Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che

comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i

compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla

filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il

razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa,

in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della

metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava

necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo

assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già

dal 1840, nell'_Introduzione allo studio della filosofia_ credea vicino

a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa,

l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte

notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma

potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo

a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di

cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a

ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le

Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno

cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io

non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni

politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di

scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra

una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una

bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie

la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita.

L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il

sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome

all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa

stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella

dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il

cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è

tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è

lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi

intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e

fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino,

volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola

dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che

l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone

d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e

piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta

fiducia»[526].

Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a

lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede

del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro

jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai

dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale,

aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque

sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di

verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva

immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini

religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle

nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo

stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico

subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.

Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver

fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata

una scuola che intitolarono _Neoguelfa_. Nell'indeclinabile conflitto

tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi

appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli,

Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore

preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi

vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione

forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire

concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della

rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol

conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo

scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini,

ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella

storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica

riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i

quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza

universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera

sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi

d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività

mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può

separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi

nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e

colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga

alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.

Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano

per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e

dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli

italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e

per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi

anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa

intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente

come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi

della civiltà moderna.

Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio

mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.

Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze,

ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno

de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede

all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare

sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli

ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme

magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò

varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le

cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa

politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e

aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli

Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che

coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero

negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù,

e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di

contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica

perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della

manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e

l'osservatorio.

Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che

più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei

politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove,

«oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti

della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò

alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di

Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O

Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di

coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son

fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione

del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e

allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato.

Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca

all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello

Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della

separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra

comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla

gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo

il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità

cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».

Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti

che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII

(31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.

Il dottissimo cardinal Maj, nell'orazione solita recitarsi in conclave

_de eligendo pontifice_, diceva ai cardinali: «Dateci un papa che sia

per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per

eleganza Damaso; abbia di Leon Magno la nitida eleganza, di Gelasio la

dottrina, di Gregorio Magno la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano

l'amicizia de' principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel

patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di pensamenti Giulio, per

liberalità Leone, per santità Pio V, per vigor d'animo Sisto: e per non

ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice cui non manchino nè

l'erudizione di Benedetto XIV nè la munificenza del sesto Pio, nè la

forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la

rettitudine di Pio VIII».

Gregorio XVI saliva papa il 2 febbrajo 1831 mentre l'Europa era sommossa

da una nuova rivoluzione di Francia, che al ripristinato diritto divino

surrogava quello delle moltitudini e della sollevazione. E una scoppiò

nelle Romagne nell'interregno, ma ben presto l'Austria tornò

all'obbedienza dei duchi e del papa l'Italia media, colla solita

necessità di repressioni e la solita sequela di odj. Quanto inesperto

delle cose politiche tanto fervoroso per la causa di Dio e la santa

maestà del dogma, Gregorio XVI secondò la revivescenza cattolica in

Italia e fuori[527]; infervorava ai doveri religiosi; ostava alle eresie

ripullulanti; riformò i concordati col Piemonte e con Modena; lottò

colla Spagna e colla Svizzera che molestavano la Chiesa; scomunicò i

fautori della tratta dei Negri; denunziò alla cristianità il re di

Prussia, che a cagione de' matrimonj misti teneva in carcere

l'arcivescovo di Colonia; all'imperatore di Russia rinfacciò i

maltrattamenti usati ai Polacchi, e additandogli le ruine del palazzo di

Nerone diceagli: «Ecco quanto resta de' persecutori de' Cristiani».

Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua

missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della

ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la

vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno,

pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire

coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai

ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a

cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle

società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i

lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo

ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia

per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano

essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della

carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o

scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso

nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi

stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj

ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei

beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto

la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla

speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto

il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui

aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il

cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe

l'universo mondo[528].

Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da

frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non

intervento. Questo restar indifferenti allo strazio de' nostri vicini

repugna alla carità; ma la politica stessa se ne ride; ed oltre

ripristinare coll'armi i principotti d'Italia e il pontefice, le Potenze

vollero intromettersi dell'assetto interno, fino a pronunziare che lo

Stato Pontifizio era mal governato, e dar suggerimenti ufficiali al suo

principe. S'aperse con ciò l'èra nuova della rivoluzione, che comparve

armata della penna dei diplomatici e delle ambizioni dei re, i quali

faceansi alleati e complici delle società segrete istituitesi contro di

loro, e subillatori dell'eresia che prima era da essi combattuta. Se

l'aveano suggerito i regnanti, ben poteano i Romagnuoli domandare a gran

voce la secolarizzazione degli impieghi e l'applicazione di codici

stranieri: sicchè il malcontento poteva palliarsi di legalità, e farsene

organi or elegiaci or ditirambici anche persone dedite all'idea

carbonarica, ma repugnanti dalla Giovane Italia, quali Massimo D'Azeglio

o il dottore Farini. A tale manifattura d'anarchia trovavano alleati

troppi interessi e passioni; malcontenti che volevano annessi i paesi

pontifizj al regno di Napoli o al Piemonte o sin all'Austria; Inglesi

che bramavano crollasse il papato; Tedeschi che voleano impiantare il

protestantismo nella sede stessa del cattolicesimo; avvocati che

agognavano l'occasione di declamare in un parlamento o di regnare in un

ministero; rivoluzionarj che erano sicuri di riuscire contro un trono

che non vuol difendersi con un esercito, sicchè la minima insurrezione

basta ad abbatterlo; napoleonici, che di quel paese farebbero il punto

d'appoggio per sollevare tutta Europa. Il governo di Luigi Filippo non

poteva reprimere la rivoluzione da cui era nato: e poichè nel paese suo

era cominciata nuova guerra contro il ridestato zelo del clero, indicato

col nome di Gesuita, si mandò ambasciadore a Roma un antico fuoruscito,

il carrarese Pellegrino Rossi. Alla costoro ombra, dalla Francia, da

Lugano, dalla inglese Malta avventavansi opuscoli incendiarj in Italia,

che versassero aceto sulle piaghe: che, se bersagliavano il Tedesco, più

concordemente inviperivano contro Roma. Tutto ciò cresceva gli scontenti

negli ultimi anni di Gregorio XVI. E s'egli deplorava tale

disorganamento, e vi provvedeva o con ammonizioni o con repressioni, era

vituperato come retrogrado e tirannico; denigravansi gli atti suoi

migliori; calunniavansi fino i suoi costumi; non occorrevan le prove e

neppur la probabilità; bastava l'esser detto; chè in tempo di

rivoluzione la credulità è inesauribile[529].

Quell'amministrazione diversa dagli altri regni, quel re prete che dava

esempj o raffacci ai re, quella corte di cardinali come potevano piacere

ad un'età tutta soldati e ciambellani? Credeasi avvilito un popolo

perchè ubbidiva a tonache, anzichè ad uniformi; i sudditi diceano che il

papa era uno strumento in man dei principi; i principi lo guardavano

bieco come il solo che osasse opporsi alle loro trapotenze.

Aggiungiamo pure che un principe a vita, scelto in grave età, fra una

classe aliena per istituto da intrugli temporali, preferito per le virtù

che giovano ed onorano la Chiesa universale, deve riuscire men proprio

al governo quanto è più austero ed esemplare: onde quivi peggiorano le

condizioni di moralità che altrove sarebbero salvezza. Quindi

moltiplicate le cospirazioni, finchè una nuova se ne ordì al comparire

del suo successore, la cospirazione degli applausi.

Pio IX, avvezzo a lavar le sue mani tra gl'innocenti, pietoso di cuore,

ameno di discorsi, buon sacerdote, che molte ore d'ogni giorno riserbava

alla preghiera; che nelle dubbiezze gettavasi a' piedi della Madonna, a

gran rinforzo di speranze e di lodi venne trasformato in un idolo a

capriccio, attribuendogli atti, concetti, divisamenti alieni dal vedere

e voler suo: «Viva Pio IX» fu il grido che risonò da un polo all'altro,

più alto che a qualunque eroe, e come simbolo di tutte le speranze, non

men della Chiesa che dell'Italia. Ai Cattolici parendo risorgesse quel

che dopo Lutero non si era veduto più, un pontefice di tal grandezza, da

stendere la sua efficacia sul mondo intero, esultando che il movimento

venisse appunto di là ove è tradizionale la stabilità.

