Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza

dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino

furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal

panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della

Provvidenza, dice: _Creata dicitur, cum omnis virtus numinis

virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per

illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo

subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus

exhibetur._ E non intende solo dell'universalità di Dio come causa

prima, poichè soggiunge: _Cum autem infinitum, quod res est, ideo

dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat

extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac

solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse._

Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo,

che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la

necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo

incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla

legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il

ritornar di tutti gli uomini a Dio.

Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;

Anche Ulrico di Hutten scriveva: _Atqui non sum luthericus, verum

magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla,

dialog._). E ad Erasmo: _Jam palam clamant isti omnium horum

auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse._

Pag. 353, alla nota 46, premettasi:

Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani

italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto,

Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo,

Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don

Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il

papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo

nipote cardinale ecc.

Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:

Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella

Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di

Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il

suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare

la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto

all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto

credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla

sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi.

Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi,

non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo,

che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del

cattivo.

Pag. 373, alla nota 3, inserisci:

Luigi Gradenigo, ambasciadore veneto a Roma, nella sua relazione

del 1523, dice che Adriano fu eletto dopo un'orazione in lode di

esso, recitata dal cardinale Cajetano, il quale mostrava come non

potesse scegliersi uno di vita migliore. Anch'egli attesta lo

stupore successivo de' cardinali, ed è persuaso che rimarrebbe in

Ispagna, anzichè venire a Roma.

Pag. 374, alla nota 19, aggiungi:

Intorno ad Adriano VI molto si occupò, e in senso ostile, il

signor G. A. Bergenroth nella recente opera _Calendar of State

Papers, relating to the negotiations betwen England and Spain,

preserved in the Archives of Simancas and elsewhere_. Londra 1867.

Il secondo volume comprende gli anni 1509-1525. Vi sono le

trattative per far papa il famoso Wolsey e quelle pel divorzio di

Enrico VIII. Un contemporaneo, riferito dal Bergenroth, dice di

Adriano: _Quamvis simulatione ingenii et errore hominum ad

pontificatum obrepsisset, tamen, si ejus in privata vita doctrinam

et eminentem, quam quotidie sacris faciundis ostentabat,

religionem spectes, inter optimos antistites haberi poterat.

Sicuti contra, si post adeptum pontificatum ejus avaritiam,

crudelitatem, ac principatus administrandi inscitiam

considerabimus, barbarorum quoque quos secum adduxerat, asperam

feramque naturam, qui sine ingenio et humanitate erant,

intuebimur, merito inter pessimos pontifices referendus videtur._

Pag. 375, alla nota 29, aggiungi:

Trattavasi dunque della difesa, non solo del dogma ma dell'intera

società, e ciò darebbe spiegazione delle istruzioni che il

Campeggi stesso presentò all'imperatore, e che il Ranke dice avere

trovate in una biblioteca a Roma. Gli insinuava in quelle

d'adoprar promesse e minaccie e alleanze con principi cattolici

onde restaurare la fede: e «quando alcuni perseverino nella

diabolica via, metta mano alla vanga di ferro per isvellere dalle

radici la pianta velenosa. Quel che più monta è di confiscare i

beni dei pertinaci, e mandar buoni e santi inquisitori, che con

somma diligenza ne cerchino ogni avanzo, e procedano contro di

essi colle norme che in Ispagna si praticano coi Marrani. Sia

scomunicata l'Università di Wittenberg, e dichiarati indegni de'

favori imperiali e papali quei che vi compiono gli studj. Si

mandino al fuoco i libri d'eretici; nessuno di questi sia

tollerato alla Corte; i frati disertori siano rimessi ne' loro

conventi. Ma sopratutto fa mestieri di vigorosa esecuzione:

quand'anche la maestà vostra non colpisse che i principali, ne

trarrebbe molto denaro, ben necessario per guerreggiare i Turchi».

Vedi LEOP. RANKE, _Deutsche Geschichte im Zeitalter der

Reformation_. Berlino 1852, tom. III, pag. 186, e _Die römischen

Päbste_. Berlino 1854, tom. I, p. 112: tom. III, p. 27.

