Quel versetto dell'Apocalisse, c. XIV, 6, _et vidi alterum angelum

volantem per medium cœli, habentem evangelium æternum_, parve ad

alcuni significar un evangelo che surrogherebbe quel di Cristo:

sicchè, dopo l'età del Padre, in cui pontificavano i

padrifamiglia, verrebbe l'età del Figlio o del Nuovo Testamento,

col sacerdozio celibe e la vita attiva; da ultimo l'età dello

Spirito Santo, che comincerebbe al 1260, caratterizzata dalla

perfezione e dalla potenza della vita contemplativa de' cenobiti,

opposta alla splendidezza de' prelati.

Primo apostolo di quest'ultimo evangelo era stato l'abate

Gioachino. Se foss'egli un profeta, o un impostore o un visionario

è difficile determinare fra le tante tradizioni che lo resero

legendario: certo gli scolastici non osarono attaccarlo finchè

visse: potè francamente rimproverare i traviamenti della Chiesa,

divenuta feudale; gli errori in cui cadde sulla Trinità furono

riprovati solo nel 1215 dal quarto concilio lateranese, però senza

nominare quell'abate, benemerito della Chiesa.

Fu tra i discepoli suoi che venerossi l'Evangelo eterno; ma il

testo essendone perduto, non possiamo che congetturare sopra

quanto ne dissero gli scrittori, principalmente un Concilio

d'Anagni ove gli errori ne furono condannati. Secondo loro,

l'Evangelo di Cristo non sarebbe stato perfetto, e dovea

surrogarsegli questo nuovo della vita contemplativa.

All'attuazione dell'antico Testamento presedettero tre

grand'uomini, Abramo, Isacco, Giacobbe, quest'ultimo accompagnato

da dodici patriarchi: al nuovo tre grandi, Gioachino, Giovanni

Battista e Gesù Cristo, accompagnato da dodici apostoli:

all'eterno presederanno tre grandi, l'abate Gioachino, san

Domenico e san Francesco co' suoi dodici seguaci. Nel 1200 fu

abrogato l'Evangelo di Cristo, che nessuno condusse alla

perfezione. Ora vi sottentrerà il nuovo. Nel 1260 s'avrà una

grande tribolazione, e l'Anticristo apparirà: poi dopo breve pace

avverrà nuova tribulazione, ancor più pericolosa perchè tutta

spirituale.

Così preparavasi una nuova religione; una riforma ben più radicale

di quella del XVI secolo, e non solo religiosa ma sociale,

abolendo la proprietà.

Alcuni gioachiniti avendo cominciato a spiegar questo Evangelo

nell'università di Parigi, que' dottori, meno ideali e più pratici

come sono i Francesi, se ne sbigottirono e lo fecero condannare

dai papi Innocenzo IV e Alessandro IV nel 1255, pur usando

riguardo ai Minoriti che l'insegnavano. Da ciò nacque che restasse

arcano il nome dell'autore, che i più credono Giovanni Burallo da

Parma, nato verso il 1209, entrato francescano verso il 1232,

professore a Bologna, a Napoli, a Parigi. Divenuto settimo

generale de' Francescani, volendo tra questi ripristinare la

stretta regola, visitò a piedi tutti i conventi, ove il suo rigore

gli procacciò nemici. Da Innocenzo IV spedito a tentar la

riconciliazione de' Greci scismatici, acquistò la stima

dell'imperatore Vatace, del patriarca, del clero, del popolo, ma

nulla conchiuse. Accusato di aderire alle dottrine dell'abate

Gioachino, fu nel capitolo generale di _Ara Cœli_ deposto, o

indotto a deporsi da generale, e gli fu surrogato san Bonaventura,

che ne fece fare il processo. Due suoi discepoli Leonardo e

Gerardo rimasero condannati in perpetuo al pane della tribulazione

e all'acqua dell'angoscia: per Giovanni intercesse il cardinale

Ottoboni, sicchè potette ritirarsi nel convento della Greccia

presso Rieti, ove visse trentadue anni. Ottenuto poi d'uscirne per

tornare ad apostolar in Grecia, a Camerino morì. Gli si

attribuirono miracoli e passò per beato, titolo confermatogli

dalla sacra Congregazione de' riti nel 1777.

