Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione
dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere
l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il
Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via
luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio
per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha
soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un
debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo.
Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su
voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo
superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera
che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro
letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella
della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione.
Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri
in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale
umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La
predica ascoltate con umile spirito.
«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di
quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e
inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che
contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
VALDES. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti
più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori
quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
GIULIA. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà
cristiana?»
VALDES. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e
della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il
servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa,
nel suo _Abecedario spirituale_, chiamato così perchè
destinato a far conoscere gli elementi della perfezione
cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di
Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto
una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta,
incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale
istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli
alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e
scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi
feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e
finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio
malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante
nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero
in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi
come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad
avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili
trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo
scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra
me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra
nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva
non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il
pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con
le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più
tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente,
ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che
avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra,
quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali
due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza
invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo
trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi
costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le
vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non
saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e
solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non
posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo
di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora
senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero
e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà
verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto
meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella
religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da'
cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da
religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima
verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai
nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene
(dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve
sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli
strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti
in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna
vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si
vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa
cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento
della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi,
allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla
fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta
preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le
tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a
tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che
ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi
siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di
Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo
perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de'
perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo
sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da
Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il
fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore,
al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è
intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa
persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è
stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda
che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa
divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di
Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che
nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva
desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel
mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto
maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo
amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro
primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da'
principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio,
ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il
nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da
voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di
non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella
accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate
voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui
dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente
v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che
s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino
nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale
accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde
molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne
seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la
malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza
della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per
voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa
dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da
voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi
par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia
stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo
avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione
che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre
dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual
cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte,
principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo
pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga,
quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel
cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che
predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a
sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato
in demonio.
Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona
chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel
santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più
vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere
come Pietro amaramente il peccato suo.
Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè
malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che
Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo
gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal
giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il
contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò
loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in
istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e
quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme
ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto
il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di
tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo,
Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno;
crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e
Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e
tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo
abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano
inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi
crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator
nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che
più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa,
perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si
credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci
aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare,
dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla
consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in
questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una
ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al
vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e
dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la
Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò
la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta
intiera ai presenti tempi.
Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura,
intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me
s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio
d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi
mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la
Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica
proprio, _Ecco, in quelle cose è la parola della verità_: ma noi
non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed
ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la
Chiesa anticamente ci ha insegnato.
Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa
cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di
che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità
in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto
più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa
della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non
sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa
vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse
non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà
vostra.
Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le
singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche
consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se
non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse
addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che,
se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della
persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi
consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete,
nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non
parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa
detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della
Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in
voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate
altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una
pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel
primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in
favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per
voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma
seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie
d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro
luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io
certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai
molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il
contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora
di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed
ajutarvi.
Di Roma alli XX ottobre MDXLII.
Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:
Nell'Indice tridentino è registrata: _Historia vera de vita,
obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri
et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris
Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam
restitutæ._
Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:
Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di
Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo
Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre
testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64
anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio,
la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a
Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.
Pag. 103, al fine, aggiungi:
Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della
Morata, _mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me
tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et
legavit collectas_, dà a questa regina le più smaccate e retoriche
lodi. _Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ
religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa
perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas
tua facile judicabit._ Ricorda d'aver egli fatto menzione della
regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a
re Eduardo i commenti alle Filippiche.
La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo.
Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato
gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai
traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che
farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà
alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè
s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro
bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò
quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse
l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di
esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper
la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna
avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo
fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato
la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e
offre mandarle libri cristiani.
Ha pure molte lettere a Celio Curione.
Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:
Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero
davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato
ridendo, _et coram Cæsare_ girava il capo continuamente qua e là,
alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di
quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno
existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de
_Spiritu Sancto_; tuttavolta ha perso in ogni modo molta
riputazione della opinione prima».
Pag. 112, si levino le linee 4-10.
Pag. 114, lin. 31, pongasi:
Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in
Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545,
nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di
Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione
vescovile. Nella _Ritrattazione_ descrive egli per filo e per
segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il
battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la
consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il
movevano a pietà, dappoi a scherno.
Ritiratosi alla patria ecc.
Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota
(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550
scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico
fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio
stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso
suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di
sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente
fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a
quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro
importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che
debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che,
senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta
ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se
riesce.
(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si
soggiunga):
Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e
del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si
fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si
stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi
a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare
l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio,
furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di
là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri
cattolici.
Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:
Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri
carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei _Carmina poetarum nobilium
Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita_, Milano 1561, vi sono degli
esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza,
aventi per ritornello:
Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,
e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.
Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:
Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza
della costui conversione è curioso testimonio una lettera del
nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21
febbrajo 1539:
«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra
signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto
mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove
si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di
modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la
buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta
testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta
d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza
grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il
più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari,
è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual
conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio,
non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar
il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e
dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più
quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima
persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero
stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta,
Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede
apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca
Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio,
ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque
specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi
par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva
che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo
Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non
esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo
concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse
concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle
altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati
gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (_Archivio
vaticano, Nuntiatura Germaniæ_, VIII).
Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid
1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare
negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E
prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del
Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de
Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo
podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima
vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.
Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:
Più curioso è l'_Index librorum prohibitorum et expurgandorum
novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc._
Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che
dagli autori devono espungersi o correggersi.
Pag. 307, nota 23, aggiungi:
Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma
l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. _Cedet in publicam
utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et
doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui
morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et
temeritatis accusares._ Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.
Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:
(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo
V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo
Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena,
prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i
Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi
abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere
del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa
bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai
confratelli della società della Croce, e sta nel volume _Bullarum
et privilegiorum etc._
Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e
nominatamente un'_Opera contro le perniciosissime heresie
luterane_, di frà Giovanni da Fano; 1532.
Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:
Sul Mollio da Montalcino vedi _Zeitschrift für das gesammte
lutherische Theologie und Kirche_, _von_ BUDELBACH _und_ GUERICHE.
Anno 1862.
Pag. 343, lin. 2, leggi:
fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse
bruciato, avendo fatto ecc.
Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;