_Instructio data Cæsari a. r. Campeggio_. Il Ranke crede autentica

quell'istruzione, e in fondo essa mira solo a colpir i principi

ribelli in quello ove peccavano, cioè nell'usurpazione dei beni

della Chiesa, col titolo di osteggiare i Turchi. Ai 10 giugno 1530

Carlo V entrava in Monaco, e fra altre feste, furono rappresentati

Ester e Assuero, Tamiri e Ciro, Cambise. Il Campeggio disse

all'imperatore che quei fatti «potrebbero applicarsi agli eretici,

contro i quali, se non vorranno la pace di Dio, si userà la verga

ferrea». E l'imperatore rispose che «non col ferro ma col fuoco

era mestieri castigarli» (Ap. LAEMMER, _Mon. vat._, p. 38). Cioè

l'imperatore credea necessario un rigor maggiore che non la verga

ferrea, che non la punizione legale, giacchè di questa, non di

uccisioni intendeva il Campeggio. Certamente la lettera circolare

che l'imperatore, d'accordo col papa, stese a Bologna per

convocare la dieta d'Augusta, è tutta dolcezza e studio di

concordia.

Vero è che altre volte il Campeggio esortava a sveller l'eresia

con ogni modo. «La cattolica maestà vostra si disponga di voler al

tutto estirpar queste eresie... Ed in questa gloriosa, santa, e

ben veramente cattolica impresa... mostrerassi a tutto il mondo,

siccome è col nome, così eziandio esser nelle operazioni sue vero

ed indubitato successore di quel Carlomagno, del quale, fra le più

magnanime imprese ancora risuona la fama della espugnazione che

fece delli Sassoni, con la quale fu stabilita allora la santa e

cattolica fede». _Parere del legato Campeggio_ apud LANZ

_Staatspapiere_, pag. 49. Ed al Campeggio scriveva il cardinale

Salviati: «Sua santità giudica il medesimo che lei, che la parte

infetta di Germania possa mai sanarsi se non con ferro e fuoco, e

quando sua maestà cesarea si risolvesse di pigliarla per tal via,

sua beatitudine dal canto suo non è per mancare d'ajutare la

maestà sua con tutto quello che potrà» (13 luglio 1531, ap.

LAEMMER).

Fra le ragioni che il papa adduceva per non ajutare di denari

quelle guerre, era l'essersi esausto per le somme che avea date

all'esercito imperiale acciocchè non saccheggiasse Firenze dopo

l'assedio.

Sui maneggi d'allora buoni indizj reca Giuseppe De Leva nella

_Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia_, che si

pubblica ora a Venezia per fascicoli.

È notevole che Melantone, al congresso d'Augusta, asseriva

trattarsi solo d'_una leggiera dissomiglianza di riti_ (la

confessione particolareggia il matrimonio de' preti, la messa

privata, il calice ai secolari), ma i nostri capivano che la

quistione era se le istituzioni ecclesiastiche fossero d'origine

divina o di umana.

Pag. 381, alla nota 7, premetti:

Versi in appendice al libro di Lorenzo Humfred, _Johannis Juelli

Angli vita et mors_. Londra 1573, ove pure si legge:

_Prædicet assiduo divinum Martyra Tuscus,_

_Calvinumque suum Gallia in astra ferat._

(Va trasportata in questa nota la 3 del Discorso XXIX).

Pag. 399, lin. 32, in nota aggiungi:

Gl'intendimenti del Flaminio appajono da questa lettera alla

signora Teodorina Sauli.

«L'affezione che porto a vostra signoria per l'amore ch'ella porta

a Gesù Cristo nostro Signore mi fece scrivere quella che le

scrissi. Ma se io fui presuntuoso ed arrogante, vostra signoria è

tanto più umile e modesta pregandomi ch'io le insegni a edificar

sopra quel fondamento che si contiene nella mia... Tre cose so per

qualche esperienza che giovano sommamente alla edificazione della

vita spirituale. E sono: l'orazione mentale, l'adorazione

cristiana e la meditazione. Per orazione mentale intendo un

desiderio fervente d'impetrare da Dio alcuna cosa: e le cose le

quali principalmente dobbiamo desiderare d'impetrare da Dio sono

la fede, la speranza e la carità; e perchè l'uomo può sempre

desiderare, per conseguente può sempre orare, come ci esorta san

Paolo che facciamo. La fede cristiana consiste nel dar credito a

tutte le parole di Dio, e in particolare all'Evangelio di Cristo.

