pubblico_ della Chiesa; come l'Avogadro, il conte Solaro della
Margherita, i vescovi d'Imola, d'Ivrea, di Mondovì[638] ed altri
dibattono le quistioni sociali e civili: e non è per difetto di maestri
se sì mal le conosce quella turba che più crede sapere quanto ha meno
studiato. Essa rinfaccia che non vi sono più i Tommasi, i Bellarmino:
quasi gli Ariosti, i Galilei, i Raffaelli abbondino nella presente
universale decadenza. Ben è a dire che la discussione è difficile quando
l'oppositore ignora i principj, come non si può convincere
dell'assurdità del moto perpetuo chi non sa gli elementi della
meccanica.
In concorrenza con imprese forestiere, le compilazioni della _Biblioteca
Ecclesiastica_, della _Biblioteca dei padri e dottori latini_ diffusero
studj di cui troppo era bisogno.
Alle produzioni dell'esegesi tedesca, e del razionalismo contro
l'ispirazione e la canonicità delle Scritture non abbastanza si opposero
studj d'ermeneutica sacra, e di patristica[639], e quell'alta teologia
che eleva la critica ad invenzione; pure possiamo compiacerci del
Secchi, di Bernardo Rossi, del Maj, del Patrizj, del Cavedoni;
l'Ungarelli e il Vercellone compirono sul testo sacro lavori da non
iscomparir a petto di qualunque straniero, e mostrare che l'intelletto
umano sa rivendicar la sua indipendenza sempre, e lanciarsi
all'esercizio individuale anche commentando.
Le bestemmie mistagogiche del Renan eccitarono a risposte il Passaglia,
il Capecelatro, il Ghiringhello, l'Isola, il De Riso, il Delitala, il
Grimaldi, l'Arnaldi, il Vitrioli e molti altri; dopo i quali la semplice
lettura de' vangeli basta a convincerci che, al sommar de' conti, il
nostro Cristo è migliore che non tutte coteste invenzioni.
Del resto la teologia ha una storia come l'altre scienze, ed è nobile
esercizio dell'attività intellettuale il seguitarne le fasi; in che
guisa gli atti della ragione umana s'applicarono al divino oggetto della
rivelazione; con qual metodo queste verità furono esposte, spiegate,
provate, combattute; qual nuova filosofia di Dio e dell'uomo ne origina:
qual parte ha esercitato nell'incivilimento umano e nel progresso della
società. Ma se si tornerà al bisogno del vero per altre vie, bisognerà
bene che la teologia si atteggi al nuovo arringo, giustificando i fatti
su cui fonda la sua autorità, a norma delle presenti condizioni dello
spirito umano e delle profonde modificazioni che la controversia
religiosa ora subì: alleandosi intrepidamente alla scienza per arrivare
alla grande unione della fede, del raziocinio, dell'esperienza.
La predicazione si fece più austera che non avesse cominciato col
Barbieri; e se possiamo citare pochi oratori che accoppiino familiarità
e decoro, logica rigorosa ed eloquenza passionata, è consolante che in
molti luoghi si tengono conferenze (_Bausa_, _Franco_, _Perrone_, ecc.)
per trattare dottrinalmente i punti che gli avversarj gettano in
pubblico. Si estesero le missioni, in cui pare che il sopravvenire d'un
prete straniero a predicare e confessare ridesti le coscienze, assopite
alla voce del parroco consueto.
Dalle altezze della filosofia come s'inizia l'errore così è necessario
proceda e si rinfranchi la difesa della verità. Nè qui ci mancarono
sommi ingegni.
