consolante. Maria Francesca acconsentiva a diventare mia moglie.
Fattomi coraggio, mi presentai ai genitori della ragazza. Dopo
avermi confessato che il prete contrariava questo matrimonio, essi
conchiusero:
— Non devi per ciò disperare; se il prete non lo vuole, lo vogliamo
noi. Siamo contenti che la nostra figliuola diventi tua moglie, e che
tu diventi figlio nostro!
— Il vostro consenso mi consola; ma non mi basta. Vorrei scambiare
alcune parole con Maria Francesca, qui, alla vostra presenza. Datemi un
appuntamento.
Pochi giorni dopo mi ripresentai a Salvatore, il quale mandò un suo
figliuoletto in casa del prete Pittui, per dire a Maria Francesca che
la mamma aveva bisogno di lei.
Il cuore mi batteva forte, e i minuti mi parevano secoli.
A un tratto Maria Francesca comparve sulla soglia, e vi rimase indecisa
alcuni secondi; indi si fece avanti lentamente, col capo chino e le
braccia conserte. Era impacciata, commossa.
Ruppi per il primo il silenzio:
— Che dici tu, Maria Francesca, di quanto accade?
— Io non so che cosa dire. Han cominciato col farmi sapere che avevi
chiesto la mia mano, e si finì coll’avvertirmi che non sarei stata più
tua moglie. Le ragioni non vollero dirmele.
— Anzitutto devi manifestarmi il tuo sentimento. Se tu mi vuoi bene
quanto io te ne voglio, i contrasti cesseranno subito, poichè nessuno
potrà impedire la nostra unione!
A questo punto la ragazza levò la testa, ed esclamò ingenuamente:
— Quando il prete e la zia mi fecero sperare che questo matrimonio si
sarebbe effettuato, io ne fui contentissima, poichè fra i giovani del
paese tu eri il prescelto dal mio cuore. Aggiungo adesso, che, se tu
mancherai alla parola, io uscirò dalla casa del prete per servire altro
padrone... e non prenderò più marito!
— Io non ho mai mentito, e la mia parola è sacra. Mi chiamo Giovanni
Tolu, sento di essere un giovane onesto e laborioso, e prometto di
renderti felice. Non ti darò mai motivo a pentirti di avermi scelto per
compagno!
Così dicendo mi avvicinai alla ragazza e soggiunsi:
— Qui, alla presenza del babbo e della mamma, voglio darti il primo
bacio: sarà caparra solenne del sacrosanto matrimonio.
E dopo averla baciata sulla guancia, le dissi:
— Questo bacio era tuo da lungo tempo, ma non potevo mandartelo con
altri. Serbalo come saldo pegno dell’amore che ti porto, e affidati a
me![12]
Maria Francesca, per la prima volta, levò la testa per guardarmi negli
occhi; poi arrossì, mi sorrise, e andò via quasi bruscamente, senza
salutare nessuno.
Da quel giorno mi parve di star meglio e di aver lo spirito più
tranquillo. Visitavo assai spesso la casa del mio futuro suocero, ed
aspettavo con ansia il giorno festivo, designato per gli appuntamenti,
all’insaputa del prete. Non dimenticherò mai quel tempo felice e i
dolci colloqui colla cara ragazza!
Sventuratamente la mia felicità fu di breve durata, poichè alla gioia
succedette l’affanno. Le punture ai ginocchi ricominciarono, e i dolori
acuti mi fecero accorto, che la maledizione del prete non voleva darmi
tregua.
Fuori di me per lo spasimo, mi diedi alla ricerca di nuovi esorcisti
per sottrarmi alle malìe. Dove mi s’indicava un esperto in quell’arte
diabolica, io correvo come pazzo senza frapporre indugio, fosse anche
in capo al mondo. Montavo a cavallo, e col pretesto degli affari
visitavo tutte le cascine, tutti gli ovili, tutti i paesi dei dintorni
— ma sempre inutilmente. Ero disperato.
Volevo farla finita colle fattucchierie del prete, ma prima volevo
sposare Maria Francesca. L’influenza di quel sacerdote mi spaventava.
Il mio malumore crebbe, quando un giorno mi rivolsi ai genitori della
ragazza, dicendo loro che desideravo affrettare le nozze.
