Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto

l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de'

giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione,

nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed

eretico, che avea composto un libro _Fiore Novello_, pieno

d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro

dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567

Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano,

Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi,

e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al

settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568

Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore

della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579

Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu

impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel

79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per

eresia.

Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette

anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed

essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede,

si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si

facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad

esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò

piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò

un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio

benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni

l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in

grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli

homini. _Requiescat in pace. Amen_». Così finisce la relazione che

se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).

(1) _Un Auto da Fè in Bologna..._ pubblicato da M. G.;

Bologna 1860.

Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:

Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli

eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per

esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel

suo statuto antico mette per articolo 1:

_Della fede cattolica._

«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e

al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la

eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e

ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».

Pag. 435, linea 29, aggiungi:

_Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro

gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che

cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di

Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci

dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre

intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti_ (In

Vinegia, Giolito 1562).

Pag. 470, lin. 23, leggi:

tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo

Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione

d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo

Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.

Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:

Giovanni Antonio Pelligatti (_Annali di Lucca_, manuscritto

nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se

trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole

invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi

in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi

coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei

Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo

gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando

ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando

quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per

essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga

dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla

santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti

opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già

perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».

Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160,

cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel

Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de'

segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola

vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti

delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha

ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti

di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed

Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi,

presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il

cui titolo è _Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola

vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra_, con

le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito

le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto

libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi,

abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano

stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato

come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti

Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati

con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con

il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale

navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non

ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero

preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che

possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati

esibiti che sei».

I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare

essi libri al vescovo, _il quale_, dicesi nel memoriale predetto,

_ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se

li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne

avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della

Repubblica_. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte

propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della

sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare

qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro

sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della

giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la

lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo

quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con

la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene

del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato

non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone

separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza

verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti

delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla

santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».

Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era

stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior

Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano

del boja sulla pubblica piazza di San Michele.

Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:

Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu

capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal

Gaberel nel vol. I _Pièces justificatives_, p. 212. Fra questi

documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al

Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi.

_Nous avons avisé_ (dice il re) _de vous faire la plainte, pour

vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles

et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui

sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette

façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons

aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection,

sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les

susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par

deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher

les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et

affection que vous nous portons, nous serions bien marry._

Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:

Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo

Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo

testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo

cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e

i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio

onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo.

Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per

i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge

Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al

Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue

suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p.

481).

Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici,

allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo

bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.

Pag. 479, lin. 39, aggiungi:

vedi il nostro Discorso XLIII.

Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati:

profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e

la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata

delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota

francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece

un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia

divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole,

lo piglia con una mano di ferro».

Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran

chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi

pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano

un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano

nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli

atti e la tolleranza delle opinioni.

Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:

Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in

relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei

Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi

mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna.

S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa

meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la

lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto

in punto di fede.

Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:

Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di

greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi

ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668

fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta

penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente

di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi

Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in

Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni

con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, _Motivi

della conversione del Minutoli_, ove contro i pastori di Ginevra

adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e

fece rumore assai in que' giorni.

VOLUME III

Pag. 50, alla nota 2, aggiungi:

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la

regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il

cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di

Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono

cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor

cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam

Psallianorum(1) hæresim, improborum quorumdam scelere nostris

temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont.

Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens,

occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater

amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e

religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum

patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi

pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum

fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas

an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis

animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et,

si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia

vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo

clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque

habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in

gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam

primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi

ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad

te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter

scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam

rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ,

calendis febr. MDXXXVIII.

Tui observantissimus famulus

Hier. Vida, Albæ episcopus.

(1) Degli Psallj o _Precatores_ parla il Macri nello

_Hierolexicon_.

Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello(1)

secretario secreto di Nostro Signore.

In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici

vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia,

che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro

signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto

esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo;

e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi

giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto,

et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni

predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire

predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso

d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli

christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni

Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di

justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla

fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere

obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà

di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà

che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo,

imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse

fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma,

dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede

che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto

pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi.

Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione

sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è

per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno

questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono

alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei

catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e

che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse

precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di

far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento.

Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte

volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una

volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo

di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina

al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che

prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di

condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che

la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate

capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in

Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo

male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia

di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse

una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo

d'Innocentio IIII in _Concilio Lugdunense_ fu fatta contra quelli

i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el

detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso

tal delitto, come inimico della religione christiana fusse

diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza

altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi

pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche

sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese

honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi

predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa

pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse

electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona

fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere

executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron

relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi

per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare

in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in

queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare

huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di

sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et

capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità

et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione

dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria

reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal

facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu

di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o

tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico,

ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà

se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo

sia aretino)(2), il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in

Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi

predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma

scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non

bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male

sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento

predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a

demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a

tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse

lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente

depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per

soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non

procurassi per qualche via queste cose tanto periculose

pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse

opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria

vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et

illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui

signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne

opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse

comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste

cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè

presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere

quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo

della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta

sede, m'hanno spinto a ciò fare.

Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et

illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria

vostra.

In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor

Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio

agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e

reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur

queste cose a sua beatitudine.

Di vostra signoria

servitore

Hier. Vida, vescovo d'Alba.

(1) Marcello Cervino, che fu poi papa.

(2) Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel

1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli _Annali

dei Servi di Maria_ al tom. II, pag. 131 dell'edizione

lucchese del 1721.

Segue la bozza d'un _Breve_, che il Vida proponeva alla Corte di

Roma.

Paulus PP. III.

Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 97 / 101 段