Ma che l'Evangelo Eterno sia opera sua non pare. Di fatto a

principio era piuttosto una dottrina che un libro, sostenuta da

mendicanti Predicatori o Minori. A questi dunque fu attribuito il

libro quando comparve, ma i Predicatori lo ripudiarono, tanto più

che nessun di essi era indicato come autore. Ma fra i Minori si

nominò qual autore Gerardo da Borgo San Donnino, altri l'abate

Gioacchino, mentre Giovanni da Parma avrebbe fatti il _Liber

introductorius in Evangelium Æternum_. Probabilmente l'Evangelo

Eterno non sussistette mai, ma solo per esporne le dottrine si

fece quest'Introduttorio; ardito tentativo di consolidar la

dominazione degli Ordini mendicanti mediante una nuova religione,

perfezionamento di quella portata, dodici secoli prima, da

Cristo(1). E appunto Renan, nella _Revue des Deux Mondes_ del

luglio 1866, con ricchissima erudizione sostenne che il titolo

d'Evangelo Eterno davasi alle tre opere che mentovammo dell'abate

Gioacchino. L'_Introduttorio_ che epilogava le dottrine di questo,

spesso venne indicato come l'Evangelo Eterno, e sarebbe opera di

Giovanni da Parma o piuttosto di Gherardo da Borgo San Donnino nel

1254.

(1) Vedasi un articolo di DAUNOU su Giovanni da Parma, nel

tom. XX della _Histoire littéraire de la France_.

DOM GERVAISE, _Hist. de l'abbé Joachim_.

MEYENBERG, _De pseudo evangelio æterno_. Helmstadt 1725.

Pag. 135, alla nota 7, aggiungi:

Nella Biblioteca Magliabecchiana, Manuscritti, classe XXXIV, n.

76, esiste un libro di 121 carte, che taccia d'eresia le decretali

di Gio. XXII contro i Fraticelli; il processo e le proteste di frà

Bonagrazia da Bergamo, e tutti gli atti relativi alla quistione, e

a difesa da frà Michele, con moltissime particolarità anche di

persone. Incomincia:

«Questa è una parte degli articholi heretici tratti dalle IIII

decretali fatte contro alla povertà di Cristo e degli apostoli per

Giovanni di Caorsa detto papa XXII, riprovati.

È sempre violento, e per es.: «Nell'anno XIIII dello suo papato

ereticale fece un'altra costituzione, ovvero destituzione, ovvero

destruzione, la quale incomincia, ecc.

«Qualunque queste cose latamente e diffusamente saper desidera,

ricorra alle opere del venerabile padre maestro frate Michele, per

addietro generale dell'Ordine de' frati Minori, nelle reprobazioni

della prima, seconda, terza e quarta decretale: ed all'opera del

maestro Francesco d'Ascoli sopra la quarta decretale: e all'opere

del maestro Guglielmo Ocham sopra alla quarta decretale... ed

altro le quali esse feciono, delle quali queste poche cose tratte

sono: ma quivi più profondamente si trattano, et pruovasi e

mostrasi la verità, e riprovasi l'eresia e la iniquità (carte 21).

Segue un altro trattato della stessa materia;

«_In nomine Domini nostri Jesu Christi pauperis crucifixi et

gloriosi sancti Francisci._ Incomincia il primo motivo della

quistione nata nella corte di Avignone nel tempo di papa Giovanni

vigesimosecondo, della povertà di Cristo e degli Apostoli, e il

processo e l'ordine d'essa medesima quistione». E narra i fatti,

cominciando da frà Michele da Cesena. Son carte 62.