L'Evangelio non è altro che la felicissima nuova, che hanno

pubblicata per tutto il mondo gli apostoli, affermando che

l'unigenito figliuolo di Dio vestitosi della nostra carne, ha

satisfatto alla giustizia del suo eterno padre per tutti i peccati

nostri. Chi crede questa felicissima nuova, crede l'Evangelio, e

dando fede per dono di Dio all'Evangelio, si parte dal regno del

mondo, ed entra nel regno di Dio, godendo del perdono generale;

diventa di creatura carnale, creatura spirituale; di figliuolo di

ira, figliuolo di grazia, di figliuolo di Adamo, figliuolo di Dio;

è governato dallo Spirito Santo; sente una giocondissima pace di

coscienza; attende a mortificare gli affetti ed appetiti della

carne, conoscendosi morto col suo capo Gesù Cristo; attende a

vivificare lo spirito, e a vivere una vita celeste, conoscendosi

resuscitato col medesimo Gesù Cristo. Questi e altri stupendi

effetti fa la fede viva nell'anima del cristiano, e per ciò

dobbiamo sempre instare con l'orazione al signor Dio che ce la

doni e ce l'accresca, se l'abbiamo. La speranza cristiana consiste

nell'aspettare con pazienza e con desiderio e allegrezza continua,

che Dio adempia in noi quelle promesse ch'egli ha fatto a tutti i

membri del suo diletto figliuolo, promettendo di farli conformi

all'immagine gloriosa di lui, il che sarà adempiuto quando, fatta

la resurrezione de' giusti, saremo glorificati nell'anime e nei

corpi. Chi ha questa speranza grida sempre col cuore, _Adveniat

regnum tuum_: il qual regno allora verrà perfettamente, quando

Gesù Cristo, dopo il giudicio universale, consegnerà il regno al

suo eterno padre. La carità consiste nell'amare Dio per se stesso,

ed ogni cosa per Dio, dirizzando tutti i pensieri, tutte le parole

e tutte le operazioni a gloria di sua divina maestà. La qual cosa

non potrà mai fare chi non crede all'Evangelio, e chi non gusta

colla speranza i beni della vita eterna. Adunque il cristiano dee

vivere in un continuo desiderio che Dio gli accresca la fede, per

la quale si conosca giustificato, e fatto figliuolo di Dio per li

meriti di Cristo; che Dio gli accresca la speranza per la quale

aspetti con desiderio la risurrezione de' giusti; che Dio gli

accresca la carità, per la quale ami Dio con tutto il cuore,

odiando l'amor proprio, fonte d'ogni peccato. La carità sostenta

la fede e la speranza, perchè l'amore fa che l'uomo creda e speri

facilmente. La speranza della vita eterna fa che il cristiano non

si curi della vita presente, e per conseguente è modesto e umile

nelle prosperità, e forte e paziente nelle avversità. La fede viva

ci mantiene incorporati in Cristo, e per conseguente vivificati

dallo spirito di Cristo, il quale è spirito fecondissimo, e perciò

nell'anima del vero cristiano produce frutti dolcissimi, come è la

carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la

mansuetudine, la fedeltà e la speranza. L'anima, che si sente del

tutto sterile di questi ed altri simili celesti frutti, tenga per

fermo che non ha in sè lo spirito di Cristo, e chi non ha lo

spirito di Cristo non è di Cristo, come dice san Paolo.

«L'adorazione cristiana consiste in spirito e verità, e allora il

cristiano adora in spirito e verità, quando si umilia sotto la

potente mano di Dio, benedicendo il suo santo nome in ogni tempo,

e ringraziandolo di ogni cosa sì avversa che prospera, tenendo per

certo che niuna cosa gli avviene senza la volontà di Dio. Con la

quale volontà conformando la sua, il cristiano viene ad unirsi con

Dio, e diventa uno spirito con essolui, e gode una tranquillissima

quiete, sicuro da tutti i tumulti ed errori del mondo: perciocchè

vengano pur sopra di lui le infermità, la persecuzione, la

povertà, la perdita de' figliuoli, e tutte le altre avversità, che

egli le riceve con la faccia allegra e serena, sapendo che vengono

per volontà di Dio, la quale egli ha fatta sua, volendo tutto quel

che vuol Dio, il quale usa di purificare nella fornace delle

tribulazioni le anime de' suoi eletti, conducendogli alla felicità

del paradiso per quella medesima via che condusse l'unigenito suo

figliuolo Gesù Cristo.

