E qui prendiamo congedo, forse per l'ultima volta, da questa che un

tempo diceasi «Bella Italia ov'è la sede del valor vero e della vera

fede»: quest'Italia che fu il sogno della nostra giovinezza, la cura

della nostra virilità, l'affanno della nostra vecchiaja. Gli storici

futuri dovran narrare che vi fu tempo ove, gli abjetti errori

dell'arianesimo e dello scetticismo, e i sottili della sofistica,

abbattuti al rinascere della critica, dopo tanti secoli disepellironsi,

muniti non solo dalle grida del parlamento, della taverna, della stampa,

ma dalla pubblica autorità; diranno quanti anni durò questo regresso,

finchè di nuovo la critica ridestò la coscienza e il senso comune. Noi

dobbiam finire nelle circostanze più gravi e nelle prospettive più

vertiginose, senza nulla conchiudere, nè tampoco prevedere, se non che

il restauramento generale deve cominciare da quello di ciascun

individuo. Limitandoci a voti, noi, come il pontefice, auguriamo

l'indipendenza ai popoli, la libertà alla Chiesa; e deh possano i tuoi

vigneti, o Italia, e le campagne tue non cessar di produrre vino e grani

pei sacrosanti misteri, nè sugli altari arricchiti da' tuoi marmi e

dall'arti tue cessare l'illuminazione de' tuoi oliveti: l'aure, che

carezzano i laghi e i colli tuoi e il duplice mare, possano al

pellegrino, che da tutto il mondo viene a visitare la metropoli del

mondo, recar sempre la melodia de' cantici che risuonano concordi

dall'umile cenobio fino a quelle basiliche, la cui incomparabile

magnificenza è un'altra dimostrazione del cattolicismo. Consacrati i

tuoi progressi, sanate le piaghe dalla benedizione del Padre, possa tu

esser veramente una nell'unità delle credenze e dell'amore, veramente

libera nella libera Chiesa, degna di produrre ancora menti che sappiano

ammirare, cuori che sappiano amare.

NOTE

[660] Già nel Discorso XX abbiamo addotto l'opinione di Cardwright.

Napoleone Roussel a Parigi 1854 pubblicò in due volumi _Les nations

catholiques et les nations protestantes, comparées sous le triple

rapport du bienêtre, des lumières et de la moralitè_; tutto in

esaltazione delle genti protestanti per raffaccio alle cattoliche, e

specialmente dell'America del nord a quella del sud, della Scozia

all'Irlanda, de' Cantoni svizzeri protestanti agli altri, della Prussia

all'Austria. Egli si vale di cifre e d'autorità, e ogni lettore sagace

comprende come con queste possa provarsi qualunque assunto. Dell'Italia

parla nel vol. II, e si propone di non discorrerne prima del secolo XVI,

perchè prima d'allora l'Italia non era affatto papale, nè i papi s'erano

alleati ai re per gelosia de' popoli: argomento precisamente opposto a

tutto quello che adducevano i novatori del XVI secolo. Aggiunge che il

ridestarsi delle lettere e delle arti è dovuto ai profughi di

Costantinopoli (nel paese dove già aveano fiorito Dante, Petrarca,

Boccaccio, Giotto, Giovanni da Pisa!) sicchè il rinascimento fu pagano

non cattolico, e la prova n'è che i papi lo soffocarono, e che

proibirono di studiare il greco e l'ebraico!

A dipingere poi l'Italia di questi tre secoli, infila le declamazioni di

Enrico Martin, del Sismondi, del Quinet, di lady Morgan, di Lamennais,

di Didier, di Briffault, di Cambry, di Maltebrun, di giornalisti, di

tutti quelli mai che compiansero l'ignoranza, la grossolanità nostra, la

sudiceria di Bergamo e di Venezia, la corruttela di Firenze, la

ciarlataneria di Napoli, l'accattonaggio universale, e «l'abjetta

povertà di quella Roma dove s'inghiottirono le ricchezze di tutta

Europa». Ognun vede come sarebbe facile opporvi altrettanti passi

laudativi: ma l'autore, che nulla vi mette del suo, conchiude: «Vorreste

voi abitare la Calabria? terreste per moglie una napoletana? vi venne

mai in capo d'esercitar il vostro commercio a Venezia, la vostra penna a

Roma? Confidereste il ben vostro, il vostro onore a questi frati

mendicanti; a questi gesuiti, ai cardinali che siedono a' teatri fra

donne galanti? (_sic_)... Al papato, al solo papato devesi l'onta dello

stato attuale d'Italia: ella è così, perchè il cattolicismo non può far

di meglio».