La madre tacque abbassando gli occhi; ma il padre mi disse con un certo
tono fra l’agro e il dolce:
— Ti par proprio giusto, che noi dobbiamo affidare la figliuola ad un
malato?
Quel tono amaro m’indispose, ed esclamai vivamente:
— Voi mi avete conosciuto sano... e ciò vuol dire che io potrò guarire.
D’altronde vi comunico la mia risoluzione: — o fatemi sposare subito
con Maria Francesca, o portateci entrambi dinanzi ad un parroco per
scioglierci dalla promessa. Ciascuno penserà ai casi propri. Scegliete!
I genitori della ragazza si acquietarono; ed io mi diedi di nuovo
attorno, in cerca di esorcisti.
Mi rivolsi nuovamente a diversi preti, i quali si dichiararono
impotenti a lottare col mio jettatore.
Una sera mi recai a Tissi per consultarvi un famoso scongiuratore di
_legature_. Prima di andare da lui, mi si volle far visitare un infermo
_fatturato_, la cui moglie dicevasi fosse l’amica di un prete. Quel
povero disgraziato, colpito da paralisi alle gambe, giaceva sulla
paglia di un tugurio, in preda a spasimi atroci.
Mi tolsi raccapriciando a quella spettacolo orribile.
— Se io diventassi come costui — dissi — sarei rovinato per tutta la
vita!
Non volli ritornare a Florinas. Passai la notte a Tissi, e l’indomani
mi spinsi fino ad Uri per sottopormi alle cure di un maestro di
esorcismi, indicatomi come valentissimo.
Ma i dolori continuavano.
Sempre alla ricerca dell’uomo che doveva guarirmi, io trottai
all’impazzata da un paese all’altro, finchè mi decisi a far ritorno a
Florinas, dopo un’assenza di tre giorni.
Un caso singolare, avvenutomi in quella circostanza, contribuì ad
agitare nuovamente il mio spirito. Voglio narrarlo, per persuadere gli
increduli, che le _legature_ non sono un parto di mente inferma.
Giammai, come in quei tre giorni, io aveva provato la smania tormentosa
di rivedere Maria Francesca. Mi pareva di esserne lontano un secolo.
Diedi di sprone al cavallo e trottai come un forsennato fino alla casa
di mia madre. Ivi appresi che il prete, durante la mia assenza, aveva
licenziato la servetta, inasprito per le nozze stabilite senza il suo
consenso.
Smontato di sella, affidai il cavallo a mio fratello Peppe, e mi avviai
sollecito alla casa dei genitori della ragazza.
Come posi piede sulla soglia, mi sentii avvinto da un misterioso
fascino, che non seppi spiegare. La viva smania di rivedere la sposa
diletta si era cambiata in un’avversione invincibile. Una forza occulta
mi respingeva da lei; la sua vista mi metteva quasi ribrezzo; ond’io le
volsi bruscamente le spalle, e continuai a parlare coi genitori, senza
rivolgerle la parola, senza stringerle la mano, e senza baciarla sulle
guancie, come al solito. Temevo persino il contatto delle sue vesti,
poichè avevo la convinzione che esse mi avrebbero scottato. Rimasi là
come intontito, paralizzato, subendo l’influsso malefico del prete, che
si vendicava di me. Ad un tratto, non potendo più oltre resistere, mi
precipitai fuori della porta, e mi diedi a correre. Mi pareva di essere
inseguito da una furia infernale.
Quando rientrai in casa, mio fratello Peppe mi venne incontro agitato:
— Il tuo cavallo è tutto gonfio! — gridò pieno di spavento.
— So di che si tratta! — risposi cupo; ma non dissi che il prete n’era
la causa, poichè le sue malìe si erano estese anche alla bestia che mi
aveva venduto.
— Il tuo cavallo sta male... e forse muore! — ripetè mio fratello.
— Lascia ch’esso muoia, nè dartene pensiero! — esclamai con profondo
dolore — Tutti moriamo, e morrò anch’io fra non molto!
La mamma e le sorelle si scambiarono un’occhiata, non riuscendo a
spiegarsi lo strano senso delle mie parole.