Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o

compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena

all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre

Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato

contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche,

collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la

pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si

trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio

il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro

popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta

il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che

ne mostrano indignazione son gettati in carcere.

Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che

menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi

più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo

immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì

quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne

misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione

della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il

cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa

carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal

diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti

evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto

cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che

chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel

popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che,

come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a

rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.

E l'_Eco della verità_ parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte

contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime,

mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano

bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè

veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non

lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani

continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere

l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è

doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de'

sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a

cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione,

ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati,

vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più

presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano

parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi,

come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti

odierni.

È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria

inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli

d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente

di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola

direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello

Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel

diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde

l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità;

l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la

verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando

francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa:

adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita

ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le

credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo

di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità

cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.

Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza

principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è

divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro

fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad

appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di

fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci

troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni

della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia

cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati

al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le

circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il

lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose

discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica

personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva

projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più

ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena

abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del

momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua

vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti

nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto

razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero

dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le

opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente

nella _Filosofia della Rivelazione_, come credere che, tra splendide

verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse

affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo

fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione,

del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del

perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p.

342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che

l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo?

Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è

conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo

dell'individuo fonda con un _fiat_ la sua fede, e con essa fede il suo

oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il

suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse

intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri,

insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita

è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si

sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella _Riforma Cattolica

della Chiesa_ mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma,

dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo

svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore

puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con

Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal

Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia,

la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni

cattolici, rivestiti della dittatura ideale.

Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella

della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli

vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo

spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo

perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni.

Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza

teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune

buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in

sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche

che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il

vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di

opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che

questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del

misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.

Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente

dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la

scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche

astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato

temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario,

benefico, insigne, in questo della _Riforma_, ch'è de' più ostili, nel §

II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»:

poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza

del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala

contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che

dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel

principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo

sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel LXXVIII, che il

diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto

dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel

_Rinnovamento_ propone la spogliazione totale, nella _Riforma_ vuol

«lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § XC limitavasi alla

«secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».

Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura

si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni

noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da

costruzione.

Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò

soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la

convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda

ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' _Liberi

Pensatori_, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel

Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di

farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano. E le ipotesi

ch'essi vogliono imporre sono: — La forza non può comprendersi fuor

della materia; non può esserci stata una forza creatrice, onde Dio non

fu nè è creatore; non è forza regolatrice, onde non è potente; e non può

esser nè buono, nè giusto. Non avendo dunque alcun attributo, non

esiste, come non esisterebbe una pietra la quale non avesse nè volume,

nè forma, nè peso, nè altra proprietà.

Sono le note teorie di Bruno Baur, di Feuerbach, di Steiner, che

diceano: «Non solo non credo all'esistenza del soggetto divino, ma

neppure delle qualità divine, alla giustizia, all'amore, alla saviezza

che altri immaginano veder nell'uomo: una sola essenza reale vive:

l'individuo nel godimento o nel patimento suo egoistico».

Come programma d'azione i Liberi Pensatori adottano: «Non più prete alla

nostra morte, al nostro matrimonio, alla nascita de' nostri figliuoli».

In conseguenza fin povere giovinette morenti si videro dai genitori

negata la consolazione di spirare con Cristo sulle labbra; i padri non

presentano i loro neonati al parroco; ai fanciulli non istillano veruna

idea superiore alla materia.

Vollero esplicare maggiormente il loro teorema quelli di Siena, il cui

manifesto, in ciò che concerne la costituzione civile, porta:

«La società democratica dei Liberi Pensatori procurerà diffondere nelle

menti di tutti, ed in ispecial modo della gioventù, i veri principj

della _sana morale_, scevre da ogni misticismo religioso, libera da ogni

legge di qualsiasi setta religiosa, e regolata solo dalla ragione e

dalla coscienza.

«Dimostrerà che al trionfo della sana morale è indispensabile la più

estesa educazione delle masse, che deve necessariamente affidarsi ai

Liberi Pensatori.

«Farà conoscere essere unico inciampo al trionfo della sana morale il

dominio che tuttora si esercita sulle coscienze dalle sette religiose, e

perciò aversi a distruggere questa preponderanza spirituale, dovendo

ogni cittadino rimaner libero nel santuario della propria coscienza.

