1848 rammentava che «se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio
nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma la religione cattolica ne
soffrirebbe non poco essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle
prerogative della santa sede, e intende a diffondere ne' suoi Stati e in
quelli su cui ha qualche influenza principj e massime o regole di
disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovranità della
Chiesa. Oltre che, se l'imperatore vincesse in Lombardia, egli non si
contenterebbe più degli antichi dominj: torrebbe al papa le Legazioni;
distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della
libertà ecclesiastica».
Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore
Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un
patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia
debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la
quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più
preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener
dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.
[532] Giuseppe La Farina, in un articolo sopra l'opera del Boggio _Sulla
Chiesa e lo Stato_, espone tutte quelle libertà ecclesiastiche fremendo,
e conchiude: «Gli studj, la stampa, le magistrature, la legge, le
relazioni esterne, i diritti de' cittadini, le ragioni del principato
civile, tutto era sottoposto a' preti, ed essi sottoposti (!) alla sola
Compagnia di Gesù: così in fondo era il generale de' Gesuiti il vero
sovrano degli Stati Sardi. Non mai forse in Europa si era veduto un
simile spettacolo d'abjezione... soli i preti liberi in un popolo di
schiavi... Il Piemonte era uno Stato più teocratico che monarchico:
un'anomalia: un anacronismo vivente...»
E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.
[533] Più tardi professò che anche tutte le lodi sparnazzate ai principi
d'Italia non erano che finzioni e spedienti. Nel 1848 aveva stampato che
«Roma moderna può vantarsi del suo Ciciruacchio, come l'antica di
Cicerone». _Apologia_, c. III, p. 354. Quegli Italiani cui aveva
aggiudicato il primato del mondo, allora dichiarò «decrepiti, rimbambiti
o fanciulli» (_Rinnovamento civile_, p. 381), e ch'egli faceva il
possibile per esser uomo in un secolo di ragazzi (_Monitore bibl._, n.
28). E ne' suoi scritti trovansi lodate e biasimate le persone stesse,
secondo l'occasione o la passione.
[534] _Prémier entretien d'Eudosse et de Cléandre._
[535] Io lo trovai a Bruxelles quando finiva il suo _Primato_, e mi
chiese schiarimenti e rettificazioni d'una indigesta nota d'illustri
italiani viventi che avea ricevuta allora, e che pose nelle ultime
pagine. Quando, ripagato egli pure colla solita moneta della popolarità,
obblio e vituperj, ne versava sui vecchi suoi amici e su Pio IX,
scriveva: «Parria che mi contraddica parlando in tal forma di un
pontefice, del quale a principio celebrai il valore: ma io posso far una
girata dello sbaglio ai miei onorandi compatrioti: perchè, essendo
allora lontano, e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui
semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si
acclamava in Roma e per tutta Italia». _Rinnovamento_, pag. 418.
[536] A tacere le definizioni precedenti, lo Scavini definisce _quod
concordata nihil aliud sunt quam conventiones, ac quædam veluti fœdera,
contracta inter potestatem civilem et potestatem ecclesiasticam... et
partes contrahentes ita obligant, ut eorum violatio sit contra ipsum jus
naturale, præcipiens pacta legitime inita semper esse religiose
servanda_ (_Theol. mor. univ._, tom. I, tract. 2, cap. VII). Il Tonello
(_Juris eccles. institut._, lib. I, c. 13) insegnava pel Piemonte che i
concordati _tamquam totidem leges ab utraque potestate debent servari_.