Si noti che l'autore scrive in Francia, paese cattolico: ma a libri

siffatti non bisogna confutazione: basta a combatterli il più vulgare

buon senso.

[661] «Tutto quello che nello Stato si toglie alla sovranità di Dio, si

aggiunge in fatto alla sovranità del carnefice». Chi lo dice? Louis

Blanc.

[662] _Matteo_ XXII, 10.

[663] _Inferno_ XXIII.

[664] _Jesus conversus increpavit illos dicens: Nescitis cujus spiritus

estis_. Luca IX, 45.

[665] _Dei sumus adjutores_. I Corint. III.

[666] _Non solum ille proditor est veritatis qui transgrediens veritatem

palam pro veritate mendacium loquitur, sed etiam qui non libere

veritatem pronuntiat_. Decretum Gratiani, 2 _pars_.

[667] Che Roma sia necessaria sede del pontefice tolse a dimostrare il

padre Giuseppe Burroni, _De romanitate primatus apostolici, seu de nexu

indissolubili quo primatus sedi romanæ adhæret_. Torino 1867.

AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA

Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne'

privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno.

Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque:

alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di

carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza

accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non

aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle

medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se

collocato in una biblioteca.

E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi

che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le

facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè

richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e

con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e

avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è

l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere

ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere

anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può

chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur

un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca

alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe

avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben

sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi

soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel

che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri

dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad

amici, come non voleva tremar di nemici.

Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte

cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di

quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre

geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed

opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della

Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca

Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente

nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con

festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse

fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da

qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni

suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò

qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli

altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne

le traduzioni che già ne sono cominciate.

I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri

studiosi augurino tempi e compagni migliori.

VOLUME I

Pag. 37, linea 15, leggi:

Ne' canoni apostolici, apocrifi ma del secolo III,

Pag. 40, lin. 25, aggiungi:

parve aderirvi, comunicando con alcuni con cui non comunicava

Atanasio.

Pag. 63, lin. 1, leggi:

nel _Ligurino_, se pure non è apocrifo, come si sostiene,

Pag. 71, nota 3, leggi:

Cardinali vescovi erano quelli di Ostia, Porto, Santa Rufina,

Albano, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di

San Giovanni Laterano. I cardinali preti succedettero ai

venticinque preti delle chiese di Roma, specie di parrocchie. I

cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità, e curavano

i diritti e i beni della chiesa.

Pag. 71, lin. 33, leggi:

Dopo il concilio di Clermont del 1092.

Pag. 74, alla nota 15, aggiungi:

Nella patria sua pochissima o nessuna efficacia esercitò Arnaldo,

anzi fu cacciato da Brescia Ribaldo che n'era uno de' consoli,

perchè n'avea favorito la parte: pochi anni dopo la morte di esso,

negli statuti del 1200 si ordinava che il podestà di Brescia,

entrando in uffizio, giurasse _ad S. Dei Evangelia, quod infra

octo dies regiminis dabo banum perpetuale comunis Brixiæ in

publico arengo, more solito coadunato, Gazaris, Leonistis,

Speronistis, Circumcisis, Arnaldistis, et omnibus hæreticis_.