Ma i figli di Voltaire non riconciliavansi col papa se non foggiandolo

sul tipo del loro patriarca; e in quella foga d'applausi, dove l'amore

cancellava la riverenza, si tentò staccare il principe dal papa, il papa

dall'ordinamento ecclesiastico e dai suoi predecessori, gridando «Viva

Pio IX solo». Per quanto egli protestasse contro lo scopo che ognor più

si rivelava di farlo scintilla d'incendio politico[530], con preghiere

che somigliavano a minaccie se gli chiesero le riforme che i principi

aveano suggerite nel 1831, ed egli le concesse; se gli chiese,

istituzione di moda, il giornalismo, ed egli il concesse, e vi seguì il

nembo delle falsità, l'annunzio di riazioni, di briganti, d'invasioni;

in conseguenza gli si chiese la guardia nazionale e un esercito, ed egli

concesse: se gli chiese una costituzione, ed egli la concesse; pel qual

modo si ebbe in pochi mesi ciò che i più arditi avean appena sperato in

un secolo.

Non può toccarsi al principato ecclesiastico senza che tutta l'Italia se

ne risenta, anzi l'Europa, come a un interesse dì tutti e di ciascuno.

Ben presto Francia scoppiò in nuova rivoluzione repubblicana; l'Europa

tutta vi corse dietro, come a tutte le mode di Francia, e a titolo della

fraternità universale restò contaminata di assassinj e di ruine. In

Italia pure in nome della nazionalità cominciò la conflagrazione, che da

venti anni mantiene quell'incertezza ch'è il peggiore dei danni perchè

sospende tutte le forze dell'anima, elide il coraggio, differisce le

risoluzioni, come di gente sulle mosse, che non ha nè una strada nè una

meta.

La commozione erasi iniziata nel nome del papa, e nei concetti de'

Neoguelfi di ridurre a concordia lo Stato colla Chiesa, la libertà

coll'autorità. Più parve potersi sperarla quando l'assemblea

repubblicana francese, proclamando il diritto inviolabile delle

coscienze, sciolse i vincoli che un'improvida protezione avea messo alle

facoltà della Chiesa, e il parlamento germanico abolì i divieti che le

costituzioni particolari ponevano al culto pubblico. Anche in Italia i

sacerdoti favorirono gli scotimenti del 1848, benedissero le bandiere e

le armi, contribuirono denaro, preci, inni, esortazioni, esempio: il

ministero piemontese gl'invitava a render odiosi al popolo gli Austriaci

col mostrare come questi avessero sempre incagliata l'azione degli

ecclesiastici[531]. Ognuno sa come la rivoluzione si voltasse contro Pio

IX, fin a cacciarlo dalla sua sede; onde l'Italia, per la terza volta in

cinquant'anni, dovè protestare contro gli oltraggi dell'esiglio del suo

padre. Portata la gran lite sul campo della forza, la forza prevalse; lo

straniero rioccupò l'Italia, e l'inevitabile riazione inaridì le

rigogliose speranze, e divelse le ottenute libertà.

L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le

opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte

concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto

d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le

erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti

comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a

sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e

dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li

lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai

parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause

d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di

fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali

inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo

l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli

evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo

della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del

necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj

beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al

vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori

forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo.

L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo

d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj

spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa

voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni

religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si

conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene

quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli

Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere

e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi

poteano possedere fuor dei loro confini.

I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti

non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi

giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero

onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che

arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera

non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo

Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi,

erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si

imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di

ragioni[532].

Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del

Gioberti. _Nel Primato d'Italia_ volendo retoricamente mostrare come la

nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e

l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che

adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo

punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura

vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si

convertì in lava», buttò fuori i _Prolegomeni_, ove cantava la

palinodia, poi il _Gesuita moderno_, ove in cinque grossi volumi

rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne

elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure

e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più

nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo;

pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere,

apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più

funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere

umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come

erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che

nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di

cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si

vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e

non può avere altra sanzione che quella degli scherani».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 71 / 101 段