Segue la spiegazione d'un'omelia di Giovanni Crisostomo, ove si

rincalza sempre la pretesa eresia di papa Giovanni.

Dello stesso argomento è un altro manuscritto, già nella Palatina,

Cl. I, 6, di cui vedi PALERMO I, 221.

Contro i Fraticelli così scriveva il b. Giovanni Dalle Celle: «Voi

chiamate la Chiesa carnale, perchè usa lo ricchezze, e fate male;

imperocchè le ricchezze sono buone a chi le sa bene reggere e

governare secondo Iddio. Cristo non solamente ebbe discepoli

poveri, ma gli ebbe ricchissimi; e più fede trovò in un ricco

centurione, e più umiltà che in niuno del popolo d'Israele, e che

non trova sotto cotesti vostri cappucci pieni d'arroganza. E

acciocchè Cristo non mostrasse di riprovare le ricchezze, volle

istare in casa del ricco Zaccheo; e udendo come molto le

dispensava bene, il lodò, e non gli disse che le rendesse. Così il

ricco Nicodemo meritò di ricevere nelle sue braccia il santo corpo

di Cristo. Così il nobile decurione Giuseppe meritò di avere

Cristo nel sepolcro suo. Adunque non si debbe chiamare carnali

que' chierici che hanno le ricchezze, se le dispensano bene, come

dispensava Cristo quelle ch'erano messe nella borsa che Giuda

teneva; e come san Pietro dispensava quel prezzo, che gli era

messo a' piedi, delle possessioni che si vendevano; e come le

dispensava san Benedetto, luce del mondo, e san Bernardo dottore

santissimo. E la Chiesa di Dio, avvegnachè sia dall'oriente

all'occidente, nondimeno per dignità e autorità riluce ed e più

possente nella sedia di san Pietro, che in niun altro luogo. Onde

dice san Bernardo, che stando Cristo sul renajo, chiamò gli

apostoli; e tutti andavano a lui, ciascheduno in su le navicelle

loro, ma solo san Piero non andò con la navicella, ma andò per lo

mare; a significare ch'egli era generale pastore. E perciò la

Chiesa Romana è capo di tutto le altre, e principale sposa di

Cristo. E voi dite che grande falsità è appropriare al papa quello

che significa tutta la Chiesa, cioè l'arca; e dite ch'è arca di

vizj e non di Cristo. Oh eretico miserabile! tu fai ingiuria a

Cristo, bestemmiando la maestade e il vicario suo. Onde di voi

parla Giuda apostolo nella sua epistola, e dice: E' bestemmiano la

maestade! E tu fosti, o misero ardito, di bestemmiare colui ch'è

più che uomo? Con che coscienza il secolare può giudicare il

religioso, la pecora, il pastore, il cieco, l'illuminato della

santa scrittura, il morto il vivo? Morti gli chiama il Signore,

quando disse al discepolo: «Lascia sotterrare a' morti i morti». E

il salmo dice: «Come i morti del secolo». Non porre dunque mano

all'arca di Dio, cioè al sommo pontefice; e le stelle de'

religiosi (così chiama la Scrittura) non iscurare co' nugoli della

tua ignoranza e superbia.

«Or vediamo che segnali hanno i veri vangelisti. Disse Gesù: «In

questo conosceranno che siete miei discepoli (cioè veri

vangelisti) se voi v'amerete insieme». E ancora: «Di niuna cosa è

il mio comandamento, altro che dell'amore» a dimostrare che la

legge del cristiano e il vero vangelo, è l'amore. Ancora, il vero

vangelista è colui che sta nella comunione e unione della Chiesa e

de' suoi membri. E acciocchè questa unità fosse ne' veri

vangelisti suoi, Cristo orò al Padre più volte, e disse: «Padre,

conserva costoro nel nome mio, acciocchè siano una cosa come noi».