Noto è che Ribaldi chiamaronsi gl'infimi soldati di ventura (vedi

il Du Cange e la Crusca), e che questo nome, come quello di

masnadiere, prese un significato cattivo in grazia dei pessimi

comporti di coloro. Ma è notevole l'essersi confuso Ribaldo con

Arnaldo, sino a divenire sinonimi in senso obbrobrioso. Nello

statuto di Brescia del 1380, pag. 219, leggiamo: _Item statutum

est quod aliquis Arnaldus seu Ribaldus, cum erit seu vixerit extra

civitatem Brixiæ, non audeat nec præsumat ire, sive exire infra

scriptas stratas etc_. E nella pagina seguente: _Item statutum est

quod... Arnaldus seu Ribaldus, non audeat nec præsumat habere nec

portare lanceam, nec arma etc. — Item statutum est quod aliquis

Ribaldus sive Arnaldus; nec aliqua suspecta persona de damno dando

in clausuris Brixiæ non possit etc._

Anche lo statuto di Como, c. 187, ha: _Non fiat nec teneatur

aliqua barataria... per aliquos stipendiarios, baratarios,

Arnaldos._ E in quello di Vercelli, libro v, pag. 126: _Non debeat

emere vel... ab aliqua persona ignota... meretrice, Arnaldo vel

Ribaldo..._

Il titolo di ribaldo rimase qualificativo, mentre prima era nome

proprio usitato: l'altro cadde in obblio.

È una delle scoperte più disputate oggi, e delle più interessanti

qualora ne fosse men dubbia l'autenticità, quella delle poesie di

Aldobrando da Siena, che, nato nel 1112 e morto nel 1186, scriveva

già in pretto italiano. Anch'egli lancia dei versi contro Arnaldo,

poichè in una canzone ove celebra i tempi della lega lombarda, e

un non sappiamo quale illustre personaggio di Siena, loda questo

dall'aver distolto i cittadini dalle colui eresie.

Or del fellon Arnaldo già vicina

Prevedeste la ruina,

E manti (_molti_) pur toglieste all'infernale

Sentina d'onni male

Che 'l folle fra le fiamme, ahi membranze,

Tutte purgò fallanze.

Al qual proposito il signor Grottanelli emenda le molte

inesattezze degli storici e romanzieri intorno al luogo ove fu

arrestato Arnaldo. Fu alle Briccole, sulla strada per Roma, a

dieci leghe da Siena. I visconti del vicino castello di Campiglio

lo tolsero di mano al maestro ospitaliero, e lo venerarono: ma

Federico Barbarossa li costrinse a darlo a lui, che lo consegnò al

prefetto di Roma perchè lo giustiziasse.

Pag. 99, alla nota 1, aggiungi:

_apud Dom Bouquet_, T. X, p. 23.

Alla nota 9 in fine, aggiungi:

Dal Muratori (_Ant. mæd. æv._ Diss. LX) è citato un trattato

inedito, _Magistri G pergamensis contra Catharos et Passagios_,

che potrebbe esser del Guala vescovo di Bergamo.

Pag. 114, aggiungi:

Dopo l'opera nostra, fu pubblicato a Perugia un opuscolo, col

titolo _I Guglielmiti del secolo XIII; una pagina della storia

milanese documentata dal d. Andrea Ogniben veronese medico

militare. Prima edizione, volume unico_: e sono 130 pagine. Tanto

per fare secondo i tempi, vorrebbe l'autore scorgere in quel

processo un movente politico che appena adombra, ma principalmente

dimostrare che la Guglielmina fu una santa donna, e i processati

tanti allucinati, mossi in parte da furore erotico, in parte da

manìa religiosa, riscaldata dalle quistioni che allora si

agitavano sulla grazia efficace (?), sullo stato delle anime

avanti il giudizio, sulla rovinosa teoria del libero arbitrio

(_sic_ e più sotto la dice fatale teoria) per cui «nel solo ducato

di Milano (_sic_) vi aveano allora ben tredici sette di

religione». Di questa teomania trova egli esempj dove vuole, e

dice che «il filosofo ed il psicologo, squarciando il velo

misterioso d'una fede imposta alle menti umane dal despotismo

sacerdotale, ci mostrano chiaramente l'origine umana d'una

religione tutta amore e santità». Col che vuol far intendere che

Cristo era un delirante, come erano «evidenti manie sensoriali

quelle del Rapito di Patmos»; e visionarj i fondatori degli Ordini

religiosi.

