condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che _il papa
può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna_. Se lo deve
e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di
sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere
vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un
altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti
per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il
principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene,
certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere;
dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non
camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che
sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà
una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro,
telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è
attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non
per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il
passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il
male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il
godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se
intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della
discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa
praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i
nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi,
intellettuali, morali, politici, sociali.
La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di
queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie
dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col
permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del
tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il
bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando
questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto,
della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della
virtù.
Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani
della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto;
salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via
stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia,
dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura
democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge
colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol
concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto
delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio
corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità,
solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi,
istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto
ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto
della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza
libertà è tirannide?[657]
La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la
Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere
qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la
politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime
l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi
alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici,
o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà
del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola
verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo
ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito
del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di
guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati
progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne'
paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato;
nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine
giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità
del diritto.
No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da
quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e
spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta
che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri
principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur
credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine
temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile,
sebben non sempre possibile.
È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune
idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta
all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col
gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza
in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i
congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che
mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per
applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare,
del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello
scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano
le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali,
confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa
camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare,
tutto unire.
Il sillabo è il documento che continuo si rinfaccia al sommo pontefice,
accusandolo di sostenere la verità pura, mentre accusavasi di non badar
che al suo dominio temporale; accusandolo di avverso alla società,
mentre la difendeva contro gli errori più ad essa perniciosi. Perocchè
coloro che testè aveano detto «Crocifiggilo, non vogliam altro re che
Cesare», ormai annunziano apertamente, «Fra il tronco cattolico e
l'ascia democratica non resta che la corona». I lamenti del papa
attestano che non si può chiedergli accordi quando non gli si usano che
torti: eppure fra tante prove non mancano consolazioni a quei che si
sentono qualche fiamma nel cuore, qualche elevazione nello spirito, e la
più insigne è il vedere la concordia di tutti i vescovi del mondo col
pontefice: verso il quale, non spinti dall'obbedienza, ma attratti
dall'amore accorsero nel 1854 tutti, eccetto gl'italiani che non fossero
esuli: e tra le faccie irose e le bocche spumanti degli avversarj, che
lo minacciano eppur disperano, egli minacciato eppur sicuro e sereno,
ricordarsi che l'Uom Dio fu pure l'uom dei dolori, dell'ingratitudine,
delle calunnie, degli insulti, benedire alla intera cristianità, e
pregar Dio che non domandi troppo severo conto ai persecutori, nè le
pietre del diroccato Vaticano rotolino ad abbattere troni, case, tombe.
Ancor più magnifico fu il vedere, nel 1867, mentre voci autorizzate
intimavano che la fede è ita, che nessuno più crede alle storie vecchie,
alle vecchie Bibbie, mentre l'ostilità sorda o dichiarata de' Governi
scrollava quest'ultimo argine degli arbitrj, e il Governo più vicino
sconsacrava le chiese, disperdeva i monaci, carpiva i beni della carità,
e intimava a Dio «Vattene dal mio regno; ritirati nel tuo cielo»; a un
semplice desiderio di questo così bersagliato pontefice, accorrere da
tutte le parti del mondo i vescovi per santificare alcuni martiri del
Giappone[658], e celebrare il XVIII centenario del martirio di san
Pietro: accorrere su quel lembo di terra che ancor gli rimane, quasi ad
attestar novamente non solo la loro sommessione alla suprema autorità,
ma il bisogno che vi sia un paese indipendente da nazioni e da partiti,
ove la Chiesa non sia tollerata come ospite[659], ma tutte le nazioni
possano adunarsi come in casa propria: accorrere a riconoscere che,
mentre in diciotto secoli tutto il mondo cambiò, e tutto oggi è
sovvertimento e incertezza, sola immobile sta la pietra, sulla quale
Cristo edificò la sua Chiesa. Le feste del 29 giugno ricordavano il
concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la
basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa
maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto
per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia
che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli
compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da
mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di
disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che
esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per
esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non
è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione
dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità,
purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il
bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità,
racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai
vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata,
mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare
l'_Angelus_. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi
risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe
cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così
solenne salutazione.
Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il
quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i
sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma
devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità
fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa
di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e
tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza,
sino a che giunga l'aspettato giudizio. Siete in Roma, e tenete in cuore
e vedete cogli occhi la solidità di quella pietra sopra la quale Cristo
ha edificato la Chiesa. Mentre i progetti dei popoli sono sparsi al
vento, i consultori della nequizia o cadono nella stoltezza, o sono
sradicati dalla terra; e i superbi capitani colpiti in guerra; e i
principi ingannatori confusi, questo edifizio sta fermo non per potenza
d'armi e di re; ma nella parola di Dio. Le nazioni ascendono a questa
Sionne dall'austro e dall'aquilone, dal mare e dal deserto, perchè
questa terra, benchè piccola, può essere abitata senza timore, nè la
spada oltrepassa i suoi confini: la pace e la sicurezza custodiscono le
porte della Città. Voi gioite pensando che sol per le dovizie della
bontà di Dio poteste convenire in questa santa Sionne; voi che poc'anzi
vi siete trovati in tante angustie, che avete sostenuto afflizioni,
obbrobrj, tribolazioni, carceri, e con pazienza avete sopportato la
rapina dei vostri beni, veduto i templi di Dio convertiti in spelonche
di ladroni: i tesori della casa di Dio mandati a distruzione e rapina: i
sacerdoti rimossi dall'altare e cacciati dalle abitazioni loro, e le
sacre vergini gementi e squallide. Ed ora confortate l'amarezza
dell'animo con una santa esultanza. A questa partecipando, noi ci
rallegriamo con voi, perchè avete ereditato gloria ed onore col patire,
ed alle mitre vostre aggiungeste la corona d'oro della fortezza. In
mezzo a tanta letizia dell'orbe cattolico, innalzate le preci al Signore
che può salvare; state confidenti, nè abbiate paura della moltitudine
de' nemici: non è abbreviata la mano del Signore, non è otturato il suo
orecchio. Egli esaudirà, ed apparirà vestito di giustizia e di vendetta;
snuderà la sua spada, e con essa percoterà le nazioni e i re che
ignorarono la giustizia, e i popoli che contristarono il suo Cristo.
Allora i giorni della tristezza e del lutto convertiransi in gaudio, e
colle vesti delle giocondità canterete un nuovo cantico a colui che ci
trasse dalle mani degli inimici; sederete, nella venustà della pace, nei
tabernacoli della fiducia e nell'opulenza del riposo». E ai
rappresentanti d'Italia rispondea: «Da questo giorno comincia l'ora
della misericordia. Han detto ch'io odio l'Italia. Deh se l'amai sempre!
ho desiderato la sua felicità, e sallo Iddio quanto pregai e prego per
questa infelice nazione. Non è unità quella che si fonda sull'egoismo.
Non è benedetta l'unità che distrugge la carità e la giustizia, che
conculca i diritti dei ministri di Dio, dei buoni fedeli, di tutti».
Come egli avea mostrato quanta fiducia metta nel voto de' vescovi suoi
fratelli col radunarli intrepidamente attorno a sè, una splendida
speranza diede alla Chiesa promettendo, ciò che mai non sarebbesi
sperato in tanta incertezza di cose e ostilità d'eventi, di congregarli
ben presto ad un Concilio generale, quasi la rivista che, alla vigilia
d'una campale battaglia, fa chi è risoluto a morire, ma non avvilirsi
davanti a nemico. Se più non occorre di fissare o chiarire dogmi, molto
resterà a fare, per armar la scienza a lotte nuove contro il
razionalismo irruente, che nega non solo la fede ma la ragione a nome
del progresso; per vincere collo splendore della tradizione cattolica il
conflitto tra ciò che v'ha di più vivo, l'amore o l'odio della libertà:
fare dall'unità vivente e parlante in un Concilio accomodar la
disciplina alle esigenze nuove; regolare il diritto canonico alle
dottrine politiche ed economiche e ai problemi sociali; spiegare gli
equivoci innestati dal delirio della stampa, potenza sconosciuta ai
tempi addietro; vagliare il buon grano tra la paglia e il loglio delle
teorie contemporanee; combinare le nuove relazioni della Chiesa collo
Stato, sicchè possano la giustizia e la libertà ottenersi con mezzi
giusti e liberali, e richiamarsi alla ragionevolezza, alla tolleranza,
ai sentimenti della natura gli spiriti languenti nel dubbio, traviati
dall'orgoglio, angustiati dall'egoismo.