Già al vulgare sensismo di Locke e di Condillac[640] eransi opposti fra
di noi il cardinale Gerdil, che sostenne non poter l'idea dell'ente
derivare dai sensi, e neppure esser idea formata: il Falletti, che al
canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente
e la generale idea dell'essere, dedotta dal pensante; Ermenegildo Pino,
che il principio d'una scienza universale trova nella natura divina,
sorgente della ragione umana. Pure non tolsero che le inezie sensiste
fossero propagate fra noi, senza malizia dal padre Soave e con arte dal
Lalebasque (Pasquale Borelli) e dagli ex-preti Compagnoni, che tradusse
il Tracy, e Melchior Gioja, il quale della morale faceva un ramo
dell'economia politica e una scienza della felicità, sicchè ponea fra i
delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificar la carne.
Verso la verità e la natura si tentò ritornare o per via
dell'ecclettismo coi Francesi, o del senso comune cogli Scozzesi,
cercando conoscere la natura dell'uomo e la sua finale destinazione. Le
dottrine di Kant, che toglievano la coscienza all'intelletto relegandola
nella sensibilità, non ebbero molto seguito fra noi, dove furono
limpidamente esposte e oppugnate da Pasquale Galluppi.
Il siciliano padre Gioachino Ventura (1792-1861), fermo a innestare la
filosofia sulla rivelazione, ripudia l'intuito delle idee eterne; e
staccato dal tradizionalismo di Bonald e di Lamennais, ricusanti ogni
certezza fuor della parola di Dio, s'attenne a san Tommaso, il quale
insegna che come la Grazia suppone la natura, così la fede suppone la
ragione. Pertanto dalla prima opera sua _De modo philosophandi_
modificossi assai. Dietro a quella sì cara illusione dell'alleanza della
libertà politica colla religione cattolica, lasciossi trarre nel turbine
rivoluzionario; ma lo svolgersi degli avvenimenti, che sono la logica
delle idee, gli portò quella rettificazione de' proprj concetti che è la
ricompensa delle intelligenze sincere. Le sue _lettere a una
protestante_ sono calzanti; come belle le ultime prove di temperar colla
fede così la libertà civile come l'autorità sovrana, di librare la
ragion filosofica colla cattolica; al qual uopo portò anche sul pergamo
l'esposizione dottrinale del dogma.
Mentre i razionalisti dicono «La ragione è tutto», e i tradizionalisti
«La ragione è nulla», noi diciamo «La fede e la ragione si scontrano
nella verità» e su ciò fondasi la dottrina di Antonio Rosmini roveretano
(1797-1855) che vuol elevare il mondo della scienza e della verità sulle
ruine della sofistica e della menzogna. Pose egli innata l'idea
dell'essere possibile, che poi accostò all'ente reale, svolgendola in
tutta la comprensione e le forme, e repudiando quelli che trascurano i
vincoli, per cui tutti gli enti sono connessi fra loro. Teologo al tempo
stesso che argutissimo dialettico ed eminente filosofo, trattò le
quistioni più scabrose e sottili, e se per quelle della coscienza fu
denunziato alla Congregazione dell'Indice, ebbe la gloria d'uscirne
senza taccia, a gran conforto della numerosa schiera de' suoi
seguaci[641]. La sua _Teosofia_ comparsa postuma fu giudicata l'opera
più poderosa che si leggesse dopo san Tommaso. Di specchiata virtù e
sincera fede, dalle eminenti speculazioni scendeva alle più minute
pratiche della vita e della pietà; istituì i sacerdoti della Carità per
l'esercizio d'ogni opera utile al prossimo, e le suore della Provvidenza
per istruire fanciulle. In giorni procellosi pubblicò le _Cinque Piaghe
della Chiesa_, ch'erano, la separazione del popolo dal clero nel
pubblico culto, l'insufficiente educazione del clero inferiore, la
disunione dei vescovi, la nomina di questi lasciata al poter laicale, la
servitù de' beni ecclesiastici. L'acerbità di qualche espressione e la
inopportunità coi tempi fecero censurare quest'opera, e l'autore vi si
sottopose docilmente.
