Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia,

di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica,

che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il

Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva

imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la

religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni

occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non

d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli

articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al

Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del

papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del

ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in

Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò

le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava

d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].

Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione,

blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano

alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal

contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj

che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi

detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene

franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero

tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine

gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi

ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non

meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto

nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne

limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si

costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio

al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder

quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio

Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.

Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o

moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva

sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche

le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava

impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un

papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza

repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe

diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno

in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che

me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola

Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la

servitù di tutti i popoli[519].

Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta

la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un

piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de'

principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche,

dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare:

e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè

aveva consacrata.

Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua;

Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del

guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono

Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a'

miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il

sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici

vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei

vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che

deve compiersi in quindici giorni».

Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo,

condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era

un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato,

fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere

di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro

collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o

resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più

dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a

guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a

perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il

pontefice deve a tutti i credenti.

Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di

dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice,

allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto,

ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.

Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi

rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze.

Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico,

che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro

questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo

lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto

clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire

l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza

bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli

dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in

Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte:

anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività

rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto

estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che

l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono

restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale

è d'origine divina al pari della papale[520].

Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di

guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto

oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza

materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo

vero col popolo letterato e officiale.

Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio

di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che

Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea

fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo

concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il

concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa

rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come

prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi

repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».

Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano

perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a

radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le

quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore

affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno

scisma.

Contro quel caparbio di papa che persisteva nel _non è lecito_ e

nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di

declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che

applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero

s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica,

premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della

Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la

mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e

che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il

risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli

oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara,

vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio

predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da

agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da

leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re;

che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si

mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati

fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter

esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a

coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a

stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].

Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo

noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne

alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e

«la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente

meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».

Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto

l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare

veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze

restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini

dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre

diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».

In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto

spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare

l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli

si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò.

D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma

la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede

avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando

il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità

introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una

confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio.

Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la

coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si

fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono

considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione

della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il

potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita

municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità.

Di ciò vediamo le conseguenze.

Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la

disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche

relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare

coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e

giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano

bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di

colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri

coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser

all'onnipotenza amministrativa.

Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della

Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca

conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza

religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di

preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti

acattolici.

Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o

maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto

a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del

clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova

circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di

Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.

Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una

convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi,

di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e

matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.

Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad

essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere

indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua,

e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva

Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da

un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol

essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e

clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E

il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto

quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di

timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!

Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14

novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli

gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui

rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato,

messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della

fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la

prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al

principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser

«funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai

sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica».

Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna

cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con

quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede,

onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di

potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».

Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano

stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che

gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.

Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni

giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le

opere del Tamburini e i _Commentaria de jure canonico_ che nel 1788 avea

pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i

Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa,

prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera

non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento

rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta

principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa

fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si

ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo

stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi

l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e

cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno

che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per

quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo

straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i

popoli all'ovile «della fede[523]».

Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore

d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la

libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855

«per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben

intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si

formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla

Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di

pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere

Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di

tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi;

senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge,

rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti

comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e

l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il

costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata

già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli

e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.

Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di

religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le

libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e

spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi

solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai

cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano

o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della

Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso

l'atto suo più savio e popolare[524].

Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie,

se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.

Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di

Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli

arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane

erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano

Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo

Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne,

Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei

reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col

supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa,

offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per

magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava

gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi

sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è

ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua

espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola

continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la

man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato

e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo

l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la

distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le

costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia

necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di

re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e

correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la

plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal

papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa,

unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi

gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile

avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle

affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti

lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi

operò potentissimamente sull'avvenire.

Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione

austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la

verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino

all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione

universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa

qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai

classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti,

rivoluzionarj. Il suo _Saggio sull'indifferenza in fatto di religione_

fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva

ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa

non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione

non società».

Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin

all'esagerazione le _Memorie_ di Modena e la _Voce della verità_, dove

Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi

ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano

costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una

fittizia impopolarità.

Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica

colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la

fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata

anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de'

progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e

redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui

da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro

un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de'

padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non

sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali

applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni

variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il

passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta

sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici

sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e

stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici

cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande

abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i

fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad

un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non

possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e

devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica

non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la

storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran

distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi

si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.

Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con

cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e

sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj

buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro

Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e

dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe

lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili

rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce

il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno

potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa

scena dovette poi partecipare!

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 70 / 101 段