figure, emula Torino per gli scritti contro la fede; lascia insultare a'
suoi prelati, e il Pantaleo montar sul pulpito della sua metropolitana
con una scala a piuoli; scala del popolo (diceva) a differenza dalla
scala de' Farisei. Cappelle evangeliche si moltiplicarono e non solo in
città, ma per tutta Lombardia. A Como adoprò assai un E. R. al quale
diede risposta Antonio Romano tessitore. Quel lago e la provincia ebbero
catechizzatori e cappelle, sì per comodo de' forestieri, sì per traviare
i paesani. La Valtellina, che nel XVII secolo fece una rivoluzione
sanguinosa per non volere protestanti; che anche nel 1797 unendosi alla
Cisalpina, domandava che unica religione vi fosse la cattolica, va
seminandosi di questa zizania. De' Protestanti fra' Grigioni informò il
dottor Mariotti (Londra 1846).
Modena, ch'era stata l'asilo dei più riflessivi osteggiatori delle
novità, fu presa maggiormente di mira dai propagatori in questa. Così
Reggio. A Guastalla convien che il male sia molto esteso, se quel
vescovo crede necessario uscir continuamente a combattere corpo a corpo
coi maestri de' dissidenti; e si vide costretto a ritirarsi quando
nell'aprile 1867 vi comparve tra le ovazioni il padre Gavazzi. V'è
ministro evangelico Francesco Rostagno, giovane di Prali nelle valli
valdesi, che quest'anno pubblicò il _Credo di un nuovo protestante_ —
_Sfide e vergogne_ — _L'Evangelio di Cristo e le opere di umiltà_,
stampati dal Lucchini, il quale se ne scusa dichiarando che «se Maometto
gli ordinasse copie del suo Corano, gliele tirerebbe di buon grado e
senza scrupoli». Almeno costui professa quel che gli altri fanno e non
dicono.
A Ferrara, entrati colla rivoluzione e ascoltati per curiosità, poco
operarono gli Evangelici: e le conferenze che tennero in una sala già
infamata da orgie carnascialesche, raccolsero pochi proseliti di bassa
mano, che neppur tutti perseverarono, ed ebbero risa e sassajuola dal
popolo. Nè meglio riuscirono a Bondeno, alla Stellata e in quelle
vicinanze.
Poichè il Vergerio, il Muzio, il De Dominis, il Flacio ci menarono sulla
costa orientale dell'Adriatico, per tanti titoli attenente alla vecchia
Italia, aggiungeremo che la diffusione del protestantismo in quei paesi,
asserita dal Vergerio, è smentita dalle carte contemporanee, nè si trova
che fossero applicati gli editti dell'imperatore Ferdinando I e
dell'arciduca Carlo contro gli eretici e i loro libri. Il vescovo
Francesco Josephic croato fu rimosso come sospetto, ma non apostatò: nè
è vero quel che leggesi in alcuni, che Primo Tuber stesse canonico a
Trieste, e vi apostolasse in San Francesco. Ben vi predicò il gesuita
Claudio Jay, e ne sarebbe stato fatto vescovo se sant'Ignazio non
gliel'avesse proibito. Stobeo, vescovo di Stiria, chiesto nel 1598 da
Ferdinando imperatore se convenisse introdur l'inquisizione, consigliava
di no nelle provincie tedesche, perchè essendo infette, ne
ridonderebbero guai; bensì per l'Istria contea, Trieste, Fiume, «perchè
essendo rimaste illese dall'eresia, essa impedirebbe v'entrasse».
Realmente non vi fu introdotta; le persecuzioni che vi accennammo
vennero piuttosto da odj di parte e da eccessivi sospetti: e i Gesuiti
di Trieste ebbero a faticare ben poco per la purezza delle credenze;
assai per quella de' costumi.
Nel 1782, imperante Giuseppe II, gli eterodossi ottennero pubblicità di
culto, sicchè in una costoro chiesa egli e il governatore conte di
Zinzendorf sono lodati come _amici de' Cristiani_. Ultimamente non vi
mancarono predicanti, ma crebbe anzi lo splendore del culto; si pubblicò
perfino un giornale ecclesiastico in latino; e la stampa rispetta il
cattolicismo, benchè vi siano sei chiese di varj culti e ogni sorta
religionarj, eccetto turchi, il cui console è di religione greca, come i
vecchi sciah bender.