La meditazione consiste nel pensare a Dio e alle sue perfezioni, e

ai beneficj, i quali dalla sua onnipotenza, sapienza e infinita

bontà sono comunicati liberalissimamente a tutte le creature, e

particolarmente a veri cristiani, e consiste nel pensare a Gesù

Cristo passibile e mortale, a Gesù Cristo impassibile e immortale.

In Gesù Cristo passibile e mortale considera il cristiano

l'umiltà, la mansuetudine, la carità, l'obbedienza a Dio,

l'estrema povertà e le continue ignominie e persecuzioni, le quali

finalmente l'uccisero acerbissimamente sul legno della croce.

Questa cose considera ogni giorno il vero cristiano per imitare il

suo maestro, per diventare umile, mansueto, amorevole, obbediente

a Dio, per vincere la vergogna del mondo, per essere paziente e

costante nelle tribolazioni, e pigliare la sua croce ogni giorno,

e seguire arditamente il suo signore. In Gesù Cristo impassibile e

immortale e glorificato, considera il cristiano, che egli per la

sua obbedienza è stato esaltato da Dio ad un'altissima sublimità,

e ha acquistato un nome, che è sopra ogni altro nome: considera

che egli è nostro pontefice, perciocchè intercede ogni ora per

noi; che è nostro Signore, perchè ci ha redenti e comperati col

suo preziosissimo sangue: che è nostro re, perciò che ci governa

col suo spirito santo, così nelle cose temporali come nelle

spirituali; che è nostro capo, perciocchè, siccome dal capo umano

discende una virtù che dà vita e sentimento a tutto il corpo, così

da Cristo glorioso discende ne' suoi membri mistici una virtù

divina, che li mistifica d'una vita sempiterna, e gli empie di

doni e sentimenti spirituali e celesti; considera che egli ci

porta un infinito amore; che ha più cura di noi che non abbiamo

noi medesimi; che copre con la purità e perfezione sua tutte le

nostre imperfezioni; che abita col suo spirito nelle anime nostre,

e che finalmente ci farà abitare seco in paradiso, glorificandoci

a immagine della gloria sua. Chi sarà colui che, considerando

queste cose stupendissime con fede, non abbruci d'amor divino? che

non s'innamori ardentissimamente di Dio e di Cristo? che non

giudichi, e tenga per un vilissimo fango tutti gli onori, tutte le

ricchezze, e tutti li contenti e piaceri del mondo? che non

consacri l'anima sua e il corpo suo al suo Dio e a Cristo?

Signora mia, pensate sempre a Dio e a Cristo, e viverete una vita

celeste in terra, vedrete in ogni cosa Dio e Cristo, farete ogni

cosa per gloria di Dio e di Cristo, e amerete ogni cosa per amor

di Dio e di Cristo.

Signora mia, in Cristo osservandissima, per obbedirvi mi son

condotto presuntuosamente a parlare delle cose spirituali, nelle

quali mi conosco poco esperto: ma siami conceduto di errare per

questa volta; per l'avvenire cercherete persone sufficienti a

tanta impresa, e lascerete stare me nel mio silenzio, pregando il

signor Dio che mi dia orecchie da udire quello che egli parla

secretamente al mio cuore. Prego sua divina maestà, che vi faccia

sempre orare, adorare e meditare ad onore e gloria sua».

In Napoli il giorno XII di febbrajo MDXLII.

Pag. 414, alla linea 9, aggiungi:

Michelangelo e Vittoria Colonna consolavansi della lontananza

scrivendo, ma ella gli mandava di frenarsi, «chè, volendo

continuare con tanto calore, io mancherei di stare la sera con le

suore nella cappella di Santa Caterina, e voi di andare di

buon'ora a lavorare a San Pietro: e così l'una mancherebbe alle

spose di Cristo, l'altro al suo vicario».

La frase non è d'eretica a eretico.

