Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse

chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva

averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo

(in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal,

interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in

quelle _Provinciali_, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli

ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne

lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta

doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era

istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne

chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non

istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di

cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.

Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato

lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano

secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero

baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a

insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi

esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i

Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne

godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì

il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a

quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare

gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò

garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione

ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi.

Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz

dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può

diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non

vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un

tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la

quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare

la libertà religiosa e sociale».

Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i

vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici

spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad

ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica,

dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente

i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a

norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare

Bibbie, catechismi o libri che trattino _ex professo_ di religione; e

proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del

pontefice.

In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La

Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era

chiesta l'autorizzazione del principe».

I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re,

bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la

maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove

la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più

ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i

privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a

tutti.

Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta

la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa:

eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali,

dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la

Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come

popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata

l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in

nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione

eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato

trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è

loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La

Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti

ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in

queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama

l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».

Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è

un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto

per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano

dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era

impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere

sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che

s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne

tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per

rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale.

Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge,

che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per

l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali

per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta

famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a

perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli

altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli

articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il

matrimonio a contratto civile.

Roma protestò; richiamò il nunzio da Torino, e non volle riconoscere il

Pinelli, mandatole affinchè accettasse il fatto compiuto, e rimovesse il

Franzoni arcivescovo, tenuto corifeo dell'opposizione clericale, e che

avea proferto la legge civile non poter dispensare il clero dagli

obblighi speciali, impostigli dalla Chiesa, e prescriveva qual contegno

dovesse tenere rimpetto ai tribunali civili. Di aver ciò stampato gli si

mosse processo in paese di libera stampa, e alla citazione non essendo

egli comparso, fu chiuso nella cittadella: fatto nuovo e inaudito, dice

lo storico succennato nello sbeffeggiare questo _martire_: al quale però

serviva di conforto il giungere condoglianze e incoraggiamenti d'ogni

parte, un pastorale dai fedeli sardi, un anello da quei delle chiese

d'Italia, un calice dai Francesi.

Ammalatosi intanto il conte di Santarosa ministro, gli si negò il

viatico se non ritrattasse la partecipazione che aveva avuto a quelle

leggi. Nuova occasione di ire plateali e avvocatesche, per obbedire alle

quali l'arcivescovo, sequestratigli i beni, fu chiuso nella fortezza di

Fenestrelle, poi condotto ai confini di Francia, ove stette esule i

dodici anni che sopravvisse. E parimente dovette uscire monsignor

Morungiu arcivescovo di Cagliari e (dice il solito storico) «a sentire

la fazione teocratica, era già tempo di nascondersi nelle catacombe: i

martiri si moltiplicavano; le persecuzioni de' Neroni e de' Domiziani

erano superate». Forse la fazione teocratica ricordavasi che, oltre lo

Statuto, vigeva il codice ove l'articolo 2 dichiara che «il re si gloria

d'esser protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi

di essa nelle materie che alla podestà di essa appartengono: i

magistrati veglieranno che si mantenga il migliore accordo tra la Chiesa

e lo Stato».

Quasi poi si fosse proposto di far d'un popolo senza fede un popolo

senza doveri, la stampa metteva fuori libri i più ribaldi; riproduceva

ad uso del popolo novelle e poesie di cui Sodoma si sarebbe vergognata:

famigliarizzava coi delitti più atroci e più osceni; fatta palestra di

obbrobrj, lanciava vituperi contro le persone e le istituzioni

ecclesiastiche: il più lurido dei giornalisti, dopo scompisciato tutta

la settimana ogni persona e cosa che ispirasse o meritasse rispetto, la

domenica appestava il pubblico con migliaja di copie d'una spiegazione

del vangelo, dove avvoltolava nella sua pozzanghera Cristo, e

principalmente la Madonna. Ne sghignazzavano i caffè, e lo pensionava

l'erario.

