180. Importa ancora estremamente che non si spargano pel Granducato

libri perniciosi che inspirino la irreligione o la sedizione o la

diffidenza verso le più utili provvidenze. Non possiamo ricordare senza

rincrescimento grandissimo come, da qualche tempo, per opera di persone

inquiete ed animate dallo spirito di ambizione, personalità e vendetta,

si procura in tutte le maniere di seminare la disunione, lo spirito di

partito, l'odio, l'intolleranza, e sotto il manto di falso zelo ed

apparente pietà con massime maligne si fa valere il pretesto di

religione per illudere gli spiriti deboli ed ignoranti.

Abbiamo già preso qualche provvidenza intorno a ciò col nostro editto

del settembre, proibendo in tutto il Granducato alcuni libri e fogli

periodici che s'introducono da qualche tempo, che non hanno altro

oggetto che turbare la pubblica tranquillità e rovesciare la religione

confondendo la disciplina col domma, e spargendo colle più nere calunnie

falsi sospetti sopra le persone e le determinazioni più rispettabili.

Ma quel provvisionale rimedio non potrebbe arrestare tutto il male che

durerà forse finchè dureranno i privati interessi e le mire segrete di

chi cerca nell'illusione del popolo i propri vantaggi.

Se tutti i fedeli potessero essere al caso di conoscere le frodi e la

malignità di somiglianti libercoli, non vi sarebbe alcun pericolo. La

religione non teme le insidie e le macchine dei suoi nemici; troppo è

ferma e sicura contro tutti gli assalti dei male intenzionati. L'esame è

la via ordinaria che conduce alla verità, quando siano trattate le

materie colla carità, decenza ed onestà cristiana. Ma chi non ha lumi

sufficienti corre pericolo di essere ingannato.

Per ovviare pertanto ad un tal pericolo, e per ottenere una stabile pace

ed uniformità di sentimenti, che tanto interessa la religione e lo

Stato, rinnoviamo tutte le leggi veglianti intorno agli stampatori e

libraj, e vogliamo che da qui avanti non si possa introdurre o stampare

alcun libro o foglio sotto qualunque titolo e con qualunque data

riguardante materie ecclesiastiche, teologiche, morali, ascetiche,

giurisdizionali, se prima non sia esaminato, riveduto e sottoscritto

almeno da due dei suddetti tre teologi, destinati per consiglieri ed

assessori della Giunta ecclesiastica.

181. Senza quest'approvazione, non sarà lecito a qualunque persona di

qualsivoglia grado, stato e condizione, di stampare e ristampare

qualunque libro o foglio di qualsivoglia titolo o natura che trattasse

di simili materie.

Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in

questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo

tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella

tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far

fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve

interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con

quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove

più autentiche e consolanti.

[506] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze

sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da

vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima,

perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la

pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno

formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare

al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona

disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, _Affari del

vescovo di Pistoja_, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa,

l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio

pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con

altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due

diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire

le novità che si era tentato d'introdurvi». _Archivio ricciano_, filza

XVI.

[507] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando

Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli

riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche

austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo

pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui

desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo

d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto:

anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al

ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i

gentiluomini che stavano in anticamera.

[508] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle _Memorie_),

che la bolla _Auctorem Fidei_ non fu a me spedita: che doveano essergli

noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente

fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto

dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più

parlarsene».

[509] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più

illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano

tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i

fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della

dottrina di sant'Agostino».

[510] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna

e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato

fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non

dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che

al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per

autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo

cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi

cattolici.

È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.

[511] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette

articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo:

che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa

ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle

proposizioni: che si deve obbedire alla bolla _Unigenitus_; che nei

dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio

di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al

papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause

ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a

riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare

intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.

La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del

1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla

alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e

che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati,

come fece infatti nello _J. Febronii j. c. commentarius in suam

retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam_, Francoforte

1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni.

Lo Zaccaria fece una collezione _Theotimi Eupistini de doctis catholicis

qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580

laudabili exemplo præiverunt_. Roma 1791. Ivi può leggersi la

ritrattazione del De Dominis.

[512] _Termometro politico_ 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi:

«Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno

sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della

repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di

Tamburini e di Zola».

E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti

chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma

i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di

travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor

merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente

screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i

più ingiusti e dispotici».