Dà egli tradotto un compendio del processo del 1300, o piuttosto

d'un estratto che ne fece il notaro Beltrame Salvago, molti anni

dopo. I fatti che ne risultano son quelli che accennai nel testo.

Delle oscenità conformi a quelle de' vecchi Gnostici e dei moderni

Quietisti, non trovasi quasi orma, a malgrado di quanto asserirono

i primi cronisti e storici. Già i Montanisti consideravano Cristo

non come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma che

sarebbe seguito da una nuova rivelazione; concetto svolto poi dal

Lessing nell'_Educazione progressiva del genere umano_. L'illustre

filosofo e filologo Postel credette e sostenne di una vergine

veneziana press'a poco quel che i Guglielmiti della pia Boema.

Perocchè pare che la Guglielmina non vantasse nè la sua divinità

nè le rivelazioni, bensì le credessero o le spacciassero Andrea

Saramita, la Manfreda e alcuni altri, massime dacchè fu morta. Un

Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo, che, morta la

Guglielmina, era ito col Saramita a recarne l'annunzio al re di

Boemia, rispondeva: «Da Andrea Saramita e da suor Manfreda di

Pirovano e da altri devoti della Guglielmina, ho inteso che questa

era lo Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità; che

dovea risorgere, ed ascendere in cielo, alla presenza de' suoi

devoti. Fui presente quando Andrea e Manfreda annunziavano tali

cose ai devoti. Udii pure da loro che, siccome Cristo sotto forma

d'uomo, così Guglielmina deve soffrire sotto forma di donna per li

peccati dei falsi cristiani, e di coloro che crocifissero Cristo,

e dopo che la Guglielmina fosse risorta ed ascesa al cielo, dovea

mandare a' suoi discepoli, nel giorno di pentecoste, lo spirito

paracleto; doveansi mutar leggi, rinnovare vangeli, ordinare i

cardinali; e la risorta diverrebbe arcivescovo pontefice. Esso

Andrea, Albertino di Novate, Franceschino Malcalzati portarono

ostie da Chiaravalle. Alcuni devoti fanno dipinger l'immagine

della Guglielmina sotto il nome di santa Caterina. Suor Manfreda

istruiva i discepoli a non dir la verità quando interrogati dalla

Inquisizione; che sarebbero ajutati dallo Spirito Santo; e

soffrano tutto per la Guglielmina come gli apostoli per Gesù. Che

il papa presente (Bonifazio VIII) non poteva assolvere nè

condannare, perchè creato non legalmente. Esservi tante indulgenze

a chi visitava il sepolcro della Guglielmina a Chiaravalle, quanto

per Terrasanta. Andrea e suor Manfreda diceano veder la

Guglielmina, essa parlare con loro, benedir la loro mensa.

Prepararono una clamide di porpora con fibbia d'argento, una vesta

di porpora e sandali d'oro, di cui si rivestirebbe dopo risorta.

Suor Manfreda, per mezzo della Guglielmina aveva grazia, virtù ed

autorità maggiore, che non n'abbia avuto mai san Pietro».

Altre volte il Saramita disse ch'essi vestivano a bruno perchè

così la Guglielmina; «e perchè essa fu chiamata Felice, e si

credea lo Spirito Santo, molti davan ai loro figliuoli il nome di

Felicino e Felicina e Paracleto. Quando andavamo a Chiaravalle a

venerar la Guglielmina, l'abate ci facea dare pane, vino ed altro.

Que' monaci nella solennità faceano panegirici di essa e della sua

congregazione. Fui presente allorchè la Guglielmina morì, e andai

al marchese di Monferrato pregandolo mi desse una scorta onde

portarlo con sicurezza a Chiaravalle, stando allora in guerra

Milanesi e Lodigiani. Ella disse a quei che la circondavano: «Voi

credete vedere, e non vedrete per la vostra incredulità»,

alludendo alle cinque piaghe che avea sul suo corpo. Credo che la

Guglielmina è lo Spirito Santo, e che deve risorgere, e che fece

molte cose simili a Cristo. Ma essa non disse mai che fosse lo

Spirito Santo, ne cercò mai persuadercelo: bensì disse a Manfreda

che l'arcangelo Raffaello ne annunziò la nascita alla beata

Costanza sua madre, e quando fu concepita e quanto tempo stette

nel ventre, perchè essa era nata il giorno di pentecoste, e

pareami dovesse tutto ciò esserle accaduto a somiglianza di

Cristo. Non dissi che in gloria divina superasse Maria e ogni

altro santo: pur credo essa sia la terza persona della Trinità e

di essenza divina, e l'avrei detto a tutti se non temessi destarne

orrore. Il corpo suo non essendo ancora glorificato, nol tenevo

per più glorioso di quel della beata Vergine».