In più serio campo Giovanni Nepomuceno Nuytz, all'Università di Torino

professava un corso di diritto canonico (_Juris ecclesiastici

iustitutiones_) degno del Febronio, asserendo l'onnipotenza dello Stato

sopra la Chiesa; l'incompatibilità del potere temporale collo

spirituale; non potersi dimostrare che il matrimonio sia sacramento, nè

la Chiesa stabilirvi impedimenti dirimenti; la Chiesa cattolica e

specialmente la santa sede essere stata causa dello scisma

orientale[537]. Messo all'Indice, l'autore fu strascinato in trionfo e

promosso. E fioccavano scritti in cui voleasi considerare il potere

pontifizio come un semplice ministero, anzichè una giurisdizione; la

religione come società dell'uomo con Dio, eliminando la Chiesa visibile,

e la suprema garanzia de' diritti civili; nelle materie miste, cioè

nell'amministrazione esterna delle cose sacre, la decisione competere

all'unico potere, primeggiando l'interesse pubblico in tutto quanto non

è essenza della religione.

E qual cosa sia l'essenza della religione lo definirà ancora il Governo.

Essenza della religione è che si predichi la verità, ma lo Stato

prefiggerà da chi, quando, dove, come, e se quella verità nuocia al

pubblico assetto. La preghiera è essenza della religione, ma lo Stato

determinerà le ore, i luoghi, le formole; e se permettere una

processione, le immagini, i pellegrinaggi, il richiamo delle campane. È

essenza della religione il formare i proprj ministri, ma l'autorità

origlierà ai seminarj, imporrà i maestri, le materie d'insegnamento, il

numero e l'età degli allievi, e quando arrivino agli anni, li ghermirà

per farne soldati. La Chiesa è giudice degli errori contrarj ai suoi

dogmi e alla sua morale, ma lo Stato esaminerà la forma delle decisioni

dogmatiche, potrà sospenderne la pubblicazione, vietarne la

discussione[538]. Essa amministra i sacramenti e fra questi il

matrimonio, ma lo Stato non lo riconoscerà se non stipulato davanti

agl'infimi de' suoi magistrati, in via di contratto naturale. Potrà

dirsi impedita la libertà del cittadino o turbata la quiete pubblica se

una processione interrompe la marcia d'un reggimento; se ai nostri

carnevali si oppongono le devozioni; se ne' conventi si ricoverano

fanciulle destinate alla scena o a peggio; se i nostri tabernacoli

impacciano le mostre delle botteghe; se i nostri vescovi stampano come i

giornali, o i nostri curati declamano quanto i deputati e gli

arruffapopolo: se infine un cristiano vuol praticare la libertà

diversamente da quel che esigono i dominatori del giorno.

Insomma si ammetteva la religione, ma se ne ripudiavano le conseguenze;

si tollerava Cristo, ma prima il re e il prefetto; il Governo, se non

bastava l'aver tratte ai tribunali civili le quistioni beneficiarie e

matrimoniali, stabilito nuove norme per la placitazione, sottoposto a

speciale autorizzazione i lasciti e gli acquisti in favor della Chiesa,

tolto la personalità morale alle corporazioni religiose, imposto tasse

eccezionali e quote di concorso a certi benefizj, rendevasi ridicolo

agli assennati e vessatorio ai credenti col rinnovare le scene

dell'interdetto di Venezia, e dei re sacristani di casa d'Austria. Il

papa nel concistoro 22 gennajo 1855 disapprovava tutti gli atti del

potere legislativo ed esecutivo del Piemonte, lesivi della giurisdizione

ecclesiastica, minacciando di censure coloro che a leggi siffatte

dessero favore; e pubblicò i carteggi suoi co' varj ministri di

Piemonte, e le lettere burbanzose di questi, che ad ora ad ora aveano

tentato rannodare relazioni con Roma.

Peggiorò questa situazione la guerra del 1859; dove il Piemonte, avendo

acquistata la Lombardia, vi applicò subito gli ordinamenti suoi,

cassando il concordato che l'Austria aveva stipulato con Roma, e

vituperando come ostile all'Italia indipendente quel clero che, come

ostile al dominio forestiere, era stato sempre vigilato dagli Austriaci.

Poi, con quel sintomo d'estrema decadenza ch'è la facilità con cui si

perde e si acquista un trono, vennero annessi al regno sardo la Toscana,

i Ducati, la Romagna; poi si conquistarono le Marche, l'Umbria, le Due

Sicilie; infine si proferì l'unità d'Italia, e doverne essere capitale

Roma.

