Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde
radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa
attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli
di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo
esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è
dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e
amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che
l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici
e del papa, che ormai non ha solo il _primato_, ma il _tuttato_;
se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto
della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani
non sono che compilatori (_consarcinatores_), che giudicano le
opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay,
ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano
due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna
coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas
republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram
prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis
majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere
commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur
enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas
subest huic vocabulo _Ecclesiastica Potestas_: si enim ea
intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea
nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest
arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si
vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni
cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).
In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al
Lescasserio, leggiamo:
«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I
figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove
dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e
in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o
comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu
divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse
che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non
è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza
tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in
pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito,
soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il
pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad
autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe
non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa
signore e principe supremo».
Pag. 207, alla nota 41, aggiungi:
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora
inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le
opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei
Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a
confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni _De potestate
atque immunitate ecclesiastica_; per la qual opera gli fu da Paolo
V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè
fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare
frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma,
senza frutto. È pur notabile la _Difesa delle censure pubblicate
da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da
alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà
Paolo e al trattato dell'interdetto_ (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de'
Serviti, e suo fu il capo _de judiciis_, molto lodato. Il rigore
di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui
era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse
il generale Jacobo Tavanti.
Pag. 310:
Nella _Revue des questions historiques_, v _livraison_, dopo il
mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor
Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli
autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma.
Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che
tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò _falsam_ una dottrina
astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla
Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono,
ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere
la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa
avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come
contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al
principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX
il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i
principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è
cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè
che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità
scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto
del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne
soffrisse la verità cattolica: _ne in perniciem catholicæ
veritatis serpat._ Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole
la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del
decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata,
assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti
quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla
Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione
è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del
sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il
tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il
sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il
contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in
cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto
della terra era ben lontana dall'essere scientificamente
stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione
scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla
immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare
d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)
Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza
de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della
tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa
addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che
non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce
pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi
dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco
mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che
il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo,
i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca
Palatina.
Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per
lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo
integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo:
«Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per
vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità
del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e
tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a
farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già
pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo
tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi
naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con
tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre
giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore
della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più
efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra
Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel
precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di
Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra
poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta,
assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni
ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed
indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e
la mobilità del sole».
Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del
Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli
avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure
non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X
febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei,
celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del
Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca,
situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore
fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei,
dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di
Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver
abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di
poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri
mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo
Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna,
ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».
Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono
lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino,
che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era
citato a Roma.
Pag. 341, alla nota 17, aggiungi:
Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze,
Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria
Vecchia, coll'abjura di esso.
Pag. 344, linea 8, aggiungi:
In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del
re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si
volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in
quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo
Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari,
per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi
avesse parte.
Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a
Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a
Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra
gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli,
attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja.
Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono
invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più
dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni
di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero
assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare
dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine.
Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del
duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte,
vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e
atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a
gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor
possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il
vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi
renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed
impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo;
non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma
supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui
perversione bisogna impedire a ogni costo.
Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli
Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno
stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia
di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva:
«Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte
a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa
conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de'
principi».
La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino
penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi
nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile
Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse
biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e
allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu
scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano
col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato
d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di
sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette
decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni
innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea
generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della
vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla
religione.
Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente
Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le
montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani
alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne
giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e
stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la
terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la
città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di
pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di
Gesù.
Pag. 344, linea 14, aggiungi in nota:
Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla
compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555
mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati
in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni
Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre
1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di
Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato,
Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del
medico di Vevey nel dicembre 1558.
Pag. 345, dopo la linea 17, aggiungasi:
Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva
al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come
v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni
prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi
ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al
governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in
fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo
circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di
cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al
duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi
andarsene e tornar al vomito.
Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non
vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si
confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero,
si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in
secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano
annullate.
Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma
essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure.
Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e
metterli in luogo sicuro.
Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto
delle popolazioni, ma per volontà de' signori(1).
Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca
dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è
complice delle _abominevoli cose_ operatesi poc'anzi: è sospetto
d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i
gradini dell'altare(2).
(1) Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja.
(2) _Ibid._
Pag. 370, alla nota 27, aggiungi:
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre
Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di
Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra,
città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito
guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente;
mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere
al duca di Savoja, _salvo jure episcopatus_. Il duca aveva
intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i
suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far
capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione
del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se
nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il
duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa
desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc.,
e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di
buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro
Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono
occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o
dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra
restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per
l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un
vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e
il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire
a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra
più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il
quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia
alla Svizzera e alla Savoja.
Pag. 370, alla nota 28, aggiungi:
Beza (nel _Réveille-matin des Français_. Introduction, p. 12),
oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. _Vous
pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi
catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres
de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois
baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement
d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste
si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se
puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne,
auxquels il donne presque une semblable liberté._
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai
pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro
sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe
bentosto estirpata (CLAPARED et NOEFF, _Hist. du pays de Gex_).
L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato
per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo
arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai
Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi
venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero
bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai
cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta
ducati per cura».
Pag. 440, alla linea 2, aggiungi:
Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa
dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono
luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non
avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria:
non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero
laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma
senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami
contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi
ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso
che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro
adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per
monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le
cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa
alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il
numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di
giudizj, ma in via economica.
Francesco III ecc.
Pag. 468, alla linea 5, aggiungi in nota:
Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di
Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì,
abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve
convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti,
cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò _Brevi
schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini
professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di
frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni
di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di
Bivio_: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue
citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che
pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla
parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il
cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che
il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura
fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo
tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai
santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e
mortali.
Vanno sullo stesso andare i _Brevi avvertimenti sulla solenne
concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino
da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo._
Scoglio, Gadino.
_Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc.
denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura
da Coccaglio cappuccini._
Pag. 471, lin. 18, aggiungi in nota:
L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours
compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII.
Pag. 558, alla nota 6 sostituiscasi questa:
Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il
suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a
Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza
toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per
l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro,
anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato
di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a
principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del
rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore.
Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio
rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità,
ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano
avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè
obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che
per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di
lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità
d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e
diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi
favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi
fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli
fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle
istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana
e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le
persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe
Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi
vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati,
non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi
seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi
dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei
conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio
dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della
filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo
doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il
male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non
amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807).
E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a
far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i
conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non
importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento
per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun
dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24
maggio).