Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus

Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa

quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi

assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie

invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac

spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum

periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus

sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum

Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo

christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis

viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra

dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso

nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus

debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant,

congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis

et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut

accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ

plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes

puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator

ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua

erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate

apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et

mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et

seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares,

cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis

exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles,

hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium,

consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito,

persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque

deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum

exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere

auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus

examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu

ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter

nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra

hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi

causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis

veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit

hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ

constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias

pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque

perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac

mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint,

tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine

periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica

labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo

christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ

sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non

expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam

juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a

toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias;

mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus

nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis

ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti

fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam

auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus

præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et

sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus

constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque

indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu

simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis

plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet

concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa

nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum

esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic

facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

_A tergo._ Dilecto filio Jo. Baplistæ Spetiano cæsareo senatori,

ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

_Nota, tutta di pugno del Vida:_ — Si è facto questo schizzo per

instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

Pag. 54:

_Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che

esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati

formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico

Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a

que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa

nel nostro racconto._

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa

Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in

Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua

ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a

quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi,

sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le

sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior

frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue

idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano

delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma

vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le

positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i

numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene

eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il

pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto

superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte

e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau

ambasciadore di Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo

rimunera con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte,

Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo

invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo

che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno

dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano

lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver

religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che

allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e

che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva

indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio

1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia,

furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a

Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua

vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla

fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a

moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto

cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo,

infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive

e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè

dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima

dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel

che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o

parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole

nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in

tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto

contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le

costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più

eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu

consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia

nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da

quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che

si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non

uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che

atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città

superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto

vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico

di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo

di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal

Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia

ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella

_Storia degli Anni Santi_, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si

hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de'

Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la

condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia,

scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di

Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a

Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra:

arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si

trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato.

L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato

guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma

preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che

dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. _Et tamen sicut is

non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus

decipiendus._ Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che

vorrebbe punirsi _majoribus remediis quam cartaceo igne_. Sarebbe

stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra

il Bruno e il Campanella, col titolo _Zwei Martyrer der

Wissenschaft_.

Pag. 72, lin. 7 aggiungi, _relativamente al Vanini_:

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con

principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione

della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi

sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome

cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è

certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento

crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo,

anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo

schiavo l'intelletto in ossequio della fede»(1).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera

fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge:

«Sempre salve le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci,

Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie

prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi

inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per

aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale

nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense

e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto

conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima

volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la

quale è il principio del movimento(2).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il

diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette

due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra,

contro la volontà di Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e

podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far

Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà:

onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione

poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più

sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse

simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto

soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non

differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno:

essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu

eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o

contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di

parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua

eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione(3).

(1) _Amphit._, pag. 164.

(2) _Dialoghi_, lib. VI.

(3) _De arcan. naturæ Dial._

Pag. 73, lin. 4, leggi:

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al

parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare

ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto

nell'_Histoire tragique_ dice che fa rivivere l'abominevole libro

dei _Tre impostori_.

Pag. 79, la nota 37 si cominci:

Vedasi _La vie et les sentiments de Lucilio Vanini_. Rotterdam

1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale,

nella _Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps_,

comincia a parlarne con queste frasi: _Les deux plus nobles

exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement

que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée

d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére

fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé

sespérè... homme de néant... mechant bellistre_, e dopo infinite

altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al

re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi:

per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella

_Apologia pro J. C. Vanino_, stampata a Rotterdam 1712, si

risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da

un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella _Historia Galliæ ab excessu Henrici

IV_, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio

oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il

sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che

moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile,

spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò

di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non

potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più

spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del

suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza

umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma

_quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine

prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque

conspicitur_: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e

solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna

nella vecchiaja. Vedasi pure SCHRAMM ecc.

Pag. 100, alla linea 6 ultima, aggiungi:

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi,

de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale,

firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di

comune consentimento da le chiese che sono disperse per la

Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una

prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le

calunnie che gli sono imputate. Ed è _de la stampa di Gio. Batt.

Pinerolo a Ginevra_».

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare

Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della

fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico

Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno

Italia mia, se quel secondi, or volta

Da le mondane a le celesti tempre.

Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:

Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,

E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema

«l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in

quello della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si

stamparono _I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni

Diodati_, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli

Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta

salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel

1683 a Ginevra apparvero _Cento salmi di David tradotti in rime

volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico

di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme

col canto_. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta,

di _Giovanni Diodati di benedetta memoria_. L'epistola proemiale,

colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione,

dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle

adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e

santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi

sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così

per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una

confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il

tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una

chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i

_Salmi_ secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la

versione _ên lingua piemonteisa_.

Pag. 104, lin. 24, aggiungi in nota:

La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del

Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è

notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire

d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro

Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di

Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena.

Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel

1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca

d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di

Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone

cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe

Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel

1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni

Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

Pag. 109, alla nota 15, aggiungi:

J. GABEREL, _Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de

la reformation jusqu'en 1815_. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

Pag. 197, alla nota 2, aggiungi:

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai

Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi

perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non

si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la

convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli

animi dal funesto veleno (_Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio

di Venezia_). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per

andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene

mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi,

che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse

ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo

pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere

delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore

cesareo, nel leg. 1308 dei _manuscritti negozj di Stato_

nell'Archivio di Simanca.

Pag. 199, alla nota 16, aggiungi:

Nella _Semaine religieuse_ del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal

signor Eugenio de Buddé una _Brève relation de mon voyage à Venise

en septembre 1608_, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da

amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un

Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a

venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà

una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e

produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche

pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo

sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso

dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del

desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i

semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti

potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la

traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un

francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto

grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si

desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première

roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva

dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui,

«se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de

vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple

Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un

pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano

desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben

dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso

sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une

si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur

d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute

exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard

et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore

e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e

gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato

dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli

avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la

necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e

così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio

de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre

ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si

vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a

queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che

affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo

di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le

deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene

informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato,

tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della

nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger

libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le

Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è

legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador

veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000

Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne

nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti

senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare

di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva

tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle

sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli

ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e

maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente

opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima

satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti

fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir

buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e

stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto

luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco

come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese.

È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a

Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio

dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai

Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du

Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò

sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà

Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il

messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò

sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò

che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè

il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i

principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne

ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non

iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime

irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha

scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti

l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre

particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco

i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di

veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso

XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere

classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti.

Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al

parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di

frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con

affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva

e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di

calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le

interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che

tradurle in modo piano.

Pag. 205, alla nota 39, aggiungi su frà Paolo:

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi

servita teologo e consultore della serenissima repubblica di

Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi

in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di

Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio,

1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere

latine e italiane.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 98 / 101 段