[639] Fra gli esegeti levò qualche rumore per le originali

interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui _Paralipomeni alla

illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed

egiziani_ (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla _Sacra

Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani_, che, a

dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde

principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e

della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia,

cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo

disse, _scrutate le scritture_, e il papa vede con gioja che voi fate

uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le

profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso

misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa

meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non

abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di

sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di

misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera

inesauribile.

[640] È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il

principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli

Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il

duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il

_Corso di studj_ da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia

affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico,

massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli

l'approvazione.

[641] Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il

Gioberti (_Della riforma cattolica_) disapprova la congregazione

dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di

opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica.

Eccola.

[642] Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini,

D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone,

Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....

[643] A chi lo rimproverava d'avere, nelle _Speranze d'Italia_, blandito

al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni,

un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali

palesano almeno un lungo e _indigeno_ studio delle cose patrie, han

fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse

straniera». Nota al capo IV.

[644] Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il

Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il

principato pontifizio.

[645] Breve 12 febbrajo 1866.

[646] _Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et

vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed

omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua

antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire

studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam,

lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem,

proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet

dogmate, eodem sensu, eademque sententia._

E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette:

_Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc

quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur._ Summa, pars I,

quæs. 33, art. 4.

[647] _San Luca_, VIII, 10.

[648] Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per

estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella,

Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.

Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che

certo è uno de' più meravigliosi.

AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM

si converte perfettamente in

INVENTA SUM DEIPARA ERGO IMMACULATA.

È pur bello quest'altro:

SIXTUS QUINTUS DE MONTE ALTO

in

MONS TUTUS IN QUO STAT LEX DEI.

[649] Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la

dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella

dichiarazione pubblicò _La mia opinione intorno alla teandria di Maria

Vergine e della Chiesa cattolica_, 1856. Col metodo di Kant vuol provare

che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale

al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte

integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che

contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi

meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore

per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti:

onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e

Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.

[650] Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io

domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del

parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie

proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate

di queste siansi mai scritte da penna umana». _Atti_, pag. 1298.

[651] Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le

_Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de

l'individu_ dell'abate Roques: dell'abate Maupied _l'Église et les lois

éternelles des sociétés humaines_; dell'abate Peltier la _Doctrine de

l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église_; del

Matignon _La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique_ ecc. In

Italia ne scrissero moltissimi.

[652] _San Paolo agli Efesi_ IV, 13.

[653] Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel _Des

études classiques_, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di

Quebec.

[654] _Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam

inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat._ De vera

religione C. 72.

[655] Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica

e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera

_Deutschland nach dem Kriege von 1866_.

[656] San Tommaso riprova i governi assoluti perchè _in servilem

degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et

strenuum_. De regimine principis, L. I, 3.

Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non

c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti:

essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è

tranquillo».

Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva:

«Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo

politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle

leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle

prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non

siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero

questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a

prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla

giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non

si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».

Qual dei due è più liberale?

[657] Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido

scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo,

pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice

gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano

ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei

paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».

[658] San Francesco Saverio avea gettato i primi semi del cristianesimo

nel Giappone, il 1549; e prosperarono così, che nel 1587 già contavansi

seicentomila battezzati, e Roma prevedeva non lontano il momento, che

colla croce la civiltà nostra si costituirebbe nell'estremo Oriente.

Quand'ecco un usurpatore scompiglia il paese; come avviene in Europa, le

prime ire si avventano contro i cultori di Cristo: e il 5 febbrajo 1597,

ventisei persone cadeano, primizie del cristianesimo di colà.

[659] Il ministro Sella diceva in parlamento che «l'Italia intende

convincer l'Europa che essa sa dare l'ospitalità al capo della

Cristianità».

DISCORSO LVIII.

CONCHIUSIONE.

Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il

quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (_Das Zeitalter

der Reformation_). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia

elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui

derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno

aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo,

Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo

Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo,

Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo

Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della

stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo

Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e

Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori

capitani e statisti.

Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti

s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza

colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva

curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla

Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo

dell'intelligenza umana.

Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i

quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel

nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino

vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la

cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale

di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.

Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate

sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al

paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili

vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria

dell'Europa[660].

L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e

della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando

predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia

producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove

e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.

Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le

eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano

confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto,

tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.

Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna

pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene

dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e

questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo:

comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne

pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto,

rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è

fisso ed universale.

Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi

nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il

veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi

traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di

articoli stranieri.

Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente

lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e

conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica,

credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi

di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci

si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale

delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo

studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi

portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e

rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare

ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non

lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione,

l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa

dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto

parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i

diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità

e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e

chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza

colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e

d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a

spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.

Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della

sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa

le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz,

di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e

Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle

nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la

taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in

lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi

chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto

da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli

Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.

Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto

toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel

medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una

filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto

l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo,

dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che

già erano stati sperimentati prima della rivelazione.

Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di

passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione,

confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo

preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto

eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini,

in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi

si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga

qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in

burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari

spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il

passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope,

l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non

era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo

sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de'

sacerdoti, propagate mediante prestigi.

Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè

eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di

pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata

con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio,

mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida

schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per

negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da

ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e

alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni

dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio

sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e

il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.

Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con

serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e

supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere

donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi

inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla

scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu

precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i

risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al

cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice

all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima

tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo,

identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e

certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il

sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali,

applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è

negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in

atto.

Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè

d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non

rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua

necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici

leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che

propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e

beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da

cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante

l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di

distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le

dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col

diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro,

attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea

superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime

ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il

cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle

gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach,

più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo

che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia

gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le

ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava:

il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.

Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure

avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma,

che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte

stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far

che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero

umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.

Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai

dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe

speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse

e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni

dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi

onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi,

divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i

digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi

costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile?

Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del

mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».

Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il

valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna

legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine

stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla

legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge

di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel

Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo

faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire

esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!

Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale;

cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e

religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene,

bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella

sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il

principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede

umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla

esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della

fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione

individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata

ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le

cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di

cui vuol nasconderci il mistero.

Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della

libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio,

all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma

aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di

difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.

Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni

potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed

assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la

morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza,

nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò

che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma

fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale

dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.

Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che

presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse;

quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il

cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si

conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù

sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia

dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che,

anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè

chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son

protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il

Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da

Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro

mio son io», egli ripete col Vangelo: _Magister vester unus est

Christus_[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di

condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar

giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile:

non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso

procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle

follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione

lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle

classi più amorevoli.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 91 / 101 段