Ancora, per tutti coloro che dovevano credere in Lui orò per

questa unità: cinque volte priegò per questa unità, la quale voi

miseri avete divisa e squarciata. Adunque, questo è il vero

vangelo, amore e unità; delle quali virtù vi siete così

pericolosamente ispartiti. E la seconda parte, nella quale istà il

santo vangelo, si è la croce. Della quale Cristo parla, e dice:

«Chi vuol venire dopo me (cioè, chi vuol essere vero vangelista)

tolga la croce sua, e seguiti me». La quale croce voi fuggite

quanto potete. Che è croce? È una mortificazione della propria

volontà, e di tutti i sensi; e questa è la vera obbedienza. Di

questa dice san Paolo di Cristo: «Fu fatto obbediente infino alla

morte, e morte di croce». E Cristo di se medesimo dice: «Non venni

per fare la mia volontà». Ma voi dietro a Cristo portate una croce

con Simone Cireneo, per prezzo temporale; il quale è vanagloria,

prezzo di tutti gl'ipocriti; e siete lodati in Firenze dalle

femminelle e dagli uomini ciechi, e queste lodi vi sono tutte

veleno. Voi predicate, e non siete mandati a predicare; e chi non

è chiamato o mandato, non dee predicare. E sempre tutti gli

eretici, dice un santo dottore, ebbono una intenzione, cioè

acquistare gloria della singolarità della scienza. E l'empietà e

malignità della loro singolarità intitolano col nome della

religione; e non sono contenti d'abbandonare la via, ma ingegnansi

di disertare la vigna di Dio. Ma tieni quello che ti dirò, come

parola di verità: infine a tanto che tu non ti vedi peccatore e

gli altri giusti, ma farai il contrario, tu se' nelle tenebre,

figliuolo di superbia e di presunzione» (_Mss. nella

Magliabecchiana_).

Pag. 136, nota 13, aggiungi:

Contro di frà Dolcino, che tenea la spada in una mano, il calice

della voluttà nell'altra, mossero le genti di Trivero, di Mosso e

di Biella, e guidati da Rainero degli Avvocati vescovo di Vercelli

coll'immagine della Madonna d'Oropa, li sconfissero.

Pag. 154, alla nota 19, aggiungi:

La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel _Calendario

Evangelico_ che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando

Piper, professore di teologia in quella università, nel 1865

trattò di _Dante und seine Theologie_. Conviene egli che Dante

pone come supremo bene Iddio, nè poter l'uomo raggiunger esso bene

se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle

virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte,

l'esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili

piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito

dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla

evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle

membra, e quanto al poter temporale: ma anche nel dogma. In fatti

(è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l'infallibilità

del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non

ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella

Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la

riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero

quanto le sacre carte.

Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar

uno dalla nostra unità.

Pag. 183.

Meritava qualche maggior discorso questo Matteo Palmieri. Come

ambasciadore della repubblica fiorentina, accompagnando Alfonso re

di Napoli a Cuma, finge che la Sibilla lo conduca ai Campi Elisi;

e, seguendo un'opinione di Origene, figura che le anime nostre

siano gli angeli che non si ribellarono al Dio, ma stettero

indifferenti, sicchè Iddio le prova in questo mondo, finchè dopo

molto errare, tornino alla città di vita.

Sono tre canti in terzine; non furono mai stampati, ma rumor

grande se ne levò. Il Tritemio, il Genebrardo, Giosia Simler, Elia

Dupin, Giovanni Rioche, Oudin, Vossio, Zeno ed altri dissero che

Matteo fu bruciato come eretico, e lo Zilioli lo fa ardere in

Cortona, appoggiandosi alla cronaca di frà Filippo da Bergamo, che

però non dice nulla di ciò. Altri (come il Gelli ne' _Capricci del

Bottajo_) vogliono ne fosse disotterrato ed arso il cadavere, o

almeno gittato fuor di terra sacra.