Non così piegossi il Gioberti, del quale ripetutamente avemmo a
discorrere, e che rifacendo con metodo sintetico, ed esponendo con stile
retorico la filosofia cattolica tradizionale dell'ente, già con
finissima analisi esposta dal Rosmini, la esagerò sino alla formola
_L'Ente crea l'esistente_: ponendo così fra sè e l'autore del _Nuovo
Saggio_ un inutile dissenso. Con forza irresistibile abbatte psicologi e
soggettivisti, peccando però nel giudicar tali alcuni che nol sono.
Nè vuolsi dissimulare che i più dei filosofi nominati sono
ecclesiastici, smentendo anche in ciò coloro che appajano chierica e
ignoranza[642]. Si schierano essi sotto que' due campioni, Rosmini e
Gioberti, pure mirando a qualche novità; e come la teologia li rattiene
da teorie esiziali alla morale e al diritto, nella metafisica sostengono
generalmente l'elemento intellettuale objettivo, l'intuizione immediata
del primo vero, pertinenza divina, respingendo così lo scetticismo.
Il _Saggio teoretico del diritto_ del gesuita Tapparelli sverta, come le
dottrine sensiste del Locke e del Condillac, così le cesariane del
Burlamacchi e del Romagnosi; subordina il diritto alla morale, senza
però confondere il giusto coll'onesto, esterno quello, interno questo,
quello obbligatorio, questo spontaneo.
Il padre Bonfiglio Mora e il Sanseverino (_Philosophia christiana cum
antiqua, et nova comparata_ 1862) posero la filosofia cristiana a
riscontro della moderna.
Augusto Conti cerca il metodo compositivo, fondato sulla coscienza
dell'uomo, non già solitario, ma con tutte le sue relazioni, le quali
bisogna riconoscere quali sono: onde in una comprensione universale
riunisce gli aspetti particolari del soggetto filosofico, per arrivare
alla rigenerazione morale della coscienza.
Il Bertini nella _Idea d'una filosofia della vita_ combatte
l'antropomorfismo, cioè l'umanesimo esagerato, che supponendo
originalmente buono l'uomo, deve immaginare un Dio nient'altro che
clemente, la cui giustizia vendicativa è mera finzione andromorfica: e
pensa che la filosofia critica, la quale, per dimostrare la veracità
dell'umana intelligenza si vale soltanto dell'intelligenza, non può
arrivare ad alcuna ferma conclusione. Sgomentato dall'assalto mossogli
da Ausonio Franchi nella _Filosofia delle Scuole italiane_, scivolò
cogli scettici, e ne' _Dialoghi sulla questione religiosa_ (1861) pose a
colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta
che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto
della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute
dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.
E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede
sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una
certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il
dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare
l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura;
giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del
pari, purchè ciò venga da convinzione.
Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col
titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un
connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè
dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede
perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o
ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal
governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come
da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa
dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia
dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de'
traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al
buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non
restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il
sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e
dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità
confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col
semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de'
giornali e l'obblio de' contemporanei. Così pretendesi andar alla
conquista della verità spogliandosi di parte delle armi che si
possedono: a forza di sottigliezze si trae un codice di obbligazioni da
un principio che non le racchiude: adopransi a turbare la ragione
maggiori sforzi che non se ne vorrebbero a trarre dal buon senso facili
regole, e revocare gli spiriti a se stessi, cioè al bene. Iddio ha dato
all'uomo pensiero, libertà, amore, diverse e stupende realtà, colle
quali mira alla realtà infinita; a Dio che è luce alla ragione, oggetto
all'amore, scopo alla volontà, che egli fece, ma che non costringe.
Principio della filosofia è, la ragione esser capace di discerner il
vero nell'ordine morale, e quel complesso di massime che costituiscono
la religione naturale. La religione riconosce questa forza alla ragione:
sol nega che essa sia sovrana: onde può benissimo associarsi colla
filosofia, purchè questa convincasi che la religione è divina, che non
si compone di tesi discutibili una a una, ma d'un accordo di dogmi
rivelati dalla verità eterna in un libro sacro, affidato a un'autorità
viva e infallibile. La filosofia erra quando le sue conclusioni
contraddicono al dogma: ma possono allearsi mediante un atto reciproco.
