di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica,
che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il
Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva
imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la
religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni
occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non
d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli
articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al
Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del
papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del
ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in
Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò
le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava
d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].
Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione,
blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano
alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal
contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj
che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi
detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene
franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero
tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine
gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi
ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non
meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto
nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne
limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si
costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio
al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder
quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio
Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.
Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o
moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva
sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche
le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava
impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un
papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza
repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe
diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno
in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che
me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola
Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la
servitù di tutti i popoli[519].
Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta
la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un
piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de'
principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche,
dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare:
e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè
aveva consacrata.
Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua;
Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del
guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono
Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a'
miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il
sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici
vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei
vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che
deve compiersi in quindici giorni».
Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo,
condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era
un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato,
fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere
di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro
collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o
resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più
dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a
guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a
perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il
pontefice deve a tutti i credenti.
Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di
dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice,
allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto,
ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.
Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi
rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze.
Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico,
che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro
questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo
lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto
clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire
l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza
bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli
dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in
Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte:
anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività
rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto
estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che
l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono
restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale
è d'origine divina al pari della papale[520].
Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di
guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto
oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza
materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo
vero col popolo letterato e officiale.
Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio
di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che
Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea
fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo
concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il
concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa
rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come
prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi
repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».
Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano
perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a
radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le
quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore
affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno
scisma.
Contro quel caparbio di papa che persisteva nel _non è lecito_ e
nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di
declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che
applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero
s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica,
premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della
Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la
mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e
che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il
risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli
oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara,
vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio
predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da
agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da
leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re;
che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si
mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati
fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter
esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a
coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a
stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].
Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo
noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne
alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e
«la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente
meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».
Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto
l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare
veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze
restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini
dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre
diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».
In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto
spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare
l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli
si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò.
D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma
la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede
avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando
il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità
introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una
confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio.
Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la
coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si
fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono
considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione
della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il
potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita
municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità.
Di ciò vediamo le conseguenze.
Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la
disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche
relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare
coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e
giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano
bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di
colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri
coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser
all'onnipotenza amministrativa.
Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della
Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca
conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza
religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di
preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti
acattolici.
Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o
maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto
a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del
clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova
circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di
Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una
convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi,
di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e
matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.
Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad
essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere
indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua,
e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva
Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da
un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol
essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e
clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E
il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto
quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di
timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!
Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14
novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli
gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui
rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato,
messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della
fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la
prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al
principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser
«funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai
sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica».
Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna
cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con
quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede,
onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di
potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».
Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano
stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che
gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.
Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni
giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le
opere del Tamburini e i _Commentaria de jure canonico_ che nel 1788 avea
pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i
Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa,
prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera
non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento
rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta
principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa
fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si
ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo
stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi
l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e
cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno
che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per
quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo
straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i
popoli all'ovile «della fede[523]».
Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore
d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la
libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855
«per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben
intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si
formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla
Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di
pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere
Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di
tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi;
senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge,
rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti
comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e
l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il
costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata
già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli
e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.
Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di
religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le
libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e
spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi
solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai
cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano
o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della
Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso
l'atto suo più savio e popolare[524].
Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie,
se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.
Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di
Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli
arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane
erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano
Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo
Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne,
Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei
reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col
supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa,
offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per
magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava
gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi
sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è
ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua
espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola
continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la
man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato
e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo
l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la
distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le
costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia
necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di
re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e
correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la
plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal
papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa,
unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi
gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile
avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle
affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti
lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi
operò potentissimamente sull'avvenire.
Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione
austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la
verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino
all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione
universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa
qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai
classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti,
rivoluzionarj. Il suo _Saggio sull'indifferenza in fatto di religione_
fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva
ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa
non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione
non società».
Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin
all'esagerazione le _Memorie_ di Modena e la _Voce della verità_, dove
Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi
ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano
costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una
fittizia impopolarità.
Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica
colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la
fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata
anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de'
progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e
redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui
da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro
un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de'
padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non
sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali
applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni
variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il
passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta
sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici
sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e
stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici
cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande
abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i
fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad
un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non
possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e
devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica
non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la
storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran
distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi
si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.
Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con
cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e
sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj
buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro
Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e
dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe
lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili
rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce
il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno
potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa
scena dovette poi partecipare!