scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal
veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,...
nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi,
d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non
possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e
Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse,
Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè
tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot,
critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea
politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti
dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di
Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia
vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non
risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella
robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a
fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un
petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai
Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a
Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino.
Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non
possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la
serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in
piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di
stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del
tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di
scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei _Promessi Sposi_ o delle
_Mie prigioni_: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria
soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.
La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete.
Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze
sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e
della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente
sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la
condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione,
giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema
parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della
rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare
nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi
questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela
ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel
nome di _Reale Napoleone_, _Real Giuseppe_, _Eugenio_, _La Concordia_,
_l'Heureuse rencontre_; a Bergamo l'_Unione_, a Verona l'_Oriente
dell'Arena_, a Taranto l'_Amica dell'uomo_...; oltre quelle
dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo
consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore
della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione,
raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio
di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'_Estratto de'
primi travagli del Grande Oriente in Italia_, in cui viene costituita la
società, e si andò _fastosi_ allorchè Napoleone concesse come gran
commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il
Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse,
Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli,
Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo
generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati
nel 1808 e 9 il _Catechismo dei tre gradi_ e _la Costituzione generale
del Grande Oriente in Italia_, francese colla traduzione italiana lurida
di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e
chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie
dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel
granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per
Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli
ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il
sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito.
Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola
d'ordine _Vittoria e ritorno_ a quella nostra eletta gioventù, che
doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.
Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e
appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma
il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa
nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi
della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e
Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che
gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.
Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in
cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di
barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza
conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso
e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti
sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o
martire.
Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che
raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e
che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817,
credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi,
moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e
giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich
della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma
l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano
sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non
assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie
incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende
odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie
più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio
d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il
bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna
lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i
principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un
muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco
di prudenza sarebbe facile evitare».
Prevedeva egli giusto?
Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia
alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica,
proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo _libertà,
eguaglianza, fratellanza_ del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima
parola quella di _umanità_: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati
da questa istruzione data nel 1819.
«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo
intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri
fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che
nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir
tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per
l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere
a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano
gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.
«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel
braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi,
preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone
sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha
amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui
alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa
misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di
prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e
della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea
cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe.
Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della
buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi
Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo
chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un
grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto
nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di
asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri
fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo
anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra
esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al
nostro intento.
«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia
non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con
lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza
deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti,
ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi;
bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle
società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la
Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene
molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il
combattimento prosegue.
«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri
principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque
volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri
arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro:
quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe
condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad
immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i
bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci
converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente
XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai
ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la
sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto
capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non
cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.
«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è
incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi
consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della
Vendita.
«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso,
della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed
impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle
loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie
oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può
annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con
pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le
qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un
Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli
una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali
forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a
qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la
lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il
popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia;
schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente
schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle
società segrete.
«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema
necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non
comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto
meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.
«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del
regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure:
per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali.
Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle
Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate
dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è
sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi
due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica;
offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di
nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.
«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno
fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla
spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti
trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a
disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo
saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare
nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e
odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i
ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni
de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon
cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero
e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti;
governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e
questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani
e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto.
Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di
Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar
sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de'
tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel
mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora
non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara
e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il
gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».
Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi,
se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del
Weisihaupt [600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra
circolare del 20 ottobre 1821 diceva:
«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il
principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che
innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta,
non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in
un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il
fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte
le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna
è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In
Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser
tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo
straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un
soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non
possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793,
impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci
verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le
temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in
isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a
Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della
cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in
corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui
sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si
muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime;
troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».
Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali
preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio
di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio
VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de'
suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando
altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo
degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi
ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la
passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di
rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire
ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma
da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso,
come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di
giudice, di giurato, di deputato?
Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24
maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi
dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre
indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj
e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar
il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù
maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani
sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione,
bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i
diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine,
d'alcun errore, d'alcun attentato».
La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831:
l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e
l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran
Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il
pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì
la _Giovane Italia_, che tolse a quella il primato. Colle sue idee
cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente
del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani;
contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati
ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni
esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione
educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi
invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a
professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una
e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.
Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava
che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome
della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo
profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la
religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio
sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come
divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora
alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa
oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in
concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli
individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza
per trasformare la terra[605].
S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non
cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto
qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole
sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il
sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che
il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo
si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro.
Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849,
attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli
scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre
lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de'
rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani
de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione _urbi et
orbi_, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e
Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla
piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale
i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo
religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo
governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa
dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini
virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il
progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima
pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un
governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il
potere spirituale, e il temporale»[609].
Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze,
Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea:
Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita
al mondo: Roma è il santuario di _una terza religione futura destinata a
dar la vita al mondo dell'avvenire_. Roma rappresenta la missione
dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo,
l'evangelo eterno _dell'unione fraterna_. No, Roma non può annettersi a
Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».
[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea
tolta da lui l'idea della sua _Giovane Italia_, Mazzini negollo perchè
Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato,
mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime
linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente
fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il
genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un
preteso diritto divino, monarca o papa».