«Informerà tutti dei diritti che ciascun cittadino può e deve avere,

quali sono: libertà di coscienza e di culto, inviolabilità di persona e

di domicilio, libero diritto d'associazione, istruzione gratuita ed

obbligatoria, suffragio universale, stampa libera, armamento nazionale.

«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali,

riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente,

e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a

raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso

morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana

rigenerazione».

Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole

mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle

latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal

tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose

l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la

creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non

credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa

altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un

giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar

l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non

tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra

famiglia.

Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che

v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli

Evangelici, e da Milano scriveasi all'_Eco_ di Firenze: «Alcuni

corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in

Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde

radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta

mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che

s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto;

ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in

qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i

pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi

dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che

ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo

divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».

Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo

miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni,

che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato

almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un

materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che

dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la

debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non

ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio

che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno

la cura del suo prossimo.

Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per

combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea

previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot

considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che

la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali

sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità

pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri

riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col

Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire

ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma

dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son

buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori

sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla

ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività

di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio,

questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui

lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le

legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre

queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia

orientale?

I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le

condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione

della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e

sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di

ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro

la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione

d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il

nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro

Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in

lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza

modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le

modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la

materia di cui è composto si organizza in altre forme: non

s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il

fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le

quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica,

all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non

ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere

per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il

perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della

forma inintelligente.

Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole

filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il

soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da

sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi

crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la

travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto,

sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e

affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587],

per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la

religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria,

mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un

calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il

professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle

scuole di Milano e di Napoli.

Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere

stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea

detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel

che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo

ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al

genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non

convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].

E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole

alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri.

Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto

l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete

vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla

garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui

Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle

opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi

allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or

come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler

suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del

Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal

discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi

immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con

questa _interpretazione morale_ uniformavasi a Kant, pel quale la

religione non è che il complesso delle regole universali della morale.

Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a

critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi

o no, reali o immaginati.

A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli

Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche

importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli

riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o

dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento,

Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un

mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè

agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero

successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche

traccia della primitiva redazione.

Ecco aperto campo vastissimo alla critica, e Baur e la scuola di Tubinga

v'applicarono l'ingegno, l'erudizione, la fantasia, formando cento

sistemi diversi, e tutti provati egualmente. I primi apostoli non

sarebbero stati che una setta giudaica fin quando Paolo (personaggio più

grande di Cristo) proclamò l'universalità della redenzione e

l'emancipazione della coscienza dalla legge cerimoniale. I tre Evangeli

sinoptici e gli Atti degli apostoli sarebbero scritture o fatte o

rimpastate all'occasione del conflitto che nacque fra i primi cristiani

ebraizzanti e Paolo, dalla cui tarda conciliazione venne la Chiesa

cattolica, che conservò il doppio carattere dei due partiti. Lo

spiritualismo rivalse al tempo della Riforma: oggi si compie

l'emancipazione del pensiero religioso, spezzando le forme antiquate per

ridestare il cristianesimo in ispirito e verità.

Nella primitiva Chiesa, Cristo passava per un uomo potente in parole e

in opere, eletto da Dio, colmo dei doni dello Spirito Santo. Solo a

mezzo del II secolo si desunse dai Neoplatonici l'idea del Verbo,

associandola a quella del Messia, e all'unione morale surrogando la

ipostatica; allora si scrissero l'evangelo di san Giovanni[589], le

epistole agli Efesi, ai Colossensi, agli Ebrei.

Seguendo questi dotti, si vedrebbe donde attinse a poca fatica Renan,

che col lenocinio retorico rese interessante il suo romanzo, quasi come

la _Capanna dello zio Tom_, e per altrettanto tempo. Di confutarlo non

han bisogno i Cattolici, perocchè essi non credono che sulla sola

Scrittura sia fondata la verità storica e morale del Cristo. Un libro di

frammenti sconnessi, fatti in diversi tempi, da persone diverse e senza

concerto, sotto circostanze speciali, che offre principj ma non

isviluppati, non sempre chiari, non coordinati, alcune cose tacendo,

altre appena indicando o con simboli e parabole e allusioni, basterebbe

egli qual codice della più estesa e incivilita società? potrebbe darsi

alla plebe cristiana come norma delle credenze e della condotta?

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 80 / 101 段