Carlo Emanuele III scriveva a Clemente XI i concordati «essere per legge
e per uso di tutte le genti, cosa sacra, e dalla pubblica fede
sostenuta; onde violare non si possono». Lettera 14 ottobre 1742. Nei
_Traités publics de la royale maison de Savoie avec les puissances
étrangères_ (Torino 1846) sono inseriti come vere convenzioni
internazionali i concordati del 1741 e del 1750, e le lettere e
istruzioni relative: il che tutto prova che son considerati come veri
accordi pubblici e obbligatorj bilaterali, e non già provvedimenti di
sola opportunità e convenienza. Fossero anche mere convenzioni, vi
s'applicherebbe il § 1225 del codice civile: «Le convenzioni legalmente
formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte, e non
possono essere rivocate che per un mutuo consenso, e per le cause
autorizzate dalla legge: e devono essere eseguite di buona fede».
I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come
legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che
«pris dans son sens général, le mot _concordat_ signifie une espèce de
transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise
en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le
chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État,
ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux
pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (_Répertoire général
de la jurisprudence_, ad vocem; e vedasi pure DUPIN, _Manuel du Droit
publique ecclesiastique français_, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal
1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al
sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e
non credette mai annullato il concordato.
[537] Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il
diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose
acquistate è proprietà _peculiaris illius paroeciæ aut alterius
Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non
possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem,
quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt_ (Inst. j. eccl.
131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della
Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei
privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di
possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea
con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle
genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità
de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea
dapertutto intaccati.
[538] L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi
d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e
«mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le
decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la
fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli
alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate
soggette alla preventiva verificazione e all'_Exequatur_».
[539] Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a
Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e
disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa
voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a
ridestar lo spirito religioso (_Atti uffic._ del 1860, pag. 594).
Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era
stata _derobée et mise en circulation par un grand coupable_
(Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola
l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai
nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho
udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte
applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse
significare» (_Atti ufficiali_ del 1862, pag. 4678).
[540] Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in
esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il
cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De
Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove
stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il
cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di
Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di
Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di
Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone
di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti
quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti
esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo
d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.
Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila
lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e
millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in
carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il
vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa
il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali
di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e
innumerevoli altri.
[541] Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta
circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle _Memorie
per la storia de' nostri tempi_, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo
1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo
quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo
1863 ne uscì una intorno agli _Oremus_. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al
procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la
patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo
Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale
_Il Mediatore_, e assegnava pensioni ai preti contumaci.
[542] Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava
invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la
chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o
indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati
dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si
esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una
deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.
Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la
facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le
proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.
[543] Vedi CASONI, _La libertà della Chiesa in Italia_, Bologna 1863.
«Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva _libertà come in
Belgio_, ed ora si domanda _libertà come in Austria_. Dovrem noi
cattolici italiani chiedere _libertà religiosa come in Inghilterra,
libertà di coscienza come in Turchia_?... Non sarà nostra colpa se
dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt,
o il battihayoum d'Abdul Megid».
[544] Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti,
30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno
meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si
valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli
delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono
assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.
[545] Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli
enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri
s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati
da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi
è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva
non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani
cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.
[546] Blanqui (_Hist. de l'Écon. polit._, tom. II, pag. 297) incolpa il
protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni
cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui
tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero
comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in
politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio
delle rivoluzioni».
[547] Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.
[548] Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i
Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le
credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle
corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione
religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi
dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti
religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di
commetterne un'altra.
[549] Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio
1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni,
ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere
l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al
potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».
[550] Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati
(_Della rinascenza cattolica_). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva
in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto
di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano,
cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.
[551] In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un
accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa
maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica
grandezza italiana. Per vedere come s'intenda _la quistione romana_
basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di
gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi
leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di
distruggere il _potere spirituale del papa_, che è il vero nemico della
nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della
nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel
_potere spirituale del Papa_, che non è la _religione_, come
candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola
generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli
adoratori di cipolle; che non è il _cristianesimo_, di cui il papa è il
più indegno rappresentante; che non è neppure il _cattolicismo_ nel suo
significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica,
semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente
nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi
concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo
scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con
tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal
_potere spirituale_».
Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua
brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo _Le gouvernement
pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit_. Le sue
conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo
della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della
libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è
peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati
romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato
romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º
l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina,
nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non
sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.
[552] Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866,
rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar
consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi
ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati
appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può
perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè,
rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e
al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi
beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione
di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che
ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI
cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua
cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son
universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien
fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di
ragione e giustizia».
[553] Qualche cosa di simile aveano praticato i Fiorentini nella guerra
con Gregorio XI. Avendo questi gettato l'interdetto sulla loro città,
gli Otto della guerra, detti gli Otto Santi, ordinarono che col papa non
si trattasse di pace se non rivocasse prima i processi fatti contro la
città; inoltre che i chierici riaprissero le chiese e compissero gli
uffizj divini, e i cittadini v'intervenissero: i vescovi che s'erano
scostati dalle loro sedi, fra cui Angelo Ricasoli vescovo di Firenze,
tra due mesi tornassero al loro ministero; ai disobbedienti imponendo da
mille a diecimila fiorini di pena, secondo il loro grado; la qual somma
si togliesse, non dal benefizio, ma dal patrimonio loro particolare. Non
v'è storico o cronista che non disapprovi questi atti, e presto se ne
ravvidero i Fiorentini stessi, che fecero la pace (1378).
[554] Del Governo pontifizio noi ragionammo nel Vol. I, pag. 157.
[555] L'autore di quest'opera li raccolse in un opuscolo intitolato
_Chiesa e Stato_. Genova 1867.
[556] Temendo che la convenzione 15 settembre 1864 fosse violata dal
Governo italico appena partita la guarnigione francese, tutti i vescovi
di Francia emanavano pastorali per asserire la necessità dell'autorità
temporale del pontefice. Fra gli altri l'arcivescovo di Tolosa confutava
la formola _Roma è dei Romani_. «Un pugno di faziosi tenta di prendersi
ciò che è nostro; e un latrocinio sì fatto a nostro danno si vorrebbe da
noi sanzionato? Roma è dominio sacro di tutta la cattolicità: con qual
diritto sarebbe dunque essa usurpata dall'ambizione d'un solo popolo? —
Quelle catacombe sono per noi tombe di famiglia; e su quel terreno,
conquistato col sangue della Chiesa nascente, i secoli hanno scritto a
favore dei figli dei martiri, _Concessione perpetua_. Chi vi ha dunque
che abbia veste per rompere un contratto di tal sorta? Quelle reliquie
sono ossa dei nostri padri. Perchè si vien dunque a turbare le sacre
cripte ov'esse riposano? A spese nostre furono innalzate quelle
basiliche cristiane; quelle rovine, a nostre spese furono sgombrate. Può
dirsi di Roma, che essa è un fondo, del quale i suoi abitanti hanno
l'_usufrutto_, ma la _proprietà_ appartiene al mondo cattolico. Gli
usufruttuarj possiedono, ma non hanno il diritto di alienare. Noi siamo
ducento milioni, che tutti abbiamo diritto di cittadinanza e di
suffragio nella nostra _capitale spirituale_. Qualora si volesse sul
serio mettere ai voti i diritti di Pio IX come monarca, converrebbe
intimare a tutti gli Stati, a tutti i popoli suoi figli quell'ora
solenne, e dar tempo a tutti di venire dal settentrione o dal
mezzogiorno d'Europa, dal fondo dell'Asia, dalle due Americhe, dai
deserti dell'Africa, dalle cinque parti del mondo, per deporre il loro
voto in questa urna elettorale; e per certo quei voti farebbero
testimonianza della ingratitudine dei _Romani di Roma_, e della ferma
volontà dei _Romani dell'Universo_».
[557] Atti dell'arresto di Salvatore Cognetti a Napoli nel maggio 1866.
[558] Per non parere parziali, e sottrarci alle impressioni di paese,
lascieremo parlare un tedesco poco gradito da Roma, ma pur prete;
il Döllinger (_Papsthum und Kircher staat._ Monaco 1851).