Bruciar solo il libro si fa dal Giovio, dal Guazzo, dal Lami;

mentre il Verino, il Landino, Giovan Matteo Toscano ed altri si

limitano a dire che fu proibito. Alcuni poi nominano l'autore

senza nulla accennare di tutto ciò; il che viene preso per

un'artificiosa dissimulazione, _ne_, conchiude il Vossio, _hominis

eruditi beneque meriti de literarum studiis nomen ac gloriam labe

non exigua aspergere viderentur_.

Il Richa, nelle _Chiese Fiorentine_, s'estende a ridur queste

asserzioni al vero, provando che l'autore ebbe solenni esequie il

1475, e Alemanno Rinuccini recitogli l'orazione funebre, ove

leggesi: _Postremo etiam poeticam ausus tentare facultatem, hunc,

quem suo pectori suppositum cernitis pergrandem librum, ternario

carmine composuit, quem propterea Vitæ Civitatem nuncupavit, quod

animam terreni corporis morte liberam, varia multiplicia loca

peragrantem, ad supernam tandem patriam civitatemque perducit, ubi

beato fruatur ævo sempiterno._

Il Palmieri era stato tenuto in onore da' suoi contemporanei,

deputato dalla patria al Concilio ivi adunato, ambasciadore a

pontefici, e il suo libro scrisse con buona intenzione, e al fine

notò _Laus honor imperium et gloria sit omnipotenti Jesu Christo

per infinita sæcula sæculorum. Amen._

Compiuto il suo lavoro, lo diede a censurare al canonico Leonardo

Dati, che fu poi segretario del papa e vescovo di Massa; il quale

lo ringraziò di questo _præclarum opus, mihi longe gratissimum_; e

che sarebbe meritorio per lui, e utile ai Cristiani, cui

ajuterebbe ad acquistare la città eterna.

Il suo ritratto restò sull'altare di San Pier Maggiore, in atto

d'adorar la Madonna in un quadro, dipinto da Sandro Botticelli, ma

invenzione d'esso Palmieri, che rappresentava l'Assunta, con zone

d'angioletti che le facean corona. Sparsesi strane voci sul libro

di lui, e accolte colla leggerezza che suole il pubblico, si

credette scorgere eresia anche nel quadro; ognuno vi riscontrò

quel che più voleva; tanto che gli ecclesiastici dovettero coprir

quella tela, finchè, passato il bollore, la restituirono alla

venerazione.

Pag. 198, alla nota 35, aggiungi:

Gaspare di Verona, cronista pubblicato da G. Marini _Degli

Archiatri Pontifizj_, Roma 1784, appendice al vol. II, p. 179,

dice che Paolo II amava raccogliere manuscritti, statue, pitture,

medaglie, e n'era giudice competentissimo. Francesco Filelfo

scrive a Leonardo Dati: _Quod non debetur et a me et a doctis

omnibus summæ immortalique sapientiæ Pauli II?_ Epist. L. XXX. E

vedasi QUIRINI, _Pauli II vita, præmissis vindiciis adversus

Platinam aliosque detractores_. Roma 1740.

Pag. 210, lin. 2, aggiungi in nota:

(1) Bisogna fosse comune l'uso di ciarlar in chiesa, perocchè il

Vespasiano nella vita di sant'Antonino scrive: «Andando in Santa

Maria del Fiore il dì quando si cantava il divino ufficio, dove

erano quelle pancate delle donne a sedere con questi iscioperati e

vani giovani intorno, l'arcivescovo dava una volta intorno dove

egli erano, e non v'era niuno che non si partisse, per la

riverenza e timore che avevano di lui».

Pag. 210, lin. 24, leggi:

detto, il Mantovano, che fu generale dei Minoriti(1).

