nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino
il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti
altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale
si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che
procurò la pubblicazione della _Storia d'Italia_ di Carlo Botta.
Giovanissimo stampò _De Ecclesia tractatus_, nelle idee febroniane, poi
le _Emende sincere_ (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe
nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e
le pungenti _Lettere di frà Colombano_. Venuta la repubblica, sostenne i
diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale
il _Repubblicano Evangelico_, la _Concordanza della Democrazia col
Vangelo_, un'_Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica
Cisalpina_. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale;
tradusse in versi l'empia _Guerra degli Dei_ di Parny (Parigi 1830), e
fece un poema _della natura delle cose_, ove sostiene l'eternità della
materia.
Eterna ed una, dell'immenso tutto
Somma cagion, visibile, verace,
Alma natura, che qual sempre fosti
E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue,
Che in avvenir sarà: sta delle cose
In te il principio, la ragion, l'essenza,
Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.
[521] _Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno_,
Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender
parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo
attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia
contro alle leggi di Dio e della Chiesa».
[522] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il
suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena,
«rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo
acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose
temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si
mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un
tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva
terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione
francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati
ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare
l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali
passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè
obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per
verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e
dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione.
La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i
partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando
domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata,
sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla
revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle
libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo
potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben
servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir
nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto
attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi
seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò
schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In
ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito
della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte
di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli
uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del
resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14
aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce
che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i
conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa
un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar
tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni
de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).
Frequenti nasceano le occasioni di _Te Deum_, accompagnati da pastorali
dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero,
lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici
Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non
doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano
rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i
bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti
un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere
che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza
aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe
ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose
all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno
d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e
quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono
piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o
furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati
presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle
sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina
della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir
protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione,
diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate
quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete
lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione
lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e
gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta
discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa
via».
Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis,
ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto
servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e
ridurli a un solo _Giornale dei Curati_: eppur si sbigottiva quando
questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da
tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o
alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul
_Moniteur_ o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e
ispiegazioni fallaci.
Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa
del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora
ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria
dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi
all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non
sono che de' giornalisti.
Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli
articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe
che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di
Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione.
Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea
coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla
legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery
suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale
Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè
pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento
del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in
generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento
impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri»,
nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero
capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in
particolare a Napoleone I.
Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione
VII si legge:
_D._ Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li
governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?
_R._ I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a
Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza,
la fedeltà, _il servizio militare_, i tributi per la conservazione
dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per
la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.
_D._ Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?
_R._ Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà,
colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro
sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra.
Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire
Dio stesso_. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e
coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque
obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di
render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel
che è di Cesare.
_D._ Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a
Napoleone I, nostro imperatore?
_R._ I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai
successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione
dell'Impero.
Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più
contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe
motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il
catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i
vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una
facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il
Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come
autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi
trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose
ecclesiastiche.
[523] Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M.
Rendu nell'opuscolo _l'Italie de 1847 à 1864_, p. 102.
Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma:
Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che
ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con
orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e
della ribellione.
L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava
la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare
l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la
pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola
la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato
dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni
saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non
posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni
sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per
l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee,
che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà
Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile:
comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che
regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono
nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo
profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà
glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato
quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa
nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena
al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico,
caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si
meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del
tempo.
«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu
non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo,
rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo
svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la
tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te,
mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni
del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio,
io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte;
ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu
m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel
passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva
in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».
[524] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella
relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato
segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli
Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano
di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi
osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma
amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed
obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le
altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le
tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione
della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è
fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato
eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene
d'iniquo e d'assurdo». _Relazione del Sineo._
[525] _Morale Cattolica_, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana
ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà
prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e
quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro
causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare,
che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non
è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con
cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non
è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di
più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più
facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è
secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un
amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante!
e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e
orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che
conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La
nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale
professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva
essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più
fedelmente...
«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si
chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in
teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la
discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non
si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi
l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che
forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur
risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che
dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta
la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una
gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo
nel momento della separazione e del terrore?»
[526] Nota 30 al vol. I.
[527] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo
di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare
del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti,
quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più
insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità
cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese
cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi CAPECELATRO,
_Neuman e la religione cristiana in Inghilterra_. Napoli 1839.
[528] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu
dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto
1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi
mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e
misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali,
prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto
s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano
grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani
s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e
ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti
teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a
diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di
stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano
con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo:
eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci
tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi,
giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar
troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al
convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli
uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose
nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno
gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga
adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre
gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di
popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle
Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul
clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per
divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del
prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal
applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere
costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo
viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della
Chiesa».
[529] Il signor Nicomede Bianchi, nella _Storia documentata della
Diplomazia europea in Italia_, vol. III, stampa molte relazioni al
ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in
istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve
n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre
1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le
soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che
questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano
i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in
odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono
le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che
esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti,
non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre
immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello
stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le
istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo,
quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare,
che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora
varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi
si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag.
401.
Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e
soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose
ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che
punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova
quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le
sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla
condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si
valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da
paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per
consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e
con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe
idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni
sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è
molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la
rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province
lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte
quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo
pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari
ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà
e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze
scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche,
varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu
imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla
santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di
Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei
secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che
l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente
venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge
sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag.
404.
E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria,
soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede
rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra
voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto
fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina
providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da
varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può
rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a
simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per
adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25
gennajo 1839.
[530] Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della
rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del
patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure
e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo
intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo
che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la
giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità
de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino
rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi
colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre
intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove
inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno
discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta
alle leggi di Dio e della Chiesa».