«L'amministrazione di Pio IX è savia, benefica, dolce, economa,
applicata ai miglioramenti e alle istituzioni utili. Ogni opera
personale di lui è degna del capo della Chiesa, nobile, liberale, nel
miglior senso della parola. Nessun principe potrebbe spendere meno di
Pio IX per la Corte sua e i personali bisogni. Egli realizza quanto può
attendersi da un monarca amoroso de' suoi sudditi, e può dirsi di lui
come del Salvatore, _Pertransit benefaciendo_, e fa comprendere come al
passato, in quanto sovranità temporale potrebb'essere la più perfetta
istituzione umana. Un uomo ancora nel vigore dell'età, dopo una
giovinezza irreprovevole, dopo esercitate coscienziosamente le funzioni
episcopali, eccolo elevato alla maggior dignità, rivestito di podestà
reale: non conosce fantasie dispendiose, non ha altra passione che di
far bene, altra ambizione che d'essere amato; divide il giorno fra la
preghiera e gli affari: la sua ricreazione consiste in una passeggiata
nei giardini, una visita a una chiesa, a una prigione, a una istituzione
di carità. Senza bisogni personali, senza legami terreni, senza nipoti o
favoriti; dà libero accesso a tutti: a' diritti e poteri del suo
ministero non dà altra estensione che quella de' suoi doveri. L'economia
e la semplicità che regolano la sua Corte gli porgono facoltà di
moltiplicare i suoi benefizj e lenir la miseria e i dolori. Fa alzare
edifizj, come tutti i papi, ma non palazzi sontuosi, bensì opere di
pubblica utilità. Mal conosciuto, maltrattato, offeso atrocemente,
pagato sol d'ingratitudine, mai non bramò vendetta, mai non fece un atto
di durezza; non seppe che perdonare e far grazie. Bevve il calice del
nettare e quello del fiele sino alla feccia; udì l'_osanna_, poi il
_crucifige_; l'uomo di sua confidenza cadde sotto il pugnale assassino;
il suo segretario gli fu ucciso a' fianchi; pure verun sentimento di
livore, verun soffio di collera turbò il puro specchio dell'anima sua;
non la follia degli uomini, non la loro malvagità lo irrita: segue sua
strada con passo fermo e sempre eguale, come gli astri. Il suo cammino
non sarà forse sino alla fine che un lungo martirio; e sotto quello
aspetto potrebbe alcuno paragonarlo a Luigi XVI; ma bisogna elevarsi a
similitudine più eccelsa. Pio IX sa che il discepolo non dev'essere
trattato meglio che il maestro; che il pastore d'una Chiesa, il cui
fondatore morì sulla croce, non dee meravigliarsi nè mormorare se casca
sotto il peso della croce».
[559] «Combatto l'originalità di dar la libertà alla Chiesa, perchè tale
originalità mi è sospetta». _Atti della Camera_, p. 1370 «Si
rafforzarono con ordini del giorno quelli che diconsi privilegi del
poter civile in materia ecclesiastica; nessuno osò affermare che la
libertà sia una cattiva cosa: ma i più caldi e i più schietti fecero
intendere che le buone cose è meglio tenerle per sè che concederle agli
altri: la Chiesa ci è nemica, perchè darle la libertà di nuocerci? Con
costoro sarebbe inutile ragionare di giustizia e di diritto. Ma si può
loro opporre un argomento utilitario vecchissimo, quello del Machiavello
a proposito de' nemici potenti che s'hanno a carezzare se non si possono
spegnere». SCIALOJA.
[560] Nel Veneto, anche prima di farvi il plebiscito si pubblicò abolito
il Concordato, soppresse le corporazioni religiose, stabilito
l'_exequatur_ ecc. Il giorno che a Venezia s'inalberava la bandiera
italiana fu insultato il patriarca, non perchè non volesse metterla, ma
perchè l'avea messa.