Tali acquisti erano un fatto di mera politica esterna, di principe che

spoglia un altro principe; ma doveano esulcerare le relazioni fra il

pontefice e il nuovo regno; e alterare non solo le disposizioni

reciproche degli spiriti, ma i doveri dei già sudditi pontifizj, che

trovavansi sottoposti ad altro regnante, e a norme differenti anche in

ciò che concerne la coscienza. Fu per voltare tutti i torti sopra di

questi che il ministro Cavour promise le più ampie libertà alla Chiesa

in libero Stato.

Come tutte le formole vaghe, questa non ha altro senso che quel che le

si dà; gridata da tutti, è da ognuno intesa a suo modo, e se ne

trastullano quelli che amano creare attitudini equivoche onde

profittarne[539]. I Cattolici l'avrebbero aggradita ove significasse che

la Chiesa non fosse più stretta da tutela estranea; autorizzata ad

esercitare tutta la sua attività morale e civile, tolti gl'impedimenti

alle relazioni dei fedeli e de' vescovi tra loro e con Roma, alle

elezioni, alle stampe, alla beneficenza, all'istruzione, ai mezzi

molteplici per cui si fa benefattrice dell'umanità, invece di vincolarsi

a concordati per reciproche concessioni, avrebbe quella _sicura libertà_

che invoca con quotidiana preghiera.

Chiesa e Stato sono due enti affatto distinti, eppure non separabili:

viventi ciascuno di propria vita, non si devono reciprocamente

impacciare, bensì nella loro indipendenza coadjuvarsi, l'una dirigendo

le coscienze al rispetto dell'autorità, l'altro proteggendo l'attuazione

esterna del dogma. La Chiesa sussisteva prima dello Stato, e abbraccia

l'università de' credenti; mentre quella formola parrebbe rinserrare

l'eterno nel contingente, l'universale nella circoscrizione geografica o

politica. L'anima comanda al corpo, ma questo è inseparabile da quella

finchè vive, e l'una tocca alle ragioni dell'altro in modo, ch'è

impossibile delimitarle assolutamente, massime quando s'interpongano

interessi e passioni.

Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in

scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò

un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si

occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le

proprietà _di qualunque siano natura_, e benchè in fatto si

rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si

obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono

carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che

zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj

episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le

elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli

scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento

de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione

religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia

governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato,

poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la

sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli

eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a

normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne

misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini;

profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma

fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti

che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea

voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con

legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino

infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di

morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si

ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi

decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò

ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.

Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale

ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle

eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di

Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega

approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non

riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a

cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario

capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria

sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il

carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del

Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di

pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle

chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta

all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè

rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte

del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero:

l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di

guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il

prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno

scomunicato.

Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni

lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile

quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler

esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il

conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e

metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa

d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a

suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica

si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle

antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il

giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo

consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i

canonici di quella metropolitana per _astensione e contegno ostile_;

reati ignoti al codice.

Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali,

non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste

di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi

contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli

insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi:

sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere

sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una

plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che

guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè

gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e

sempre invano.

Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al

clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo

dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le

istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si

adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.

Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre

esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari

di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie

particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce

soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità,

erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli

detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni

riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati

dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più

vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così

nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non

avessero ricevuta la pensione.

Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del

nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze

eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i

governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche

alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il

clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro

l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche.

Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più

avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di

Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545].

Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella

peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni,

repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari,

sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di

Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze

nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui

libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena

rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i

vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il

palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per

l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione

dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma

senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa

dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto

continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità

non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi,

ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete

l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad

altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo

dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti.

Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti

pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare

l'_exequatur_ alla nomina del re o del ministro o del senatore, e

stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato,

e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere

di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero

privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non

chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj

statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non

repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a'

ministri e membri suoi secondo quegli statuti.

Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di

conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando

le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose

che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel

medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò

persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana,

di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di

lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità

gridò, _Vieni a veder la tua Roma che chiama_. Chi serbava ombra di

senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto

d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non

venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e

selvaggia.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 72 / 101 段