Nel _Christian World_, giornale americano, il signor Hall riferiva i
giganteschi sforzi che i comitati protestanti dirigono a sovvoltare il
nostro paese. Uno di Ginevra manda in giro _colportori_, come
francesemente chiamano i venditori di Bibbie, e fondò la _Letteratura
evangelica_ che stampa opere all'uopo. Un altro a Nizza di Inglesi vi
eroga da venticinque a trentacinquemila lire l'anno. La società de'
Missionarj Weslejani di Londra moltiplica d'attività in fondare chiese e
scuole, occupa da quaranta a cinquanta persone, e spende
cenventicinquemila lire l'anno. Da quindici a ventimila un comitato a
Napoli, quasi tutto di forestieri; e di colà il Desanctis soprantende a
molte scuole in varj paesi, e dispone di un ventimila lire l'anno. Le
tante società delle varie sètte presbiteriane di Scozia, d'Inghilterra,
d'Irlanda somministrano ai soli missionarj valdesi da settantamila
franchi per scuole, stampe, missioni. L'Unione Cristiana americana e
straniera nel 1864 passò ai Valdesi circa centomila lire, principalmente
per mantenere trentacinque predicanti e spacciatori di libri; inoltre le
tavole stereotipe per l'edizione italiana della Bibbia in-8º. Altri
donativi vennero d'America e dalla Gran Bretagna.
Al sinodo tenuto il maggio 1865 fu dato ragguaglio che
l'evangelizzamento valdese ha in Lombardia sei stazioni; a Milano,
Brescia, Como, Valdintelvi, Pavia, Guastalla; con quattro ministri, un
laico e tre maestri di scuola: in Piemonte quattordici agenti, tre
ministri, quattro evangelisti non ancor consacrati, sette maestri di
scuola. In Torino la congrega dell'evangelizzazione italiana ha due
scuole con ducento fanciulli ciascuna, la più parte figliuoli di
Cattolici, e una domenicale. Congregazioni e scuole e proseliti han pure
in Val d'Aosta, a Livorno vercellese, a Montestrutto, Carema, Parella,
Borgofranco, Brissagno, Chatillon, Viarengo, Cormajore, oltre Aosta,
Pinerolo, Alessandria, donde si estendono a Pietra Marazzi,
Montecastello, Bassignana. Nella Liguria esercitano tre stazioni con
sette agenti, un ministro, un evangelista non consacrato, cinque
maestri; e in Genova ha cencinquantaquattro comunicanti, in
Sanpierdarena un evangelista con settanta fanciulli. A Firenze
prosperano una scuola teologica e una società di trattati religiosi, con
due pubblici ritrovi. A Lucca una buona congregazione; a Livorno la più
numerosa, con molte scuole. Nell'Italia centrale adoprano tredici
agenti, sei ministri, sette maestri e varj lettori della Bibbia. In
Napoli si applaudono dei due agenti Appia e Gregori; un evangelista in
Palermo ha congregazione sufficiente. In Sardegna Iddio suscitò un
venerabile vecchio, che frutta assai.
Posteriori notizie vantano Simpson Kray, pastore in Palermo, ed altri di
Barcellona, di Catania, d'altre stazioni; a Napoli, quattro scuole con
undici maestri e quattrocenquaranta scolari: da trecento frequentano le
assemblee di Livorno, da cenventi quelle di Guastalla, ove cinquantatre
comunicaronsi alla Pasqua: in tutta Italia si hanno ventiquattro
stazioni valdesi, con ventisette evangelizzanti, trenta scuole diurne,
sette serali; milletrecentottantaquattro comunicanti; e in tutto forse
cinquemila cencinquantadue acattolici. Pure gli statistici, per verità
troppo fra noi inesatti, calcolano oggi la popolazione del regno italico
in venticinque milioni d'anime, fra cui quarantasette mila ebrei, da
ventisei mila valdesi, e da cinquecento protestanti di varie
confessioni. Vedasi con quanta ragione i ministri facciano dalla Corona
riconoscere i Cattolici come soltanto una maggioranza. Oserebbero
interrogarla sulla religione col plebiscito?