(1)

_Venalia nobis_

_Templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronas,_

_Ignis, thura, preces, cœlum est venale, Deusque..._

_Ita lares italos et fundamenta malorum_

_Romuleas aras et pontificalia tecta_

_Colluviem scelerum._

De calamitate temporum, lib. 3.

Pag. 212, lin. 7 ultima, aggiungi in nota:

_Revelatio sanctæ Birgittæ_, lib. I, c. 41, edizione romana 1628.

Pag. 259, alla linea terz'ultima, leggasi:

Questo Ulrico di Hutten, nato a Eberstein il 1488... a sedici anni

fuggì dal convento, studiò qua e là, e a Pavia nel 1512; messosi,

ecc.

Pag. 260, lin. 6:

Oltre una _ad Maximilianum in Venetos exhortatorium_, le conquiste

de' quali dichiara pesca insidiosa; tanto più dacchè osò _illa

tridentinos invadere montes:_ e dice che

_Vendidit hæc Turcis urbes, hæc vendidit aras_

_Hæc Bysantenum prodidit imperium;_

dei Tedeschi son tutte le vittorie: Cesare solo, padrone della

terra come Dio del cielo, sovrano de' mortali come Giove degli

Dei; deve punir Venezia, domare la penisola:

_Non opus est flavi ducantur in arma Britanni,_

_Atque armet populos Gallia magna suos._

_Adde nihil nobis, si quid Germania priscæ_

_Laudis habet, si quid martia turba potest._

Bastano i Tedeschi, purchè le Alpi del Tirolo versino come un

torrente il cavaliere di Franconia, il cacciatore dell'Assia, il

gigantesco Vestfaliano, il Sassone reso invincibile da un fiasco

di vino, e tutti i guerrieri cui nutrono la pescosa Marca, la

fertile Turingia, le sponde dell'oceano germanico. Tempo è che

l'Italia riconosca il suo padrone, e Roma lo coroni: i poeti

germanici sono pronti a celebrare il vincitore.

Pag. 260, lin. 12, aggiungi:

Scorre l'Italia insultandola(1).

(1)

_Dicit io quia se novit Germania, dicit_

_Mobilis Italia est: nobilis ante fuit._

Pag. 260, lin. 21, aggiungi:

Pubblicò pure una raccolta di lettere del XI secolo, _De schismate

quod fuit inter Henricum IV imperatorem et Gregorium VII_, ove

trasportandosi nel calore della lotta fra il pastorale e la spada,

esortava l'imperatore a ripigliar la sua delegazione divina, pari

a quella del papa, e vergognarsi di aver baciato il piede del

pontefice. E sempre egli mostrasi furibondo contro i papi, perchè

difesero l'indipendenza italiana dagli Enrichi, dai Federichi, dai

Carli.

Pag. 260, lin. 25, aggiungi:

Nel _Vadiscus_ si riuniscono le tre opposizioni della letteratura,

della politica, della religione, esaminando come Roma usi di

questo triplo potere intellettuale, politico, religioso. Impedisce

di stampar Tacito; occupa Roma, capitale dell'impero, e non soffre

che l'imperatore sia re di Napoli: ha prelazioni e nomine, riserve

di casi papali, indulgenze, Concilj; pure _non vivit sine capite

corpus, neque auferre caput necesse est: tantum inde resecare quæ

vitiosa sunt_. È la terra italica, l'aria romana che viziò la fede

dell'unità cattolica, e in conseguenza la Chiesa. I Romani non si

occupano che di passeggiare, palleggiare, amoreggiare: se pensano

è per fraudare, mentire, spergiurare: i ricchi vivono del sudore

de' poveri, di usura, di spogliare i Cristiani: i poveri vivono

d'erba, d'aglio e cipolle. Il caro dei viveri, la perfidia,

l'incostanza del cielo rendono insopportabile il soggiorno di

Roma: se ne riporta cattiva coscienza, stomaco guasto, borsa

vuota. In questa grande taverna, dove si trovano uomini d'ogni

nazione, denari d'ogni conio, conversazioni in ogni lingua: dove

non s'incontra che cortigiani, preti e scrivani: dove si vaga tra

luoghi santi e luoghi sospetti e vecchie ruine: è impossibile

conservar la fede nelle cose sante, la fedeltà ai giuramenti e la

sanità: si lavora incessantemente a tre cose senza mai compirle:

