rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli
che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una _riunione ecumenica_,
che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a
Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'_Alleanza evangelica_ nello
scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte
insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le
varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare
il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e
nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto
se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento
scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica
all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro
impastata con acqua[577].
Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con
questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a
differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale,
qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi
nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere
la divinità di Cristo.
Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai
preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana,
staccandosi dalla infedele romana. La _Buona Novella_ nel 1858 diceva
esser in Torino una società de' _trattati religiosi_ per l'Italia, che
aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica
aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura
Mazzarella pubblicò la _Professione di fede de' Cristiani evangelici
d'Italia_[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè
valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro
confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia
cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il
clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è
essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;...
fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori,
non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa
avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e
spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e
le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un
mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero
al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».
Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le
conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non
solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che
una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di
Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e
vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra,
Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2
settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro
Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di
costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli
accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non
coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali,
per ottener le civili e religiose franchigie, _cacciarono i loro
regnanti_, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo,
che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.
Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al
Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose
professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono
manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra
patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano
firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto
stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato,
mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di
stampare un opuscolo _La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa
di Gesù Cristo_. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e
diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo
cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente
la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi
sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da
Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa
o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo
tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono,
non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente
sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della
Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e
agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed
efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io
vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma
lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa
ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento
contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare
l'azione cattolica.
«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si
allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro,
persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza
plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle
seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei
culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a
proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare
nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di
sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti,
l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta
bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare
nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia;
giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati
delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome
d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che
tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite
così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle
religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o
da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il
Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi
che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla,
se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano
impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e
stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio,
non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal
pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti
abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e
pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che
appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a
farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni?
Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco
prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo
soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e
villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma
persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde
va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni
riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un
libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande
ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che
l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano
senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere,
vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e
calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i
santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente
diletta: _Roma empia_, per esempio, _la Camarilla_, _il Prete e la
Donna_, _il Gallo di Caifasso_, _gli Errori della Chiesa di Roma
combattuti colla parola di Dio_, _la Bibbia in prigione_ e altri
siffatti?»
Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A'
nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa;
si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto,
purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un
diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della
coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato
civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la
dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e
onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di
questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non
impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la
Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati
dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la
religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si
esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto
indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione
all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico
disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente
da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad
alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo
ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò
che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di
qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico
ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non
possano esser pubblicate»[579].
Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il
proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che
davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da
opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai
giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la
irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice
Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene
scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».
Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un _Triplice
progetto di riforma_, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato
coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento
ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse
di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio:
l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il
principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti
i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche
popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi
protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone
un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane
riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta
individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la
ricomposizione di tutte le nazionalità.
Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni;
in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove
le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e
impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero
scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.
Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori;
moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'_Archivio
dell'ecclesiastico_, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini,
del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche
associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di
san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san
Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.
Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor
barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX,
e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che
dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno
sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e
fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la
rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con
violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con
indomita persistenza costituendo cappelle e società.
Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i
Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi.
«Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era
il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de'
Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o
da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato
Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza
senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre
colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso,
battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse
soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la
testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli
uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua
influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo
decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo,
depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala
affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta
per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene,
inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira
oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor
sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto
alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa
melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri
e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla
piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».
Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi
smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra
Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla
piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad
inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re
galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di
Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille
battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser
ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo
bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea
sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e
figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si
spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo
inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la _Battaglia delle Donne_, e
finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese
a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua,
in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì
d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza
eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di
Garibaldi[580].
Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne
dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare
pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della
legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si
combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.
Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo
adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze,
cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e
padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche
volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco,
vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le
bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò
«Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro
addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la
sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò
parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non
serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi
novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di
Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che
repudiava i freni ecclesiastici, e nella _Colonna di fuoco_, poi
nell'_Emancipatore_ sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano
moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose
con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi
riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come
forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano
potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa
del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle
opere.
Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che
aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo
piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che
almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole
a Capri; Leopoldo Perez stampava la _Civiltà Evangelica_: il pastore
Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e
Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a
San Pietro di Majella.
Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale,
fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.
Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti
formarono un _Battaglione sacro_ che, mantellandosi di politica,
sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi
predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie,
esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù
Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi
stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico
Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi
moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto
apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò
di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che
il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti
valdesi. Infatto la _Buona Novella_ annunziava il 15 marzo 1861 che «due
nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una
a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo
affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio
Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI),
era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti
sulla _Buona Novella_, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia
Claudiana, fra cui _Roma e la Scrittura_ (1862). Egli sfidò ad una
disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti,
il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi
competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una
relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un
tempo dai preti valtellinesi[581].
Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che
eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza
colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni,
stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito;
immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli
artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica
opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al
lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col
violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento
a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una
pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le
conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco
dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella
Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato
obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede
sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal
governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di
libri»[582].
Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove
ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette
Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la
chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della
rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono
dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e
popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza,
consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la
testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero
è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che
dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico,
che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti
dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso,
come _Il Martello dei preti_, _Lo Specchio della verità_, non durarono,
e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati
che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano
appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni
guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico,
arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro
conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le
sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui
conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il
suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al
frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno
deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.