Secondo lo stesso _Christian World_, quel che domandano gli Italiani
sarebbe, che, 1. il laicato ricuperi il diritto di scegliere i proprj
ministri e gli amministratori de' beni temporali della Chiesa: 2. i
vescovi siano eletti dal clero e dalle congregazioni, salvi i diritti
regj: 3. vescovi e metropoliti si rintegrino nelle loro antiche
attribuzioni, cessando la servile dipendenza da Roma e i giuramenti di
vassallaggio ad essa: 4. celibe o no sia il clero secondo la
determinazione individuale: 5. il laicato abbia libertà illimitata di
leggere le sante scritture: 6. la liturgia facciasi nella lingua
nazionale e in una forma intelligibile a tutti: 7. la confessione non
sia obbligatoria, ma volontaria, e la comunione sotto ambedue le specie.
Non crediate però camminino conformi nelle dottrine, eccetto l'odio
contro le romane. I più vanno oltre, determinati a mandare a pezzi
(dicono) il despotismo papale, ristabilire la primitiva condizione della
Chiesa, ed introdurre un buono accordo tra il clero ed il laicato.
L'_Eco della verità_ non vuole «esser organo di veruna chiesa
particolare, ma della verità evangelica: nè Cattolici nè Protestanti
hanno a fare con noi»; e un evangelico di Ferrara al predicatore Franco
scriveva nel 1865: «Loro preti non la vogliono capire: si scalmanano ad
esclamare contro Lutero, Calvino ecc., ma oggi chi vien più ad insegnare
il luteranismo? Noi cristiani evangelici siamo quasi avversi ai
Protestanti quanto ai Papisti, perchè i Protestanti più o meno sono
Papisti, non essendosi totalmente svestiti del papismo. Legga i
_Principj della Chiesa Romana e della Protestante e della Chiesa
Cristiana_ e vedrà che noi avversiamo i Valdesi perchè fra loro
s'introdussero e sono ritenuti con zelo gran parte degli errori della
Chiesa romana; gli Anglicani, i Luterani, i Calvinisti ecc. sono
protestanti nazionali, talvolta con gerarchia clericale, talvolta no, ma
tutti hanno liturgia che, come nella Chiesa romana, si surroga al culto
dello spirito. Noi mettiamo in un fascio Cattolici e Protestanti, e in
faccia a questa Babele di sètte che ci vengono da oltremonte ed
oltremare, la nostra Chiesa cristiana evangelica, sorta in Italia fra le
persecuzioni e cresciuta tra le sofferenze, persevera e prosegue a
combattere per la fede che è stata una volta insegnata dai santi; nè
altro vuole che la Bibbia, senza Padri, nè tradizioni, nè teologia. Alle
vostre calunnie non badando, continueremo nella via del Signore. Nè
crediate lo facciamo per ispirito di parte, ma per amor di pace:
perocchè desideriamo vivere in comunione con tutti coloro, che in
sincerità di cuore invocano il nome del Signore; e quando per furore di
sètta i preti d'ogni nome vengono a disturbarci onde imporre le loro
forme fracide e rugginose, li compiangiamo. Noi riconosciamo le
dissolutezze di Lutero, di Calvino, di Arrigo VIII, e non ci facciamo
loro paladini. I Protestanti partecipano ancora del romanismo, e quindi
noi non siamo protestanti nè punto nè poco, e ci allontaniamo, prima dai
Cattolici e poi dalle sètte, secondo più o meno romanizzano: quelle che
meno romanizzano più si accostano a noi, puri fedeli del Vangelo».
Sulla presente condizione delle Chiese acattoliche fra noi informava
testè il _Temps_, giornale che molto se ne occupa.