la santificazione delle anime, il restauro delle chiese, la

crociata contro il Turco. Nulla vi si beffa tanto come gli esempj

antichi, il pontificato di Pietro, il giudizio finale: nulla v'è

creduto meno che l'immortalità dell'anima, la comunione de' santi,

le pene eterne. Vecchio oro, donna giovane, messa corta, ecco i

desiderj». E altrove: «No, a Roma non è la vera Chiesa. Come?

Questa città ove di pien giorno s'incrociano, con cardinali e

frati, femine da conio e spadaccini venali; ove carri, cavalli,

muli, asini minacciano schiacciarvi, sarebbe la capitale del mondo

cristiano? Cotesta folla di chierici d'ogni colore e vesti,

avvocati, auditori, notari, procuratori, cancellisti, tabellioni,

che passa la vita a suggere il nostro sangue e sudore, e ci

rincarano ogni anno il regno de' Cieli, sarebbe la Chiesa?»(1)

(1) _Klag und Vermahnung wider den Gewalt des Pabst._ Dice

aver preso a scrivere tedesco per essere capito da tutti.

_Latein ich von geschrieben hab_

_Das was eim iedem nit bekandt_

_Jetz schrei ich an das vaterlandt._

Pag. 269, alla nota 5, premetti:

_Qui chalybe et duris amicitur Julius armis,_

_Terribilis barba, terribilisque coma,_

_Cui torvos horrore oculos frons occulit atros,_

_Tartareæ ignescunt cujus in ore minæ._

_Fraude capit totum mercator Julius orbem,_

_Vendit enim cœlum, non habet ipse tamen._

Pag. 269, alla nota 7, soggiungi:

A Croto Rubiano:

_De statu romano epigrammate ex urbe missa._

_Vidimus Ausoniæ semiruta mœnia Romæ,_

_Hic ubi cum sacris venditur ipse Deus._

_Ingentem, Crote, pontificem sacrumque senatum,_

_Et longo proceres ordine cardineos._

_Tot scribas, vulgusque hominum nihil utile rebus,_

_Quos vaga contecto purpura vestit equo,_

_Tot, Crote, qui faciunt, tot qui patiuntur, et illos_

_Orgia qui vivant cum simulant Curios,_

_Romanas, neque enim Romanis, omnia luxu,_

_Omniaque obscœnis plena libidinibus._

_Desine velle sacram, imprimis, Crote, visere Romam._

_Romanum invenies hic, ubi Roma, nihil._

Pag. 270, alla nota 21, aggiungi:

Nell'Indice de' libri proibiti è notata _Epistola contra vitam

monasticam ad Bernardum Mattium collegam olim suum_, dell'Alciato.

Pag. 271, alla nota 33, aggiungi:

KERKER, _Erasmus und sein theologischer Standpunkt_, nei _Theol.

Quartalch._ di Tubinga 1839.

Pag. 297, alla nota 19, aggiungi:

Hutten, nel dialogo _Febris prima_, rinfaccia al Cajetano d'esser

venuto solo a sossoprar la Germania, e fare buona vita: dorme

nella porpora, mangia nell'oro; vive così delicato che giudica

nessun tedesco esservi che possa vantarsi di possedere un palazzo:

condanna le pernici e i tordi perchè non somigliano a quelli

d'Italia; fa le boccacce alla selvaggina delle foreste germaniche;

trova insipido il pane; e tracannando il vin del Reno, rimpiange

quello d'Italia.

Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 94 / 101 段