Altro atto segnalato di Pio IX e documento d'alta autorità fu

l'enciclica _Quanta cura_ dell'8 dicembre 1864. Il fatto capitale del

nostro tempo è il conflitto della rivoluzione colla società: quella

trionfa dapertutto fin nelle azioni e nei detti di coloro che la

combattono: sola Roma resiste colle lotte aperte dell'intelligenza e le

secrete dell'anima. Come tiranno ogni principe, così i ciarlieri

chiamano antipatriotico ogni uom religioso; ma non è vero ch'essa

osteggi la libertà politica perchè mette l'autorità divina sopra le

fantasie del giudizio umano: condanna la libertà che invade le cose

certe e inviolabili; non la ricusa nelle contingenti; e aspira solo al

governo morale d'un mondo, cui è più vanto lo sprezzare che il

comandare. Quistioni le più ardite, affermazioni che sgomentano una

società, capace solo di dubitare e negare, si discutono a Roma, perchè

si è sicuri di giungere all'evidenza mediante il legittimo uso della

ragione. E sebbene Roma abbia sempre repugnato dall'offrirsi come una

specie di suprema consulta che dottrinalmente pronunzii sopra punti

teorici, senza che dagli avvenimenti siano sottoposti di forza alla sua

giurisdizione, in questi ultimi tempi derogò dalla proverbiale sua

lentezza nel formulare avvisi intorno a questioni di grave importanza

per la dottrina e la condotta.

Nella presente enciclica esponeva il pontefice qualmente gli antecessori

suoi, difendendo la religione, la verità, la giustizia, avessero avuto a

cuore di svelare e condannar le eresie, contrarie alla fede e

all'onestà, e causa delle rivoluzioni che funestano la Chiesa e lo

Stato; egli stesso in varj atti aver riprovato i mostruosi errori che

oggi recano tanta jattura alle anime e alla civil società; vie più

detestabili in quanto mirano a distruggere la salutare forza che la

Chiesa Cattolica deve esercitare non meno verso gli individui che verso

le nazioni, i popoli, i sovrani, e l'armonia fra il sacerdozio e

l'impero; ed applicando allo Stato il principio del naturalismo,

insegnano che il progresso civile esige una società costituita e

governata senza riguardo alla religione, o senza divario tra la vera e

le false; non si reprimano i violatori della cattolica se non lo

richieda la pubblica quiete; si proclami in ogni società bene costituita

la libertà di coscienza e di culto, e a ciascun cittadino facciasi

illimitato arbitrio di manifestare i proprj pensieri a voce o per

iscritto.

Rimossa la religione dalla società, si ottenebra la nozione del giusto,

e al dritto si sostituisce la forza materiale, onde si annunzia che la

volontà del popolo è legge suprema, ad onta d'ogni argomento umano o

divino, e diventano diritto i fatti compiuti. Ammesso ciò, la società

non ha altro scopo che di procacciarsi ricchezze, altra cupidigia che di

comodi e piaceri; si riprovano gli Ordini religiosi; si limita la

facoltà di far limosina; non si rispettano i giorni festivi, come

ripugnanti alla pubblica economia. Perfin dalle famiglie si vuole

svellere la religione, asserendo la società domestica esista solo in

forza della legge civile; da questa dipendere i diritti de' genitori e

specialmente quello d'istruire ed educare i figliuoli, con ciò

allontanando dai giovani non ancora depravati la dottrina cattolica; e a

tal uopo sottraendoli al clero, dichiarato nemico al progresso.

Altri impugnano i diritti della Chiesa e della santa sede sulle cose

d'ordine esteriore, sottomettendole all'arbitrio dell'autorità civile,

sino ad affermare che le leggi ecclesiastiche non obblighino in

coscienza nè abbiano vigore se non siano promulgate dalla podestà

civile. Per conseguenza non badano alle condanne contro le società

secrete e gli usurpatori de' possessi della Chiesa; anzi dicono conforme

al diritto pubblico e alla teologia che questi il Governo rivendichi;

non essere la podestà ecclesiastica distinta e indipendente dalla

civile; potersi negar obbedienza ai decreti della sede apostolica che

non riguardino il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la

disciplina.

Altre empie dottrine sono disseminate con libri, opuscoli, giornali

avversi a verità e giustizia, fino a negare la divinità di Cristo.

Pertanto i vescovi raddoppino di zelo per allontanare il gregge dai

pascoli insalubri, e mostrare ai fedeli che anche la felicità terrestre

dipende dalla religione; che la podestà regia è conferita non pel solo

governo del mondo, ma per presidio della Chiesa, e ai principi niuna

cosa può recar tanta gloria e vantaggio quanto il lasciare che la Chiesa

usi delle sue leggi e della sua libertà.

A ottener tutto ciò il pontefice invocava le preghiere e la penitenza, e

perciò bandiva un giubileo.