«Tre classi di spiriti s'affannano in Italia a scalzare le fondamenta di
Roma: 1. I Protestanti; 2. I preti liberali; 3. I liberi pensatori,
framassoni ed altri. Il protestantismo ha egli gran successo? Dalle
nozioni che da un anno raccolgo, conversioni d'adulti accadono rare: le
più a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Napoli. Quivi, e soprattutto a
Napoli e a Livorno, libere unioni serali produssero un incontestabile
effetto sulla gioventù. A Napoli, nella scolaresca universitaria e
presso una certa classe d'operaj, la disputa teologica secondo le idee
protestanti prese singolare estensione. Assistetti alcuna volta a questi
circoli teologici: vi è molta gente, fra cui intelletti svegliatissimi;
parecchi propagandisti godono d'una certa popolarità; due o tre uomini
popolari accettarono con entusiasmo le dottrine evangeliche, e le
predicano in dialetto napoletano e con modi pittoreschi. Il culto non si
pratica ancora che in cappelle senza apparenza esterna. Qualche volta è
situata in un pianterreno; e a Firenze in una specie di magazzeno, sulla
via della passeggiata alle Cascine. Questa cappella, molto osteggiata
dallo zelo de' Cattolici, è quella attorno la quale avvi maggior moto
dopo il 1860.
«La prima chiesa consacrata pubblicamente al culto protestante fu quella
di Livorno, inaugurata lo scorso agosto[583]. La seconda a Napoli si
termina presentemente nel quartiere di Chiaja, in situazione molto
vistosa, sulla via che dal centro mette a quella passeggiata. Sarà molto
bella; gotica; la porta maggiore e parte della facciata di marmo bianco;
fu costruita per contribuzioni de' Protestanti residenti a Napoli,
sopratutto degli Svizzeri; un famoso banchiere vi concorse con
ottantamila franchi.
«Dove il protestantismo mi sembra aver propriamente vantaggiato è
nell'opera delle scuole. In ogni città di qualche importanza è stata
fondata una, ed ordinariamente è ben riuscita: quella di Napoli conta
cinquecento allievi, e l'opinione la designa per una delle migliori
della città.
«In quanto alla Bibbia, gl'Italiani poco ne usano; non è un popolo che
legga molto. Tutto computato, i successi del protestantismo sono
discreti. Quanto ai preti patrioti di Milano, alla società di mutuo
soccorso di Firenze, alla emancipatrice di Napoli ed alle annesse del
clero emancipato, dirò che i preti liberali dell'alta Italia e della
media, senza esser perseguitati dall'autorità episcopale si sono
indeboliti e diminuiti, e oggi sono obbligati di riunirsi alla società
emancipatrice di Napoli, la sola restata in vigore. N'è capo il padre
Prota, domenicano sui trentacinque anni, che tiene sedute nel capitolo
del convento di San Domenico Maggiore: e a dispetto de' superiori e
della Minerva di Roma, professa due principj fondamentali: restar
cattolico col papa, andare a Roma con l'Italia. In conseguenza non volge
al protestantismo; proclama energicamente il suo amore per l'unità
all'ombra della cattedra di san Pietro, e grida, Viva il papa! abbasso
il papa-re! Le idee di questi ecclesiastici e del padre Prota
specialmente, sono liberissime in fatto di disciplina: nel loro giornale
si parla del _clericume_, del _pretume_, degli ozianti, delle
cappuccinerie come nei giornali laici, e forse in tono più deciso; si
denunciano gli abusi de' conventi, si pubblicano fattarelli di
scheletri, di fanciulli, di monachelle, degni di Diderot. Tutto ciò che
il laicato domanda per la purificazione dell'Italia insozzata dalla
superstizione, lo domanda con altrettanta insistenza questo gruppo
sacerdotale, entrato senza divergenze nel movimento del paese. Il padre
Prota ed i suoi amici hanno pubblicato articoli su tutte le quistioni
sorte in questi ultimi tempi, la soppressione de' conventi, i beni del
clero; e in forma scolastica han dimostrato che il matrimonio de' preti
è lecito, e che nelle circostanze presenti d'Italia, farebbero molto
bene a rinunciare al celibato. Però al dogma non toccano, e benchè
dimostrino una certa indipendenza anche in simile materia, concludono
sempre che bisogna rimanere cattolici romani, uniti al papato,
trasformato e privo del dominio temporale.
