Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace

avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; _cor unum et anima una_;

con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per

servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per

condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni,

che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.

Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande

unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia,

sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o

il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più

libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società

antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che

l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure

che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica

aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a

ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto

dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne

norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un

aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il

diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla

tirannia.

Come le genti si furono sedute ne' paesi che doveano divenir patria

loro, i dominanti particolari che, munitisi d'eserciti e d'erario, più

non sentivano bisogno del patronato dei papi, studiarono ritrarsene, e

recuperare al governo civile le prerogative che quelli aveano non

usurpate, giacchè a nessuno le tolsero, ma esercitate quando altro

organamento non sussisteva.

Forse, col rinnovarsi della civiltà, sarebbonsi potute conciliare le

pretensioni dei due poteri, ma ne tolse speranza la riforma religiosa,

che fu una vera riazione contro la preponderenza italiana e pontifizia.

Sottrattogli mezzo il mondo, il papato non potè più influire

efficacemente sulla civiltà e sulla politica: ristretto a un piccolo

principato, scemata tanto l'efficacia della sua parola; per tutelarne

l'esistenza e i diritti dovette cercare le alleanze dei forti,

stringendosi ora colla Spagna, ora colla Germania, ora colla Francia,

che colla loro protezione, coi loro concordati ne mozzavano spesso la

podestà spirituale; e colla scienza e col moto civile cospiravano,

talora senza accorgersi, a sottometterla al laicato[546].

D'allora il principato di Roma non diversificò dagli altri principati

fra cui sminuzzavansi i regni tutti, ma specialmente l'Italia nostra e

la Germania. La indipendenza più o meno intera di questi piccoli ovviava

l'oltrapotenza dei grossi, che perciò miravano ad ingojarli. Ma di farlo

non trovarono la opportunità se non quando la Rivoluzione, sotto il

titolo di dar a tutti la libertà, abolì le libertà de' singoli a favore

d'un ente astratto che chiamava lo Stato; poi ridottile a una fittizia

unità, li gettava in braccio d'un re.

Questa genesi della libertà moderna ci è data dalla storia che non imiti

un bullettino d'armata; vuolsi aggiungere che, per frenare i possibili

abusi dei re, non più bilanciati dalle piccole aggregazioni e dalla

Chiesa, dovette ricorrersi alle costituzioni, cioè metter limiti fittizj

e irrispettati a principi su cui si era accumulata la piena assolutezza;

e se non vi si attenessero, minacciarli non più della scomunica, ma

della rivolta.

Mercè della Rivoluzione, la Germania che avea da quattrocento Stati,

alcuni repubblicani, tutti con sovranità limitata da privilegi, fu

ristretta in pochi regni, principalmente spodestando i principi

ecclesiastici.

Dall'Italia scomparvero tutte le repubbliche, e gli Stati si ridussero a

pochi, sinchè vennero assorti tutti in uno. Prima del 96 il papa pesava

sulla bilancia europea come un'altra potenza, giacchè come queste poteva

comprare soldati. Introdotta la coscrizione, e perciò misurata

l'importanza dal numero de' sudditi, egli si trovò impotente a petto

degli ambiziosi. Buonaparte nelle prime sue corse tolse ai papi le

Legazioni, garantendo il resto: ma ingrandito, non sofferse che un prete

osasse dirgli no quando gli altri re non sapeano che dirgli sì: che

negasse concorrere a soffogar l'Inghilterra col blocco continentale, o

ricusasse di maledire i suoi nemici, o di dargli soldati contro di

questi, di scioglier il suo matrimonio, acciocchè potesse sposare una

austriaca: sicchè dichiarò finito il dominio temporale del papa, ne fece

dipartimenti francesi, e conferì il titolo di re di Roma al presunto suo

successore.

L'Europa s'indignò alla prepotenza, ma ancora Abele fu il vincitore; e i

popoli, appena ebbero rovesciato Napoleone, non ebbero premura migliore

che di veder restituito al papa il suo dominio. Ma più che da quel misto

di protestantismo e di misticismo che fu la Santa Alleanza, lo Stato

pontifizio restava garantito dal confinare con principati non superiori

di forze; e quando la sommossa del 1830 minacciò l'indipendenza del

regnante di Roma, le grandi potenze d'Europa s'accordarono a

restituirgliela piena.

Poi Pio IX credette maturo il paese agli ordini civili che il secolo

nostro proclama; e con timidezza ma con sincerità, inesperto,

scrupoloso, incoerente, ma tutto equità e benevolenza procedendo, si

fece ammirare da tutto il mondo come nessun suo predecessore, e benedire

dall'Italia, della quale egli fu che cominciò il rinnovamento, e sulla

quale attirò l'attenzione di tutta Europa come negli splendidi giorni

del papato.

Presto si trascese; non si seppe cacciar lo straniero, bensì il papa:

Pio IX dovette fuggire dal suo paese che cadde in preda all'anarchia; e

le aspirazioni de' Neoguelfi cedettero alle ambizioni dinastiche e alle

astuzie dottrinarie. Il regno sardo pensò allora rifarsi delle sofferte

sconfitte, e acquistare predominio in Italia coll'andar a ristabilire in

trono il papa. I deputati savojardi, imperterriti sostenitori del

partito conservatore e religioso, mal soffrivano una spedizione che

poteva tornar utile alla repubblica romana, o minacciare gli altri

principi per ingrandire il regno sardo, col che sarebbesi dovuta cangiar

la capitale, e con ciò dare il crollo al regno[547]. Più l'avversavano i

liberali, e gli atti del Parlamento del 1849 meritano esser letti per

vedere sino a qual punto possa trascender la retorica, e come vi si

producessero già que' sofismi, che tratto tratto ripullulano sulla

sovranità popolare o sull'autorità pontifizia. Ma mentre colà si

disputava, i potentati aveano di nuovo pronunziato legittimo il dominio

del papa quanto gli altri, e necessaria all'indipendenza di ducento

milioni di Cattolici la indipendenza del pontefice: e incaricarono di

repristinarlo la Francia repubblicana, così governabile appena non ha

più governo.