Pag. 416 in fine, aggiungi in nota:

È rimasto fra' nomi più esecrati Fabrizio Maramaldo, l'uccisore di

Ferruccio. La marchesa di Pescara scrive al principe d'Orange una

lettera, ove esalta le virtù di Maramaldo, «malgrado che le

cattive informazioni che oggidì usano possano far dubitare a

vostra eccellenza esser possibile cosa, remota da ogni

possibilità»: attesta che il fu suo marito ne sperimentò molte

volte le virtù, sincerità e fede, e parrebbele strano che la

candida fede d'un tal cavaliere, affinata per tal mano, la malizia

d'un tristo potesse offenderla.

Pag. 425, alla nota 18, aggiungi:

Le lettere del Flaminio, del Vergerio, d'altri sospetti d'eresia

trovansi nella prima edizione di Aldo, e anche nella seconda fatta

in Venezia il 1549 con privilegio di Paolo III: ma nelle

successive sono levate, è perfin taciuto il nome di siffatti

ogniqualvolta ricorra in lettere altrui.

Pag. 426, alla nota 24, aggiungi:

Nel pubblicare le lettere del cardinale Polo, il cardinale Querini

non conobbe le molte che stanno nell'archivio de' Frari a Venezia;

349 delle quali sono scritte fra il 1548 e il 1558, con molte

altre indicazioni relative alla storia inglese d'allora. Vedi

_Report upon the documents in the archives and public libraries of

Venice_, by THOMAS DUFFUS HARDY ecc. Londra 1867.

Pag. 427, alla nota 26, aggiungi:

Durante quella guerra, il cardinale Farnese incaricò Brunamente

Rossi, governatore d'Orvieto, di visitare spesso la marchesa di

Pescara, in aspetto per onorarla, in fatto per ispiarla. Il 1

aprile 1541 egli scriveva al cardinale: «Non sono mancato, nè

mancherò di visitare la signora marchesa con quella maggior

gratitudine che sia possibile, in nome di vossignoria

reverendissima ed illustrissima. La quale, tanto in parlare,

quanto nelle altre azioni sue, si dimostra tanto devota e

affezionata di nostro signore e di vossignoria reverendissima ed

illustrissima quanto si possa. Sua Eccellenza si è rinserrata nel

monastero di San Paolo, sola con due serve. E due servitori tiene

di fuori, che la provvedano di quanto le fa mestieri. E vive con

quella religione che soglion vivere le persone di santa e onesta

vita».

VOLUME II

Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:

Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle

Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col

reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione

spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e

che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi:

molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare

l'accusa.

Pag. 11, mettasi in nota:

Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel

secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci

e guasti l'Italia, e intanto

Non vede i danni suoi, nè a qual periglio

Stia la verace santa fè di Cristo

Che (colpa io so di cui) negletta more.

Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:

O messaggier di Dio, che in bruna veste,

L'oro e i terreni onor dispregi tanto,

E nei cor duri imprimi il sermon santo

Che te stesso e più 'l ver ne manifesta.

Il tuo lume ha via sgombra la tempesta

Del core ove fremea, dagli occhi il pianto.

Contra i tuoi detti non può tanto o quanto

De' feri altrui desir la turba infesta.

L'alma mia si fe rea della sua morte

Dietro al senso famelico; e non vide

Sul Tebro un segno mai di vera luce.

Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al

quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.

Servo fedel di Dio, quel che divento

Allora è don delle tue voci sante.

Tu cui solo è dato

Spesso gl'infiamma (_i miei spiriti_) e lor mostra e rivela

Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.

In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro:

«Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena,

veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho

indirizzati due sonetti».

Pag. 18, metti in nota:

Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher

_Carl V und die teutschen Protestanten_ (Dusseldorf 1866) per

conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania

a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per

le contese con Paolo III.

Pag. 45, lin. 26, aggiungi:

Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle

prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni

Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al

palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze,

delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una

battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore

dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del

paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua

gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col

metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»

Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che

l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto

la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate

regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno

intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere

fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della

perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi

stesso.

Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano

alla perfezione.»

E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione

cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di

più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità,

che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre

son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna

per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la

carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede

intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio,

che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio.

Quando Cristo dice _chi crederà, fia salvo_, il discepolo che

crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».

Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede,

il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli

articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se

credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che

lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le

parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri

peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo

ha perdonato i miei peccati».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 95 / 101 段