«Chiamano anche a far parte della loro società persone di varie
screziature. Ma quale efficacia esercitano queste associazioni di preti
liberali? Il Governo non li seconda: li lascia semplicemente fare,
proteggendoli negli urti contro il clero normale. L'opinione li sostiene
vagamente in Napoli: ma i caporioni de' partiti avanzati non li
carezzano troppo, nè si curano della loro opera: solo Garibaldi
formalmente li chiama _sacerdoti e monaci benemeriti_, perchè
riconoscono i diritti della patria.
«Nel clero fan qualche propaganda; il padre Prota annuncia ciascun
giorno nuovi acquisti nelle parrocchie, ne' seminarj, e perfino ne'
capitoli canonicali; ma non avvi precisa statistica de' risultati
ottenuti. L'unione della società meridionale con quelle del centro e del
settentrione potrebbe recare conseguenze serie in questa grande e
difficile impresa, e date certe evenienze. Il popolo italiano ripugna
dal cangiar religione, ma sarebbe facile persuadergli che egli non
cangia, malgrado un profondo cangiamento: e col tenersi riguardosa su
questo punto, la Società ha forse una vera ispirazione.
«Gli austeri protestanti sentono profonda antipatia per lo spirito de'
preti liberali. Al grosso del popolo non si dirigono ancora gli sforzi
continuati della Società emancipatrice: i predicatori che vengono da
lei, come il prelato Santaniello, sono festeggiati dalla folla, ma in
qualità di patrioti: sicchè il riformatore religioso rimane in ombra».
Anche testè l'_Eco_ di Firenze sconfortavasi del poco successo
dell'evangelizzazione, rimasta finora in una sfera elementare e
superficiale, e non trovar negli Italiani quelle buone disposizioni che
si speravano; la guerra che vi si fa al prete è più ch'altro politica,
onde secondar il Governo e il parlamento: il cristianesimo ripongono in
una continua contraddizione al clero; sicchè i predicanti si limitano ad
emancipar il popolo dai preti, e sgrossarlo dai pregiudizi volgari; e si
errò nell'affidar una chiesa o un'opera di evangelizzazione a taluno,
sol perchè nemico de' preti e dotato di qualche capacità letteraria.
Il maggio 1867 la Chiesa valdese teneva l'annuo sinodo alla Torre, di
cui pubblicaronsi gli Atti[584]. Consacrato il nuovo tempio, udita la
predica del professore Rivoir, il corpo de' pastori impose le mani a
Carlo Malan, candidato evangelista a Pisa: e fra le decisioni prese fu
che possibilmente l'evangelizzazione si facesse per mezzo di operaj
itineranti; e poichè le varie loro stazioni costituendosi in chiese, e
nominatamente la fiorentina, che sarebbe la XVII, domanderanno d'esser
ammesse come parrocchie della Chiesa valdese, se ne determinino le
norme.
Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato
dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti
appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa
contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di
125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione
d'una _Waldensian aid Society_ in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra
che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran
Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (_sic_), del mondo tutto: voi
crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste
coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».
Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento
comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano
compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti
amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi
anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di
sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la
prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini
degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente
maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le
maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i
giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare
in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono
coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì
salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare
d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono
solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di _cinismo
cattolico_ il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il
1848.
Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti
fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla
predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire
l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la
propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi
di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e
cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute
a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di
Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al
peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le
devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della
benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le
moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a
colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco
il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era
incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla
verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il
predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini,
legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a
Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta
persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque
s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti
naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per
le vie, _Viva Gesù e morte al diavolo_; sicchè gli adepti s'adunavano in
armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure
non avrebbe potuto ostare all'universalità del _popolaccio_: il quale
nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio
Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non
poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e
così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad
Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure
poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone
savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il
titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere
per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.
Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero
tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito
empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di
sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla
sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale
Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del
1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame
dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe
strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu
opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà
di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per
divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e
pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile
imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria,
di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità,
Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega,
insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto
dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome
di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine,
di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di
Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da
minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo
l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove
con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili,
e peggiori nella processione del _Corpus Domini_ a Verona. L'autorità nè
preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al
viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo,
e la punizione cade su questo.