[513] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda

nel _Dictionnaire de biographie chrétienne_ del Migne conchiude che egli

_professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement

conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des

doctrines gallicanes_. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per

fascicoli una _Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere_ PIETRO

TAMBURINI che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure

intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo

ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione

abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota,

alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una

_Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi_: in

una _Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari_;

così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli

bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato

d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre

ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin

Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don

Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo.

L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il _sistema

misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico_, eppure

de' Gesuiti non vuol decider _se sieno stati utili o nocivi allo Stato e

a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu

infinitamente vantaggiosa al cattolicismo_ (III, 591).

Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime _contro

quei ribaldi del temporale_, e al fine di essa è detto che negli ultimi

suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote

del suo amico Zola.

Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del

professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle

città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?

Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più

recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario,

potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il

resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al

quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era

esibito dallo Zola.

Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità,

nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola

che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui

carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger

all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col

gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia

di Dio che alla sua misericordia.

Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma

altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la

credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con

assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non

solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta

_il mostruoso simulacro chiamato il pontefice_: ripete le plebee

sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un

sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E

computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma

pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 _furono le vittime della

rabbia religiosa cristiana_.

Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte

frasi tengono o del moderno come i profughi _tolti delle madri al caro

eloquio_: o affatto del forastiere come _Lancre che menò di galoppo il

processo a briglie sciolte_ (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo

un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi

romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello

d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de'

Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano

oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una

compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine

della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.

Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e.

chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita

Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di

Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor

affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento

del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis,

della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai

Litta Modignani.

La mia _Storia della Diocesi di Como_ è di qualche anno posteriore alla

morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera

leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del

Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto

parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il

Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle

identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di

pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo

Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli

applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel

1800, sempre però colle mie parole.

Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale

Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini

che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e

quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che

sono _ad verbum_ i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente,

supponendoli del Sismondi.

Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano

dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di

bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso

un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali

effetti delle rivoluzioni.

[514] _Esame della confessione auricolare e della vera Chiesa di Gesù

Cristo._ Anno III.

[515] _Della monarchia universale dei papi, discorso umiliato alla

maestà di Ferdinando IV, ed a tutti i sovrani del mondo cristiano._

Napoli 1789. Alcuno la crede opera del siciliano prevosto Minci, ajutato

dallo Scotti, il quale predicando allora nel duomo di Aversa, dovette

partirsene perchè credutone autore.

[516] Nel 1862 fu presentata al parlamento italiano una petizione

acciocchè si erigesse un monumento al Serrao, «uno di quei _pochi_

generosi che sfidarono i fulmini papali gridando alto la verità contro

gli abusi e la corruzione dei preti, minacciando fin d'allora ferire

codesta tenebrosa associazione di tristi, che da 1800 anni conculca le

leggi del pensiero e i diritti dell'uomo».

DISCORSO LV.

L'ERESIA POLITICA.

La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione

civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa

possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della

forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò

costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti

s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la

riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in

frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo

doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che,

facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza,

ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre

di fatalità, male, forza, niente.

Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di

preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del

Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il

più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.

Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo

assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte

conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi

un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma

un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia

papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di

_stancar la pazienza_ dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare

le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso

dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi _come se

avesse centomila bajonette_. Quando egli però fu partito, la repubblica

francese mandò Berthier ad occupare la _moderna Babilonia_, dove fu

gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei,

de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia

Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto

l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza;

eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia

avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi

Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a

Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.

L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni;

gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio,

la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società

dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un

accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di

religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne

vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e

immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col

Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti

santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse

il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei

potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare

un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava

melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza

sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla

s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in

cui la si sobbissava.

Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna

de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e

le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di

riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di

sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico

col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel

1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo

Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche.

Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle

anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi

affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico,

assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa

sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato

supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il

giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione

dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati

tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le

Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a

grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo.

Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le

ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta

l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi

il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la

Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi

assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel

1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i

vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina

restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora

Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi,

uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal

Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli

medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il

giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde,

allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai

loro titoli e privilegi.

Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo

esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel

1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe

risparmiato?»

Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè

riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società

spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si

rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì

all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i

soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la

rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo

col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso

la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la

libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice;

ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva:

«La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è

che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza

religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità

delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar

giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il

senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di

esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la

tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e

per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].

Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità

dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la

Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più

nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure

si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata

quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè

l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin

adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera;

proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 69 / 101 段