Così fu fatto: ma ciò portava l'ingrata necessità di una permanente

occupazione straniera, per reprimere la rivoluzione che aveva

concentrato i suoi fuochi contro di Roma. Il pontefice, in occasione che

si trovavano i vescovi congregati per una sacra solennità, propose loro

di decidere se il potere temporale fosse necessario qui e adesso.

Risposero unanimi del sì, e diceano: «Come i prelati della Chiesa

avrebbero potuto da tutte le parti del mondo arrivar sicuramente per

conferire con vostra santità sui più gravi interessi, qualora avessero

trovato su queste rive un principe geloso de' loro principi, o sospetto

o nemico ad essi? V'è doveri di cristiano e doveri di cittadino, che non

sono contrarj ma differenti. E come i vescovi avrebbero potuto compirli

se non vi fosse a Roma una sovranità temporale, come è la pontifizia,

assolutamente indipendente, e centro della concordia universale, senza

ambizione umana, senza aspirazione a dominio terrestre? Noi liberi siam

venuti a un papa-re libero: pastori noi ci occupiamo degli interessi

della Chiesa: cittadini, degli interessi della patria: equamente

congiungiamo gli uni cogli altri, e non negligendo i doveri nè di

pastori nè di cittadini. Chi dunque oserebbe impugnare un principato

così antico, fondato sopra tale autorità e necessità? Se anche si badi

al diritto umano sul quale riposano la sicurezza de' principi e la

libertà dei popoli, qual altra potenza potrebbe a questa paragonarsi?

qual altra è così venerabile e santa? Se questi diritti si calpestino

riguardo alla santa sede, qual principe sarebbe sicuro di conservar il

suo regno, qual repubblica il suo territorio? È dunque per la religione,

ma anche per la giustizia e pel diritto, fondamenti delle cose umane, se

voi lottate e combattete».

Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme

accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il

pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca

Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual

lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?

In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel

principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata,

proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure

scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo

spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era

forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la

civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti

compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare

assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza

materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di

Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina.

Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La

fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina

missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma

determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo

indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si

riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser

principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero,

che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non

lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in

un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello

che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.

Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il

Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che,

elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice:

«Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che

il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la

Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di

aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli

Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto

della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa

d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le

conseguenze!

Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale

gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per

sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a

settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme

testa di meschinissimo corpo.

Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si

asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di

questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze,

e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che,

un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente

sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo

da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia,

l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare

che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale

basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo

intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei

papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di

conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo

ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova

che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione,

malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni

meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo,

dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione

guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il

conservare. Come contro _tutti_ i governi si declama perfin dai loro

amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima

l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni

dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il

principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.

Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda,

l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete

che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re

spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la

restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai

preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche

colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese:

che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della

forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei

briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso

sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono

il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così

micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i

giornali e l'effigiano le caricature?

Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in

quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale

accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la

conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma

dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi

palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità

odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da

scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che

Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a

fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento

che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello

pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo

proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj,

che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi

non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi

l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e

lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che

bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la

conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol

porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della

teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il

dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i

disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità

di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa

propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento

gerarchico.

A questi concetti diè gran peso il libro _Pro causa italica ad episcopos

catholicos, auctore presbitero catholico_ (1861). Era opera del

dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra'

teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla

Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può

annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi

con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i

sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto

ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al

papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col

rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può

abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici

e dei tanti vescovi _in partibus_, i quali niuno vorrebbe obbligar a

rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.

In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui

vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma

divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da

centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di

concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei

consiglieri di esso.

Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e

grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che

fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che

neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi

diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e

domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la

Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il

falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente

protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].

Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX

rispondeva una sublime e indomabile parola, _Non è lecito_. La Chiesa fu

solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato

Gregorio XVI nella bolla _Sollicitudo Ecclesiarum_ del 7 agosto 1831.

Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da

Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e

Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per

necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità

anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso,

non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri;

avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale

ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del

regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non

trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della

Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione,

non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna

violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge

l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che

avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori;

nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi

spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario

rinunziando[552].

Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de'

possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e

per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più

surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte

le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in

modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a

combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne

gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come

una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica.

L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli

accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione

politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte

romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la

dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il

parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe

provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.

Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I

conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di

fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una

abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino

sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la

gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato

in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua

fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è

sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere

come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e

trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che

è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della

coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà

d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa

impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.

E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per

origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo

inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino

appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla

Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole

le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente

dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e

qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino

separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro;

saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra

inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè

_due reggimenti_, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non

separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze

politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando

prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale

val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa

alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun

Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo

uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di

Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo

senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente

conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come

conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo

cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura

viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di

conciliarli.

Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del

ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli,

così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il

dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene

temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte,

procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 73 / 101 段