Per parte della religione, esso sta nelle decisioni dogmatiche della
Chiesa: resta che la filosofia pronunzii il suo: e forse essa non potrà
progredire se non ammettendo qual postulato la coesione del finito
coll'infinito, della libertà colla necessità, della creatura col
creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare
alla verità una sanzione superiore alla filosofica.
Al cristianesimo, la cui direzione è essenzialmente tradizionale,
conferisce non poco la storia. Che se ella era stata, come alcuno
definì, una vasta congiura contro la verità; se, non collocando gli
uomini al loro tempo, facea piuttosto romanzi, e supponeva agli uomini e
al tempo propositi che non ebbero perchè non aveano ragione di averli, e
calunniava la verità nel passato per opprimerla nel presente; alcuni la
revocarono a migliori uffizj, e istrutti dall'urtar in tante ruine di
cose che credeansi immortali, esaminarono il vario indirizzo che via via
presero il pensiero e l'attività degli uomini: col che i fatti non
appajono più come fenomeni accidentali, ma sviluppo, seguito, effetto di
precedenti, causa di susseguenti. Tale ci pare trovarla nei lavori del
padre Tosti, del Capecelatro, del Balbo[643], del Troya, del Cantù, del
Mozzoni. E ben della storia fatta seriamente e con un pensiero calmo e
imparziale fa bisogno tra le passioni e i pregiudizj, e quando la
critica è sì morta da lasciar credere a tutto ciò che venga asserito ne'
libelli; i Congregandisti, i Calderari, i Gesuiti avvelenatori ed
assassini, i Paolotti cospiratori, le monache prostitute, l'accordo fra
clericali e borbonici, a Roma il brigantaggio pagato col denaro di san
Pietro, la cuffia del silenzio a Napoli, e tant'altre menzogne elevate
fino all'assurdità; quando un'ignoranza prodigiosa presta alla Chiesa
dottrine di fantasia, assolutamente diverse, talvolta opposte alle sue.
Le storie contemporanee son tutte ossesse dalle passioni, e servili
all'opinione decretata e adulatrice: pure alcune potranno leggersi non
senza profitto, come il Farini e il Ravitti.
Non abbiamo una storia ecclesiastica, e fu tradotta persino una, che in
grandissima parte non era se non traduzione dell'Orsi. Le vite dei papi
ricevemmo da stranieri, e se le Memorie del cardinale Pacca ci
introdussero ai dolori di Pio VII, quelle del cardinale Consalvi dovemmo
aspettare da Francia.
Il padre Brunengo nelle _Origini della sovranità temporale dei papi_, e
il Theiner nel _Codex diplomaticus dominii temporalis sanctæ sedis_,
hanno raccolto tutti i documenti che chiariscono l'origine e i progressi
del principato pontifizio; questo principato esposto ogni tratto ad
assalti cui sembra dover inevitabilmente soccombere e che poi ne
risorge, perchè dietro ad esso stanno la libertà e l'indipendenza della
Chiesa.
E ripetiamo come la restaurazione e la difesa della verità cattolica sia
stata assunta da molti laici. Ed «è bene (come disse un di noi in
parlamento) che la protesta venga da chi dai frati, dai preti, dai
vescovi, non ha nulla a chiedere, nulla a sperare nè per sè nè pe' suoi;
nulla, se non che all'estremo giorno lo mandino confortato nella fiducia
del perdono».
In ajuto della verità venne anche l'archeologia, frugando le catacombe,
e traendone fin un'iscrizione del 71 di Cristo, affreschi del primo
secolo, vasi di vetro, sculture del II, III, IV, musaici del IV,
illustrati dal Marchi, dal Garrucci, da G. B. Rossi, che danno risposta
senza replica alle negazioni di protestanti e razionalisti.