NOTE
[626] In tal senso il tentativo più insigne fu l'_Eirenicon_ del Pusey;
bell'anima che fra gli Anglicani ridestò il sentimento religioso,
rinnovò i riti del battesimo, conseguì che anche l'Inghilterra
tollerasse i frati (e primi ad assumervi l'abito furono i Rosminiani);
dissipò molte prevenzioni contro la Chiesa cattolica, e v'incamminò
molti eletti spiriti, sebben egli non siavi per anco arrivato: onde Pio
IX paragona quella scuola alle campane, che chiamano gli altri alla
chiesa, esse non v'entrano. Pusey vorrebbe considerar la Chiesa greca,
la latina, l'anglicana come tre rami d'uno stesso tronco, tre figlie
d'una stessa madre, separate per dissensi non fondamentali, e che per
iscambievole vantaggio dovrebbero riunirsi. È memorabile la risposta che
vi fece il cardinal Patrizj nel 1865, di cui parlammo nel vol. I pag.
426. Vedi pure qui sopra, a pag. 448 e 489.
Fra i molti libri intorno all'_Eirenicon_ è a raccomandare _La pace
nella verità_ del Harper.
Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con
rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma
colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il
dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con
sant'Agostino, _Lex orandi, lex credendi_: poter noi pregare _pei_, non
_coi_ fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla
verità.
È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi
col titolo _La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui
donne l'Église russe dans la liturgie, par le_ P. C. TONDINI
_barnabite_. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa
ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di
san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma
anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede
potrebbero di molto aumentarsi.
[627] Nel 1860 la Società Piana a Lucerna tenne un'adunanza generale, a
cui convennero da cinquecento rappresentanti delle varie sezioni, e vi
fu letta la risposta che Pio IX faceva all'indirizzo che
cencinquantamila Svizzeri gli aveano spedito per consolarlo delle sue
tribolazioni. I Bulgari venivano all'obbedienza, con migliaja di Greci
scismatici.
Testè, nel _Morning Herald_ giornale protestante, leggevo: «Il romanismo
s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato
benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili
dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro
figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra
città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra
l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».
Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè
si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e
incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi
la corte _des Arches_ ebbe grandissima importanza per la grave quistione
portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che
sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori
degli _Essays and Reviews_, che negavano l'autenticità e divina
ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa
originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello
Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni
punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al
Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è
radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.
[628] N. BIANCHI, _Storia Documentata ecc._
[629] _Pascha Domini et fidelium._
I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem
lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit
post divisionem inter eos allatam a peccato originali.
Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de
mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et
hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis
hinc-inde-et-in se.
Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam,
et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque
hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus
est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in
hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine.
Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut
iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique
eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum
baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere,
nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes
sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo,
nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo
accipiat et manducet.
Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque
carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum
Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha
Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis
salutaris Dei.
II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et
vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse
est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo
unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene
restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem
lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo
consummabitur homo in Deum.
Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum,
qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura
lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura
non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat
Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat
Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed
cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene
vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et
communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine
quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo,
nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi
hominis factus, sed absque peccato.
Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare
et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus
est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam
humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et
sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei:
implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur
ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana
lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura,
cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in
semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.
III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere
desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi
incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.
Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus
Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus
est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud
(Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a
principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura,
quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut
a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus
pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret,
ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso
opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo
vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam
susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum
Dei plenum.
Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a
Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per
quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac
proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum
ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana
lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in
perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod
credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha
de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.
Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in
hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper
perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis
magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi
stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur
Christus in multis, ac multi in Christo.