All'enciclica andava compagno l'indice (_Syllabus_) di ottanta errori,

ch'esso pontefice in diversi tempi avea notati in lettere encicliche o

allocuzioni, e che formavano un complesso di dottrine sulla Chiesa e i

suoi diritti: sullo Stato e i limiti della sua podestà; sulle ragioni

della famiglia; sulla fede e la ragione; insomma su quanto è di vivo ed

attuale nell'umanità. Il sillabo li distribuiva sotto dieci capi. Il

primo concerneva il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto,

cioè la negazione della personalità o della providenza divina, della

rivelazione, de' miracoli scritturali. Il secondo il razionalismo

moderato, che equipara la teologia e la filosofia, e crede possa la

ragione per forze proprie giungere alla vera scienza de' dogmi, nè si

deva sottomettere la filosofia a veruna autorità, ma trattarne senza

alcun riguardo alla rivelazione. Il terzo riguarda gl'indifferenti e i

latitudinarj, che non pongono divario fra le religioni; e anche _fuori

affatto_ della Chiesa di Cristo poter salvarsi. Nel quarto si combattono

il socialismo e comunismo, le società clandestine, le bibliche ed altre

che tendono a sfrenare il clero e i fedeli. Nel quinto enumera errori

intorno alla Chiesa e a' suoi diritti; cioè quelli che la fanno

dipendente dal governo civile, che asseriscono i papi e i Concilj

ecumenici avere trasceso i limiti della loro podestà e invaso quella de'

principi: avere errato nel definir punti di fede e disciplina; non aver

la Chiesa diritto ad alcuna podestà temporale diretta e indiretta; non

ad acquistare e possedere; non a dominio temporale; non a immunità o

foro privilegiato; non alla direzione dell'insegnamento teologico: il

romano pontefice non esser principe libero, operante nella Chiesa

universale; il pontificato potersi trasferire in altro vescovo o altra

città; istituirsi chiese nazionali, disgiunte dall'autorità papale, e

Concilj nazionali, che definiscano assolutamente.

Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e

rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose

sacre, come fa coll'_exequatur_, coll'appellazione d'abuso,

coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori

della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra

l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole

pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che

così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi

materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e

voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la

professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere

famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la

Chiesa deva segregarsi lo Stato.

Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come

indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed

ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui

somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto,

per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si

possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al

giuramento e trascorrere a iniquità.

Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è

considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano

contrarlo anche gli ecclesiastici.

Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire

assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.

Il decimo colpisce quel liberalismo _odierno_, che non vuol più la

cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di

culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a

transazioni con siffatto liberalismo.

Il sinodo tridentino aveva raccolto tutti i dettati ereticali e

pronunziatone l'anatema, segnando la precisa linea fra la verità e

l'errore, senza transazioni nè compromessi. Altrettanto faceva il

sillabo in tanta nuova esitanza, combattendo il falso senza serbare

alcun legame con esso; colpendo l'eresia intellettuale del razionalismo

o panteismo, l'eresia sociale della statolatria, l'eresia religiosa di

separare la civiltà dalla rivelazione. Allora negavasi il papato

nell'ordine religioso, ora negasi nell'ordine della civiltà,

indietreggiando alle dottrine pagane: quello volle ravvivar la pietà e

la fede de' credenti, questo richiamar la civiltà cristiana

all'autorità, ridurre in armonia la scienza colla fede, la patria colla

Chiesa, la libertà colla legge, la vita con Cristo, e con ciò salvare

non men la Chiesa che la società, scassinate da quegli errori.

Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al

sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla _Unigenitus_. Non

teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno

competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e

ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro

d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o

irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane

alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato

ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite

dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il

quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai

giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.

In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di

Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al

papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un

mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel

frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia,

alla ragione».

Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne

tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo

nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle

inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo

abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di

pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo

sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania

fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse

lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono

discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu

intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non

ne cancelleranno una proposizione[651].

Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione:

siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa

potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo,

come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo

nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione

moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non

abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono

d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al

papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università

coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla

vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande

cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non

indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare

una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la

diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre

impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo,

superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia,

cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati

dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi,

sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio

che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio

dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai

Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della

ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo

tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo

esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di

benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le

sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle

per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non

obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli

appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i

bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.

Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata

barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i

fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi

quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando

proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una

persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono

i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare,

e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non

protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del

pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità

del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la

rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà,

gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli

conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la

santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa

che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina

de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento,

la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come

unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi

errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da

politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale

normale, che vuole il vero assoluto?

Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del

Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie

forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di

garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di

curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli

opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di

più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.

Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della

società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della

filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi

Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il

valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che

pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo

cognizioni se non per una rivelazione primitiva (_tradizionalisti_) non

potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la

filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli

della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede,

entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e

le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la

spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione

preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici

aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione

della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli

della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla:

prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il

cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè

l'obbedienza è atto di ragione come di fede.

Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de'

contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente

nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti

tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come

non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che

nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la

competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali;

la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza

di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.

Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone

intenzioni _l'Avenir_, che proclamava la libertà dei culti e la

segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine

non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile,

sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor

male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il

falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla

morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non

esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio

fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si

conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua

religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo

culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli

abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente

cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima

è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già

entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero,

neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia.

Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e

religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge,

ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa

distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta

l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi

cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo

della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per

questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle

intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.

Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè

osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la

religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe

che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie

repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la

trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che

vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi

per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su

cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è

indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere

costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di

generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè

riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi

chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle

l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le

coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute

quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane

disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al

regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno

molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto

meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede

l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in

ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il

meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino

praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione

dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.

A questo documento applicando le norme più ovvie della buona

interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni

assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è

ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si

prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come

obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni

intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella

casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si

accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di

carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva,

savia o imprudente.

La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente

l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore.

Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che

non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre

sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non

esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire

in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi

legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia

permesso.

Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol

nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale

perfezione e il progresso civile, _ætate hac nostra_, esigono

imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza

tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la

falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna

autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la

libertà illimitata (_omnimoda_) di manifestare e dichiarare i proprj

concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro

modo?

È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le

rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore

esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che

esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è

il testo[655].

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 88 / 101 段