Non saremo noi che loderemo quelli che abusano della pietà con leggende
indiscrete, e con idee antiquate, servili, irose convertono la religione
in istrumento di riazione. Nè malgrado questo inverecondo abuso saremo
noi che condanneremo la libertà della stampa, mercè della quale ci è
dato di francamente saettare coloro che la fanno detestabile e i Governi
che la depravano. Una stampa gladiatoria che si sostiene col quotidiano
stimolante dell'empietà e del sensualismo, in gara d'immoralità
grossolane contaminando ed avvilendo gl'intelletti e i cuori, e dando
una febbre di bugia e d'esagerazione la quale tratto tratto prorompe in
rivoluzioni, parve essere disapprovata dalla Chiesa, ma disapprovate
anche certe censure legali, che lasciano la parola soltanto all'errore e
alla tirannia. Congratulandoci di aver ottenuto le libertà a cui tutta
la vita aspirammo, la libertà di far il nostro dovere, di pretendere il
giusto, di dire il vero a tutto nostro rischio e pericolo, gemiamo delle
restrizioni che vi domandano persone ignare del giusto, ostili al vero,
impaccianti il bene.
Pio IX esortò più volte i Cattolici a ribattere colla stampa la bugia e
l'immoralità sotto la guida de' proprj vescovi[644]. E dacchè quel che
un tempo le madri, la scuola, il pulpito, oggi lo fanno unicamente gli
opuscoli e i giornali, e questi, in gara di paradossi, schizzano ogni
giorno il lor veleno a milioni di lettori, ogni giorno ripetendo che il
papa è un brigante, i preti ingannatori e riazionarj, Cristo un romanzo;
e irresistibilmente tiranneggiando deputati, ministri, popoli, sicchè
non osano attaccarli nè il fisco nè la finanza, moralmente costringono
gli uni a commetter l'ingiustizia, gli altri a neppur riconoscerla, e
sanzionano il male col dichiararlo bene, parve un dovere l'adoprar gli
stromenti dell'errore e del delitto a tutela della verità, a salvare gli
avanzi del buon senso e della buona creanza. Fra i molti giornali vuol
distinta menzione la _Civiltà Cattolica_, fondata «collo scopo di
proclamare la riverenza del suddito alla legittima autorità e del
superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione della forza alla
legge morale, unità di morale sotto l'insegnamento della Chiesa
cattolica, unità della Chiesa sotto il governo del vicario di Cristo»; e
il santo padre ne perpetuò l'esistenza erigendone la compilazione in
collegio gesuitico[645]. Se non che le due parti possono ingannarsi
nell'eccesso dell'ammirazione e della denigrazione: e la verità, quando
non converte, irrita. Ma chi mira a un grande scopo sacrifica i dissensi
secondarj, e in faccia all'urgente pericolo sociale è colpa lo scindersi
su quistioni parziali, e l'arrogarsi di decidere che è fuori della
Chiesa chi non ne fu legalmente respinto. Le questioni sociali,
politiche, economiche, sono da ciascun fedele risolute secondo il
Vangelo, che è legge suprema, inappellabile. Ma non sempre si scorge a
prima vista il principio morale, secondo cui va sciolta una quistione
complessa d'economia sociale; poi i mezzi d'applicazione differiscono
secondo gli spiriti e le considerazioni da cui sono dominati. Tale
diversità di particolari costituisce la vita; e la carità c'impone di
usar tanto più di amorevolezza e tolleranza, quanto meno ne aspettiamo
il ricambio.
Queste erano industrie individuali; ma ridesti tutti gli errori delle
età passate, proclamatine di nuovi; la Riforma, da analitica e religiosa
fattasi sintetica e civile, diretta a corrompere la società tornandola
pagana, invadendo tutti gli ordini dialettici e le appartenenze della
vita civile, era necessario che la Chiesa v'opponesse i rimedj eroici
che usò ne' tempi peggiori. Che se un Concilio è ora difficile, quando
la onnipotenza degli Stati ha tolto alla Chiesa quella libertà, colla
quale un tempo udiva e ascoltava gli ordini del suo capo, e vedeva i
fedeli docili alle sue decisioni, benchè non munite di bajonette, di
multe, di carceri; d'altro lato la miracolosa facilità delle
comunicazioni fra i più lontani può supplire a quello che una volta non
otteneasi che colla riunione. Pio IX pensò dunque raccogliere le
molteplici decisioni delle varie chiese intorno all'immacolata
concezione di Maria.
