Ma Cristo nella coscienza della sua Chiesa ne scrisse il compimento

senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle

applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che

critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì

valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del

cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero

cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla

negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il

Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura,

sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di

Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di

Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di

Littré, ora la giustizia di Proudhon.

Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si

spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità,

non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle

passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della

metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della

geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non

comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo

possa star sulla terra mentre gira?

Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una

cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la

nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico

ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti,

surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una

teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire

che ciò che riuscì è bene.

Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo

scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso,

veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza

approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che

raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può

esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai

la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per

se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare

nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio

della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle,

chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in

un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro

colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema

filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare

l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di

rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se

stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo

della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della

fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà

che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol

separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè

l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le

nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.

Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto

non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari

milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di

grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo

fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è

parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio

personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio

risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro

pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del

genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il

dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La

critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha

nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse

misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato

regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la

ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti

credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale

per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna

ci chiama all'opera dell'amore».

Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non

dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che

il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar

dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza

ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la

cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta

quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se

stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i

Buddisti[590].

«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non

equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche,

semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i

suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che

divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti,

insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di

religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La

stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel

re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa,

l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà

italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e

l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si

sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della

metafisica» (_Della Federazione Italiana_).

A queste idee, manifestate esplicitamente nella _Federazione

repubblicana_ e nella _Filosofia della Rivoluzione_, come d'uomo che

«con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica

teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale»

applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come

già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione

colle parole sue stesse nella _Filosofia delle scuole italiane_:

«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè

però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di

pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina

del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo

non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla

passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di

teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia

romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti

Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono

quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di

ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra

occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera.

Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre

amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella

Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter

saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare

per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe

altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò

altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede

avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono

dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può

intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù

smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per

amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di

una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal

confessionale.»

«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a

quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo

venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a

sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce

intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare

l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici

che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora

per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non

dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di

averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli.

Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva

allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle

quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi

ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema

della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai

un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi

incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli

onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano

stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione

affatto privata e indipendente...»

«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti

bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla

letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo

lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto

l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le

credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro

gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i

solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che

costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la

sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro

testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una

ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora

professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per

voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto

le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci

della mia vita.

«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi

son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei

Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i

lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima

conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò

il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni

verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia

emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni

immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni

teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione

divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di

transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e

morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della

civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia

dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque

altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e

imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal

sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle

leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene,

dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa

de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata

felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho

provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e

la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho

dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono

l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di

coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e

dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e

l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la

nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non

possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle,

professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio,

la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»

Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter

sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e

mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione

per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di

trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano

gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi

Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè

al pio che s'allieta quando gli è detto, _Riposiamo nella casa del

Signore_[593].

Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla

Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma

e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che

ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la

teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e

dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio

incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta

d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun

concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa,

e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che

da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la

libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle

idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico

Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca,

immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del

vero».

Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come

legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione.

Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. —

Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto

esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la

personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che

succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è

tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di

una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante

pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi

amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le

essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli

uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello

che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere

alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della

ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza

istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi

pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime

dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo

disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante

di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che

costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende

educabile, perfettibile e progressivo senza fine».

E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria

ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e

interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole

che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso,

generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».

Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne

maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova

strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e

personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito.

Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni

tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la

scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che

virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e

tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni

discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che

si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la

filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema

dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo

induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio

è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto

esistesse nell'uomo questa _esecrabile_ strapotenza, egli rimarrebbe

sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida

nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano

costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico

perchè non lo capisco.

Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche

la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco

precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella

giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque,

Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia

con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori.

Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si

suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione

continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo,

poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in

animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può

animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso

delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il

complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la

percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e

delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a

metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono

l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e

d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università

Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere

nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il

materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori

dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe

trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.

Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio

di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione,

non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa

fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo

è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è

possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia

a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine

naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che

per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo

al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero,

unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e

nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne'

chimici componenti.

Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci

cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non

attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori?

Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non

è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali,

dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè

di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta

alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al

fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere

sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare

ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è

pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode

bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra

madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima

del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di

ragione: e mentre essi pel _disprezzo trascendentale_[597] affettano di

non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo

ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota

facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale,

cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo

incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto

cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è

la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non

è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a

insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo

di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e

che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia

quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta

nell'armonia, cioè la gerarchia.

Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti,

echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare

un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche

immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello

Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe

la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a

tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a

dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior

lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione

degli applausi e de' fischi.

Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata

nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è

forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di

bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata

guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel

fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo

alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio,

al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e

posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano

subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta

aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere

pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo

grossolanità irritanti; ma fin _la Strega_ di Michelet, «gran parto

dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le

fatucchiere.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 81 / 101 段