Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante

scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal

veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,...

nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi,

d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non

possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e

Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse,

Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè

tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot,

critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea

politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti

dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di

Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia

vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non

risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella

robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a

fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un

petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai

Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a

Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino.

Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non

possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la

serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in

piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di

stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del

tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di

scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei _Promessi Sposi_ o delle

_Mie prigioni_: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria

soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.

La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete.

Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze

sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e

della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente

sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la

condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione,

giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema

parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della

rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare

nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi

questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela

ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel

nome di _Reale Napoleone_, _Real Giuseppe_, _Eugenio_, _La Concordia_,

_l'Heureuse rencontre_; a Bergamo l'_Unione_, a Verona l'_Oriente

dell'Arena_, a Taranto l'_Amica dell'uomo_...; oltre quelle

dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo

consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore

della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione,

raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio

di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'_Estratto de'

primi travagli del Grande Oriente in Italia_, in cui viene costituita la

società, e si andò _fastosi_ allorchè Napoleone concesse come gran

commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il

Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse,

Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli,

Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo

generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati

nel 1808 e 9 il _Catechismo dei tre gradi_ e _la Costituzione generale

del Grande Oriente in Italia_, francese colla traduzione italiana lurida

di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e

chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie

dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel

granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per

Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli

ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il

sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito.

Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola

d'ordine _Vittoria e ritorno_ a quella nostra eletta gioventù, che

doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.

Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e

appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma

il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa

nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi

della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e

Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che

gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.

Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in

cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di

barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza

conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso

e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti

sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o

martire.

Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che

raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e

che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817,

credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi,

moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e

giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich

della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma

l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano

sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non

assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie

incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende

odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie

più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio

d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il

bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna

lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i

principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un

muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco

di prudenza sarebbe facile evitare».

Prevedeva egli giusto?

Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia

alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica,

proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo _libertà,

eguaglianza, fratellanza_ del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima

parola quella di _umanità_: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati

da questa istruzione data nel 1819.

«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo

intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri

fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che

nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir

tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per

l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere

a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano

gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.

«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel

braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi,

preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone

sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha

amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui

alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa

misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di

prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e

della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea

cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe.

Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della

buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi

Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo

chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un

grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto

nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di

asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri

fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo

anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra

esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al

nostro intento.

«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia

non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con

lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza

deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti,

ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi;

bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle

società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la

Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene

molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il

combattimento prosegue.

«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri

principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque

volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri

arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro:

quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe

condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad

immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i

bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci

converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente

XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai

ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la

sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto

capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non

cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.

«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è

incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi

consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della

Vendita.

«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso,

della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed

impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle

loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie

oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può

annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con

pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le

qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un

Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli

una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali

forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a

qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la

lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il

popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia;

schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente

schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle

società segrete.

«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema

necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non

comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto

meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.

«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del

regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure:

per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali.

Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle

Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate

dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è

sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi

due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica;

offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di

nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.

«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno

fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla

spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti

trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a

disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo

saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare

nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e

odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i

ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni

de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon

cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero

e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti;

governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e

questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani

e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto.

Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di

Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar

sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de'

tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel

mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora

non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara

e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il

gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».

Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi,

se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del

Weisihaupt [600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra

circolare del 20 ottobre 1821 diceva:

«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il

principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che

innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta,

non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in

un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il

fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte

le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna

è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In

Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser

tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo

straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un

soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non

possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793,

impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci

verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le

temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in

isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a

Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della

cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in

corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui

sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si

muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime;

troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».

Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali

preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio

di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio

VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de'

suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando

altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo

degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi

ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la

passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di

rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire

ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma

da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso,

come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di

giudice, di giurato, di deputato?

Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24

maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi

dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre

indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj

e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar

il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù

maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani

sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione,

bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i

diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine,

d'alcun errore, d'alcun attentato».

La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831:

l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e

l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran

Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il

pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì

la _Giovane Italia_, che tolse a quella il primato. Colle sue idee

cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente

del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani;

contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati

ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni

esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione

educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi

invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a

professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una

e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.

Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava

che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome

della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo

profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la

religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio

sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come

divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora

alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa

oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in

concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli

individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza

per trasformare la terra[605].

S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non

cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto

qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole

sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il

sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che

il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo

si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro.

Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849,

attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli

scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre

lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de'

rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani

de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione _urbi et

orbi_, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e

Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla

piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale

i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo

religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo

governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa

dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini

virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il

progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima

pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un

governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il

potere spirituale, e il temporale»[609].

Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze,

Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea:

Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita

al mondo: Roma è il santuario di _una terza religione futura destinata a

dar la vita al mondo dell'avvenire_. Roma rappresenta la missione

dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo,

l'evangelo eterno _dell'unione fraterna_. No, Roma non può annettersi a

Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».

[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea

tolta da lui l'idea della sua _Giovane Italia_, Mazzini negollo perchè

Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato,

mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime

linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente

fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il

genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un

preteso diritto divino, monarca o papa».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 82 / 101 段