Altre volte invece confessò averle essa detto che era discesa dal

cielo su marmoreo seggio, sfolgorante di vivissima luce; essere lo

Spirito Santo: e la Manfreda avere udito altrettanto dalla

Guglielmina: e che dal 1262 non era stato consacrato il solo corpo

di Gesù Cristo, ma quello pure dello Spirito Santo ch'era il suo.

Credeva suor Manfreda dover essere papa vero, e con piena e reale

giurisdizione: vicario dello Spirito Santo in terra, cessando il

papato presente, i suoi riti, la sua autorità, succedendovi la

Manfreda che dovrà battezzare Giudei, Saraceni e gli altri non

battezzati: i quattro vangeli si conserveranno finchè suor

Manfreda sia investita della pacifica potenza di Pietro: allora

cesseranno, e quattro sapienti mandati da Guglielmina ne

scriveranno dei nuovi, che porteranno i nomi de' loro autori.

La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e

aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli

evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua

con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha

adoprata per divozione nè per guarire infermità.

Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal

Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo,

vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo,

e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e

mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa

dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo.

Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e

le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati

canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e

Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui

primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita

perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la

richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come

quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.

Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo

sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda

prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela

pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.

Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor

Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due

altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e

accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto

occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il

Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che,

entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e

alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di

donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come

Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una

cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse:

«Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non

morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.

Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e

aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di

essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.

Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i

quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo

Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era

proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni

accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che

liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la

Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla

casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: _Ite, ego

non sum Deus_, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a

Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle

credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri

riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia

donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del

Saramita.

A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295

contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un

Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.

Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi

fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa

Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è

mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che

asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma,

lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver

molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei

cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta.

Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di

Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel

sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri

progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia,

cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo,

figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu

arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.

Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa,

supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale

in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò

severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze

proferite in quel sinodo. _Nos, qui sumus omnibus in justitia

debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et

sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex

fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et

ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus

nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum

maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos

invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et

irrita declaramus etc._ La bolla è del settimo anno di Benedetto

XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.

Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9

_agosto_ leggasi _settembre_.

Pag. 120, alla nota 26, aggiungi:

Quelle sentenze sono stampate nel Richa, _Chiese fiorentine_, tom.

III, pag. 19.

Alla nota 27, aggiungi:

Il Razzi, nella vita di san Pietro Martire, racconta che un

giovane libertino di Firenze, vedendo dipinta in Santa Maria

Novella l'uccisione del santo, esclamò: «Oh se fossi stato io,

l'avrei ben percosso più gagliardamente». Ed ecco di tratto

ammutolì: finchè riconosciuto l'error suo, e chiestone perdono,

ricuperò la favella.

Alla casa ove nacque san Pietro in Verona è posta una statua di

esso coll'iscrizione: _Sum Petrus Martyr nutritus et editus infans

his domibus: fiat testis imago mea._ Alcuni lo fan di casa Milani,

altri di casa Rosini.

Pag. 122, lin. 18, leggi:

Questi scritti sono, la _Concordia del nuovo coll'antico

Testamento_, il _Commento sull'Apocalissi_, il _Salterio delle

dieci corde_: moltissimi altri gliene vengono attribuiti forse a

torto, come un commento a Geremia e Isaia, pieno di profezie

contro gl'imperadori svevi, un libro sulla Sibilla Eritrea e sul

profeta Merlino, e sulle profezie di Cirillo.

Pag. 130, al fine, si sostituisca quanto segue:

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 93 / 101 段