interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui _Paralipomeni alla
illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed
egiziani_ (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla _Sacra
Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani_, che, a
dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde
principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e
della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia,
cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo
disse, _scrutate le scritture_, e il papa vede con gioja che voi fate
uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le
profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso
misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa
meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non
abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di
sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di
misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera
inesauribile.
[640] È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il
principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli
Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il
duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il
_Corso di studj_ da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia
affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico,
massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli
l'approvazione.
[641] Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il
Gioberti (_Della riforma cattolica_) disapprova la congregazione
dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di
opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica.
Eccola.
[642] Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini,
D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone,
Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....
[643] A chi lo rimproverava d'avere, nelle _Speranze d'Italia_, blandito
al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni,
un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali
palesano almeno un lungo e _indigeno_ studio delle cose patrie, han
fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse
straniera». Nota al capo IV.
[644] Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il
Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il
principato pontifizio.
[645] Breve 12 febbrajo 1866.
[646] _Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et
vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed
omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua
antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire
studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam,
lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem,
proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet
dogmate, eodem sensu, eademque sententia._
E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette:
_Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc
quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur._ Summa, pars I,
quæs. 33, art. 4.
[647] _San Luca_, VIII, 10.
[648] Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per
estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella,
Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.
Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che
certo è uno de' più meravigliosi.
AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM
si converte perfettamente in
INVENTA SUM DEIPARA ERGO IMMACULATA.
È pur bello quest'altro:
SIXTUS QUINTUS DE MONTE ALTO
in
MONS TUTUS IN QUO STAT LEX DEI.
[649] Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la
dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella
dichiarazione pubblicò _La mia opinione intorno alla teandria di Maria
Vergine e della Chiesa cattolica_, 1856. Col metodo di Kant vuol provare
che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale
al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte
integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che
contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi
meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore
per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti:
onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e
Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.
[650] Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io
domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del
parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie
proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate
di queste siansi mai scritte da penna umana». _Atti_, pag. 1298.
[651] Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le
_Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de
l'individu_ dell'abate Roques: dell'abate Maupied _l'Église et les lois
éternelles des sociétés humaines_; dell'abate Peltier la _Doctrine de
l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église_; del
Matignon _La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique_ ecc. In
Italia ne scrissero moltissimi.
[652] _San Paolo agli Efesi_ IV, 13.
[653] Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel _Des
études classiques_, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di
Quebec.
[654] _Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam
inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat._ De vera
religione C. 72.
[655] Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica
e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera
_Deutschland nach dem Kriege von 1866_.
[656] San Tommaso riprova i governi assoluti perchè _in servilem
degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et
strenuum_. De regimine principis, L. I, 3.
Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non
c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti:
essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è
tranquillo».
Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva:
«Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo
politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle
leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle
prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non
siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero
questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a
prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla
giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non
si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».
Qual dei due è più liberale?
[657] Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido
scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo,
pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice
gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano
ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei
paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».
[658] San Francesco Saverio avea gettato i primi semi del cristianesimo
nel Giappone, il 1549; e prosperarono così, che nel 1587 già contavansi
seicentomila battezzati, e Roma prevedeva non lontano il momento, che
colla croce la civiltà nostra si costituirebbe nell'estremo Oriente.
Quand'ecco un usurpatore scompiglia il paese; come avviene in Europa, le
prime ire si avventano contro i cultori di Cristo: e il 5 febbrajo 1597,
ventisei persone cadeano, primizie del cristianesimo di colà.
[659] Il ministro Sella diceva in parlamento che «l'Italia intende
convincer l'Europa che essa sa dare l'ospitalità al capo della
Cristianità».
DISCORSO LVIII.
CONCHIUSIONE.
Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il
quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (_Das Zeitalter
der Reformation_). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia
elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui
derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno
aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo,
Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo
Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo,
Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo
Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della
stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo
Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e
Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori
capitani e statisti.
Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti
s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza
colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva
curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla
Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo
dell'intelligenza umana.
Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i
quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel
nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino
vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la
cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale
di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.
Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate
sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al
paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili
vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria
dell'Europa[660].
L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e
della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando
predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia
producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove
e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.
Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le
eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano
confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto,
tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.
Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna
pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene
dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e
questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo:
comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne
pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto,
rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è
fisso ed universale.
Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi
nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il
veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi
traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di
articoli stranieri.
Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente
lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e
conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica,
credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi
di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci
si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale
delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo
studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi
portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e
rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare
ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non
lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione,
l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa
dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto
parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i
diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità
e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e
chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza
colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e
d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a
spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.
Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della
sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa
le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz,
di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e
Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle
nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la
taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in
lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi
chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto
da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli
Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.
Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto
toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel
medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una
filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto
l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo,
dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che
già erano stati sperimentati prima della rivelazione.
Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di
passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione,
confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo
preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto
eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini,
in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi
si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga
qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in
burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari
spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il
passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope,
l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non
era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo
sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de'
sacerdoti, propagate mediante prestigi.
Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè
eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di
pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata
con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio,
mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida
schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per
negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da
ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e
alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni
dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio
sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e
il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.
Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con
serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e
supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere
donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi
inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla
scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu
precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i
risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al
cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice
all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima
tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo,
identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e
certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il
sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali,
applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è
negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in
atto.
Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè
d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non
rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua
necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici
leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che
propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e
beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da
cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante
l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di
distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le
dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col
diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro,
attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea
superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime
ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il
cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle
gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach,
più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo
che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia
gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le
ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava:
il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.
Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure
avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma,
che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte
stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far
che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero
umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.
Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai
dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe
speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse
e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni
dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi
onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi,
divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i
digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi
costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile?
Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del
mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».
Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il
valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna
legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine
stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla
legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge
di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel
Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo
faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire
esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!
Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale;
cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e
religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene,
bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella
sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il
principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede
umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla
esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della
fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione
individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata
ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le
cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di
cui vuol nasconderci il mistero.
Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della
libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio,
all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma
aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di
difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.
Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni
potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed
assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la
morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza,
nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò
che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma
fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale
dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.
Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che
presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse;
quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il
cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si
conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù
sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia
dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che,
anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè
chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son
protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il
Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da
Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro
mio son io», egli ripete col Vangelo: _Magister vester unus est
Christus_[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di
condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar
giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile:
non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso
procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle
follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione
lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle
classi più amorevoli.