La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero

da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le

elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla

successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i

comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro

pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la

famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e

di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde

appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor

patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la

libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli

uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di

difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà

delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata

agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera

pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto

di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può

possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il

primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario

in certe contingenze.

Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza

Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo

d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune

di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì

consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di

limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti

giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al

sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente

alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla

legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito,

foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e

dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa

soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la

felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli

quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire

accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.

Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo

territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia

universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo

libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non

sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de'

peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e

la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale

le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono

contro il male.

Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono

all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar

la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al

polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di

fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda

dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un

disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che

il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a

perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della

Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato.

Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere

temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale,

son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta

oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe

per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per

avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere

incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.

Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle

armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non

vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal

pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è

giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la

Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale

verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali

condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe

straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la

convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal

Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno

di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più

sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione

cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti,

doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma

tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione

politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata

come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete

di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo

sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa,

conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle

plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in

Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per

mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione

propizia»[557].

A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice

al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo,

«Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad

abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo,

chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione

trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta

dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il

Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una

decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il

momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e

legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali

fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che

infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al

Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra.

Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che

origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere,

delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette,

prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità

de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de'

partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i

vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o

dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone

che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile

far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio

l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche

presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la

relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte,

anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio

coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini

nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero

sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».

L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace,

e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti

più civili e meno illiberali rispetto alla _credenza della maggioranza_,

come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli,

dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di

sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere

legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i

tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e

sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità

quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico,

que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò

dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il

buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle

plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella

descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo

la morte di Giuliano.

Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i

proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di

placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa,

promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il

ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni

libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto,

all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di

Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana!

tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone

che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!

Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo

Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare

assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi,

ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non

rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi

mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il

fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:

«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di

nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime

ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede.

Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore

violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri

ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri,

onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso

cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi

con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le

vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i

templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della

gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore

e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in

non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti

e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai

diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente

contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della

civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e

promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci

matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de'

consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli

Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non

esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni

cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della

Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il

Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].

«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico

ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la

Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa

cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel

complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato

decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di

qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra

apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore.

Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente

vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene

spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj

infliggono _ipso facto_ agli invasori de' diritti della Chiesa...

«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che

noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello

Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose

preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui

maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà

de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè

abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità

di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che

questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star

saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana

fermezza tante avversità.

«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi

rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina

provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile

principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere

politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e

giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai

decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che

gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere

politico.

«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma

dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con

quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano

propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione

delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per

esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il

mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa

universale.

«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire

coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che,

assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della

giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo

accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e

neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a

provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?

«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa

sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla

giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati

da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta

nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e

popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta,

l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i

popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è

conculcata e invisa....

«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere

partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda

Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli

collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo

stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli

apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto

di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la

causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia

bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo

esercitare il nostro apostolico ministero...

«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da

conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione.

Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la

disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui

è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi

d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in

loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo

tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a

Dio...»

Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo

Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi

padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si

duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i

fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione,

senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien

ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per

dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e

le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti

errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e

monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo

e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame,

ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà

l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i

Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano

i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano

armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee

scassinare l'ordinamento cattolico.

Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le

forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo

abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o

d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi

gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà

non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza

spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò

dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e

tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli

artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di

qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che

ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre

genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563],

il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi

suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».

NOTE

[517] Il filosofo Rosmini ha un'orazione funebre per Pio VII, dove è a

vedere come lo scagiona dell'aver incoronato Buonaparte. Gli atti corsi

in quell'occasione servono a spiegare in qual guisa la Corte di Roma

intenda la tolleranza, e come vada intesa l'enciclica dell'8 dicembre

1864. La verità è una. Non può teologicamente riconoscersi vera

nessun'altra religione. Ma ciò non importa che, civilmente, non abbiasi

a tollerare chi ne professa un'altra. Talleyrand stesso, in un rapporto

all'imperatore del 13 luglio 1804, diceva: «La tolleranza in Francia e

nella più parte degli Stati europei è un dovere politico, che non

affetta in nulla la cattolicità de' sovrani e degli Stati che governano.

In Germania, in Italia, a Roma stessa e in Francia si vietano l'insulto

e la persecuzione; si compiangono i dissidenti, ma si comanda di

rispettarne le opinioni e il culto, che la coscienza prescrive loro di

praticare.»

[518] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma e tutto

lo Stato pontificio sono in preda alle loro calunnie, il palazzo

apostolico n'è assediato, come fosse un castello». Note del Consalvi al

Talleyrand, 1805.

[519] Nelle memorie lasciate dal principe di Metternich, lungamente

ministro dell'impero austriaco è detto: «Io, non come cattolico, ma come

ministro d'Austria voglio che il papa soggiorni in casa del papa, e non

in casa d'altri. L'ho cantato a Napoleone quando il papa era in Savona

prigioniero della Francia. Napoleone mi volea bene, e sapeva che il papa

onoravami di sua fiducia. Un giorno mi chiamò e mi disse: — Fatemi un

servizio. Sono stanco della cattività del papa. È una condizione che non

può fruttar nessun utile, e che importa di non continuare a lungo.

Desidero che andiate a Savona; il papa vi è benevolo; gli farete gradire

un disegno che ho divisato per isbrigar questa brutta lite.

Io ripresi che mi converrebbe ottener prima la licenza del mio

imperatore.

— O che! mi ricusereste questo piacere? (replicò egli). Parmi che non

arrischiereste nulla, adoperandovi per la _pace del mondo_.

— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia

pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe

manifestarmi il suo disegno?

— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della

Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto

d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.

— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi

fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli

accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un

palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio

per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo

diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla

difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi

che rifiuterebbe?

— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e

giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto

è in Savona.

Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In

ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore

d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà

non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in

cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il

palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di

dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di

dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente

vostra maestà?»

[520] Queste dottrine erano sostenute da un Ferloni prete cremonese

(1740-1813) che avea scritto la _Storia delle variazioni della

disciplina della Chiesa_. Il manuscritto ne perdette nell'invasione de'

Francesi a Roma il 1798: ma invece d'indispettirsene, offrì ai

rivoluzionarj la sua penna, pubblicò omelie in favor di Buonaparte, fu

teologo del consiglio privato del vicerè d'Italia, e scrisse

«Dell'autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data

l'antichità, libro da cui si dimostra l'abuso che se n'è fatto e la

necessità di circoscriverlo». Gl'indirizzi dei vescovi d'Italia son

posti all'Indice per decreto 30 settembre 1817, avvertendo che parte

erano finti, parte alterati; e che, appena i tempi lo permisero, tutti

furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con ossequiose

lettere spontanee dirette al papa.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 74 / 101 段