Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche

nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino

il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti

altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale

si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che

procurò la pubblicazione della _Storia d'Italia_ di Carlo Botta.

Giovanissimo stampò _De Ecclesia tractatus_, nelle idee febroniane, poi

le _Emende sincere_ (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe

nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e

le pungenti _Lettere di frà Colombano_. Venuta la repubblica, sostenne i

diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale

il _Repubblicano Evangelico_, la _Concordanza della Democrazia col

Vangelo_, un'_Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica

Cisalpina_. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale;

tradusse in versi l'empia _Guerra degli Dei_ di Parny (Parigi 1830), e

fece un poema _della natura delle cose_, ove sostiene l'eternità della

materia.

Eterna ed una, dell'immenso tutto

Somma cagion, visibile, verace,

Alma natura, che qual sempre fosti

E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue,

Che in avvenir sarà: sta delle cose

In te il principio, la ragion, l'essenza,

Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

[521] _Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno_,

Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender

parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo

attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia

contro alle leggi di Dio e della Chiesa».

[522] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il

suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena,

«rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo

acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose

temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si

mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un

tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva

terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione

francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati

ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare

l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali

passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè

obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per

verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e

dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione.

La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i

partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando

domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata,

sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla

revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle

libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo

potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben

servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir

nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto

attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi

seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò

schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In

ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito

della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte

di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli

uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del

resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14

aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce

che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i

conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa

un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar

tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni

de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di _Te Deum_, accompagnati da pastorali

dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero,

lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici

Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non

doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano

rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i

bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti

un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere

che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza

aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe

ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose

all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno

d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e

quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono

piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o

furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati

presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle

sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina

della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir

protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione,

diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate

quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete

lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione

lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e

gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta

discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa

via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis,

ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto

servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e

ridurli a un solo _Giornale dei Curati_: eppur si sbigottiva quando

questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da

tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o

alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul

_Moniteur_ o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e

ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa

del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora

ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria

dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi

all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non

sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli

articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe

che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di

Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione.

Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea

coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla

legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery

suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale

Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè

pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento

del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in

generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento

impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri»,

nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero

capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in

particolare a Napoleone I.

Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione

VII si legge:

_D._ Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li

governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?

_R._ I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a

Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza,

la fedeltà, _il servizio militare_, i tributi per la conservazione

dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per

la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

_D._ Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

_R._ Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà,

colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro

sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra.

Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire

Dio stesso_. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e

coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque

obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di

render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel

che è di Cesare.

_D._ Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a

Napoleone I, nostro imperatore?

_R._ I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai

successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione

dell'Impero.

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più

contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe

motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il

catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i

vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una

facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il

Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come

autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi

trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose

ecclesiastiche.

[523] Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M.

Rendu nell'opuscolo _l'Italie de 1847 à 1864_, p. 102.

Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma:

Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che

ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con

orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e

della ribellione.

L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava

la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare

l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la

pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola

la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato

dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni

saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non

posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni

sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per

l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee,

che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà

Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile:

comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che

regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono

nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo

profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà

glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato

quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa

nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena

al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico,

caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si

meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del

tempo.

«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu

non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo,

rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo

svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la

tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te,

mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni

del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio,

io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte;

ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu

m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel

passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva

in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».

[524] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella

relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato

segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli

Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano

di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi

osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma

amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed

obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le

altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le

tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione

della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è

fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato

eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene

d'iniquo e d'assurdo». _Relazione del Sineo._

[525] _Morale Cattolica_, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana

ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà

prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e

quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro

causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare,

che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non

è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con

cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non

è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di

più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più

facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è

secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un

amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante!

e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e

orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che

conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La

nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale

professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva

essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più

fedelmente...

«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si

chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in

teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la

discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non

si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi

l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che

forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur

risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che

dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta

la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una

gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo

nel momento della separazione e del terrore?»

[526] Nota 30 al vol. I.

[527] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo

di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare

del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti,

quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più

insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità

cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese

cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi CAPECELATRO,

_Neuman e la religione cristiana in Inghilterra_. Napoli 1839.

[528] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu

dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto

1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi

mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e

misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali,

prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto

s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano

grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani

s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e

ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti

teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a

diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di

stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano

con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo:

eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci

tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi,

giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar

troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al

convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli

uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose

nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno

gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga

adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre

gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di

popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle

Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul

clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per

divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del

prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal

applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere

costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo

viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della

Chiesa».

[529] Il signor Nicomede Bianchi, nella _Storia documentata della

Diplomazia europea in Italia_, vol. III, stampa molte relazioni al

ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in

istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve

n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre

1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le

soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che

questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano

i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in

odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono

le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che

esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti,

non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre

immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello

stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le

istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo,

quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare,

che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora

varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi

si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag.

401.

Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e

soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose

ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che

punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova

quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le

sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla

condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si

valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da

paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per

consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e

con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe

idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni

sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è

molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la

rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province

lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte

quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo

pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari

ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà

e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze

scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche,

varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu

imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla

santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di

Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei

secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che

l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente

venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge

sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag.

404.

E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria,

soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede

rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra

voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto

fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina

providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da

varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può

rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a

simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per

adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25

gennajo 1839.

[530] Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della

rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del

patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure

e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo

intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo

che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la

giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità

de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino

rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi

colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre

intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove

inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno

discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta

alle leggi di Dio e della Chiesa».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 75 / 101 段