senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle
applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che
critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì
valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del
cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero
cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla
negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il
Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura,
sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di
Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di
Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di
Littré, ora la giustizia di Proudhon.
Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si
spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità,
non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle
passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della
metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della
geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non
comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo
possa star sulla terra mentre gira?
Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una
cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la
nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico
ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti,
surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una
teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire
che ciò che riuscì è bene.
Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo
scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso,
veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza
approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che
raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può
esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai
la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per
se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare
nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio
della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle,
chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in
un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro
colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema
filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare
l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di
rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se
stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo
della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della
fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà
che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol
separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè
l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le
nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.
Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto
non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari
milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di
grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo
fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è
parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio
personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio
risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro
pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del
genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il
dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La
critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha
nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse
misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato
regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la
ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti
credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale
per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna
ci chiama all'opera dell'amore».
Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non
dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che
il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar
dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza
ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la
cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta
quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se
stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i
Buddisti[590].
«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non
equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche,
semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i
suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che
divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti,
insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di
religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La
stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel
re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa,
l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà
italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e
l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si
sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della
metafisica» (_Della Federazione Italiana_).
A queste idee, manifestate esplicitamente nella _Federazione
repubblicana_ e nella _Filosofia della Rivoluzione_, come d'uomo che
«con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica
teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale»
applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come
già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione
colle parole sue stesse nella _Filosofia delle scuole italiane_:
«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè
però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di
pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina
del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo
non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla
passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di
teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia
romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti
Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono
quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di
ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra
occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera.
Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre
amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella
Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter
saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare
per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe
altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò
altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede
avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono
dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può
intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù
smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per
amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di
una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal
confessionale.»
«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a
quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo
venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a
sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce
intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare
l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici
che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora
per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non
dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di
averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli.
Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva
allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle
quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi
ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema
della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai
un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi
incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli
onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano
stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione
affatto privata e indipendente...»
«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti
bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla
letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo
lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto
l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le
credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro
gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i
solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che
costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la
sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro
testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una
ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora
professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per
voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto
le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci
della mia vita.
«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi
son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei
Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i
lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima
conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò
il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni
verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia
emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni
immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni
teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione
divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di
transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e
morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della
civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia
dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque
altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e
imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal
sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle
leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene,
dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa
de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata
felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho
provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e
la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho
dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono
l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di
coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e
dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e
l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la
nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non
possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle,
professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio,
la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»
Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter
sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e
mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione
per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di
trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano
gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi
Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè
al pio che s'allieta quando gli è detto, _Riposiamo nella casa del
Signore_[593].
Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla
Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma
e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che
ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la
teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e
dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio
incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta
d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun
concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa,
e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che
da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la
libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle
idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico
Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca,
immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del
vero».
Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come
legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione.
Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. —
Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto
esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la
personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che
succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è
tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di
una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante
pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi
amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le
essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli
uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello
che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere
alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della
ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza
istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi
pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime
dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo
disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante
di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che
costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende
educabile, perfettibile e progressivo senza fine».
E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria
ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e
interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole
che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso,
generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».
Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne
maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova
strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e
personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito.
Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni
tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la
scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che
virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e
tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni
discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che
si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la
filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema
dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo
induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio
è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto
esistesse nell'uomo questa _esecrabile_ strapotenza, egli rimarrebbe
sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida
nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano
costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico
perchè non lo capisco.
Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche
la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco
precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella
giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque,
Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia
con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori.
Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si
suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione
continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo,
poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in
animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può
animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso
delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il
complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la
percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e
delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a
metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono
l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e
d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università
Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere
nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il
materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori
dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe
trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.
Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio
di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione,
non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa
fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo
è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è
possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia
a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine
naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che
per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo
al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero,
unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e
nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne'
chimici componenti.
Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci
cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non
attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori?
Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non
è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali,
dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè
di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta
alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al
fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere
sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare
ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è
pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode
bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra
madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima
del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di
ragione: e mentre essi pel _disprezzo trascendentale_[597] affettano di
non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo
ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota
facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale,
cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo
incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto
cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è
la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non
è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a
insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo
di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e
che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia
quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta
nell'armonia, cioè la gerarchia.
Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti,
echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare
un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche
immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello
Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe
la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a
tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a
dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior
lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione
degli applausi e de' fischi.
Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata
nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è
forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di
bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata
guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel
fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo
alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio,
al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e
posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano
subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta
aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere
pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo
grossolanità irritanti; ma fin _la Strega_ di Michelet, «gran parto
dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le
fatucchiere.