Già indicammo per un errore de' più divulgati come de' più funesti il
dire che la dommatica cristiana si presentasse dapprima come vaga e
imperfetta, nè acquistasse forma determinata e senso evidente che poco a
poco. Questo ridurla alla condizione delle opinioni umane, non solo
attenua ma distrugge il cristianesimo, gli toglie il carattere divino
della fede e la legittima autorità sulle anime. Il Verbo incarnato diede
tutta la perfezione alla verità religiosa: nulla potette esservi
aggiunto: la Chiesa fu custode del deposito, non impedendo però le
investigazioni, e quel che Vincenzo Lerinese chiama i progressi della
luce nell'unità dogmatica. Se non si avesse che la parola scritta non si
darebbe progresso. Colla tradizione invece, l'albero, rimanendo pur lo
stesso, si sviluppa: le generazioni, ereditando la sapienza de' padri,
v'aggiungono qualcosa di proprio. Nella costituzione _Ineffabilis Deus_
dell'8 dicembre 1851 il pontefice riconobbe, colle parole d'un antico,
che il dogma stesso cresce quanto all'esteriore manifestazione, mediante
la virtù educativa della Chiesa, sempre però nel senso medesimo[646].
Il mistero dell'immacolata concezione era un diamante chiuso nella
pietra, cavatone poi ma scabro, indi lavorato, alfine messo in
isplendida luce. I teologi, anche i più fra i Domenicani che pur n'erano
considerati come avversarj, lo riconosceano: veniva festeggiato con
particolare solennità; era proibito il disputarne o chiamarlo in dubbio.
Già Benedetto XIV avea fatto stendere la bolla per proclamarlo
dogmaticamente, poi gli avvenimenti lo rattennero. Ora Pio IX, nei
giorni più miserabili del suo esiglio a Gaeta, come se le tempeste
politiche in nulla scotessero la nave di Pietro, mandò una circolare ai
vescovi, interrogando l'opinione delle loro chiese su quell'asserto, e
se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Uditone il voto, più di ducento
si adunarono col sacro collegio, fra cui più devoti quelli di Francia,
quasi ad espiare le senili reluttanze gallicane; nè vollero tampoco
discutere i termini dell'apostolica decisione, colla quale il dicembre
1854 fu definito come dogma che Maria Vergine fu concetta senza la
macchia originale.
La Chiesa adunque, mediante il suo senso tradizionale, leggeva in modo
chiaro e formale il dogma dell'Immacolata Concezione in quel libro
confidato alla sua prudenza, ove ad essa «è dato conoscere il mistero
del regno di Dio, mentre agli altri è proposto in parabole, sicchè
vedendo nol veggano, e udendo nol comprendano»[647]; insieme
riconosceasi la fondamentale, eppur negletta fede nel peccato originale,
e sublimavasi la dignità della donna, fra la quale e il maligno fu
dichiarata dal principio eterna l'inimicizia. Quest'atto ove una
concordia e unanimità colla Santa Sede, qual mai non si era veduta ne'
secoli precedenti, facea spiccare il senso dell'episcopato disperso
nella parola di colui che accentra in sè la vita della Chiesa, recava
nuovo consolidamento all'autorità suprema di Pietro[648] che, cosa
insolita, definiva un dogma dalla cattedra senza il concorso formale
della Chiesa adunata in Concilio. Tutta la cristianità ne fece festa:
alcuni pochi reluttarono[649], e i soliti fragorosi vollero condannarlo,
senza tampoco intenderne nè il fondo, nè i motivi, nè la portata.