Spaventati dall'irrompere del razionalismo, che negava ogni dogma

rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli

che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una _riunione ecumenica_,

che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a

Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'_Alleanza evangelica_ nello

scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte

insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le

varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare

il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e

nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto

se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento

scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica

all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro

impastata con acqua[577].

Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con

questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a

differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale,

qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi

nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere

la divinità di Cristo.

Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai

preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana,

staccandosi dalla infedele romana. La _Buona Novella_ nel 1858 diceva

esser in Torino una società de' _trattati religiosi_ per l'Italia, che

aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica

aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura

Mazzarella pubblicò la _Professione di fede de' Cristiani evangelici

d'Italia_[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè

valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro

confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia

cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il

clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è

essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;...

fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori,

non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa

avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e

spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e

le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un

mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero

al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».

Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le

conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non

solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che

una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di

Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e

vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra,

Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2

settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro

Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di

costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli

accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non

coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali,

per ottener le civili e religiose franchigie, _cacciarono i loro

regnanti_, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo,

che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.

Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al

Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose

professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono

manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra

patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano

firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto

stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato,

mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di

stampare un opuscolo _La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa

di Gesù Cristo_. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e

diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo

cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente

la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi

sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da

Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa

o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo

tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono,

non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente

sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della

Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e

agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed

efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io

vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma

lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa

ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento

contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare

l'azione cattolica.

«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si

allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro,

persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza

plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle

seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei

culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a

proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare

nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di

sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti,

l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta

bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare

nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia;

giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati

delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome

d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che

tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite

così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle

religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o

da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il

Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi

che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla,

se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano

impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e

stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio,

non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal

pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti

abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e

pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che

appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a

farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni?

Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco

prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo

soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e

villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma

persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde

va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni

riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un

libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande

ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che

l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano

senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere,

vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e

calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i

santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente

diletta: _Roma empia_, per esempio, _la Camarilla_, _il Prete e la

Donna_, _il Gallo di Caifasso_, _gli Errori della Chiesa di Roma

combattuti colla parola di Dio_, _la Bibbia in prigione_ e altri

siffatti?»

Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A'

nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa;

si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto,

purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un

diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della

coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato

civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la

dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e

onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di

questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non

impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la

Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati

dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la

religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si

esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto

indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione

all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico

disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente

da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad

alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo

ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò

che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di

qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico

ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non

possano esser pubblicate»[579].

Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il

proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che

davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da

opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai

giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la

irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice

Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene

scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».

Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un _Triplice

progetto di riforma_, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato

coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento

ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse

di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio:

l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il

principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti

i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche

popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi

protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone

un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane

riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta

individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la

ricomposizione di tutte le nazionalità.

Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni;

in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove

le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e

impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero

scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.

Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori;

moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'_Archivio

dell'ecclesiastico_, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini,

del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche

associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di

san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san

Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.

Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor

barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX,

e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che

dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno

sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e

fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la

rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con

violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con

indomita persistenza costituendo cappelle e società.

Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i

Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi.

«Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era

il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de'

Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o

da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato

Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza

senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre

colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso,

battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse

soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la

testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli

uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua

influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo

decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo,

depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala

affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta

per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene,

inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira

oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor

sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto

alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa

melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri

e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla

piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».

Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi

smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra

Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla

piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad

inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re

galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di

Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille

battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser

ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo

bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea

sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e

figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si

spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo

inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la _Battaglia delle Donne_, e

finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese

a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua,

in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì

d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza

eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di

Garibaldi[580].

Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne

dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare

pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della

legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si

combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.

Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo

adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze,

cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e

padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche

volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco,

vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le

bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò

«Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro

addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la

sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò

parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non

serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi

novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di

Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che

repudiava i freni ecclesiastici, e nella _Colonna di fuoco_, poi

nell'_Emancipatore_ sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano

moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose

con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi

riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come

forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano

potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa

del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle

opere.

Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che

aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo

piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che

almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole

a Capri; Leopoldo Perez stampava la _Civiltà Evangelica_: il pastore

Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e

Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a

San Pietro di Majella.

Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale,

fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.

Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti

formarono un _Battaglione sacro_ che, mantellandosi di politica,

sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi

predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie,

esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù

Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi

stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico

Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi

moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto

apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò

di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che

il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti

valdesi. Infatto la _Buona Novella_ annunziava il 15 marzo 1861 che «due

nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una

a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo

affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio

Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI),

era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti

sulla _Buona Novella_, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia

Claudiana, fra cui _Roma e la Scrittura_ (1862). Egli sfidò ad una

disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti,

il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi

competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una

relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un

tempo dai preti valtellinesi[581].

Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che

eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza

colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni,

stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito;

immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli

artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica

opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al

lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col

violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento

a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una

pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le

conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco

dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella

Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato

obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede

sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal

governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di

libri»[582].

Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove

ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette

Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la

chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della

rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono

dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e

popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza,

consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la

testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero

è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che

dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico,

che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti

dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso,

come _Il Martello dei preti_, _Lo Specchio della verità_, non durarono,

e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati

che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano

appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni

guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico,

arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro

conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le

sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui

conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il

suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al

frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno

deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 78 / 101 段