libri perniciosi che inspirino la irreligione o la sedizione o la
diffidenza verso le più utili provvidenze. Non possiamo ricordare senza
rincrescimento grandissimo come, da qualche tempo, per opera di persone
inquiete ed animate dallo spirito di ambizione, personalità e vendetta,
si procura in tutte le maniere di seminare la disunione, lo spirito di
partito, l'odio, l'intolleranza, e sotto il manto di falso zelo ed
apparente pietà con massime maligne si fa valere il pretesto di
religione per illudere gli spiriti deboli ed ignoranti.
Abbiamo già preso qualche provvidenza intorno a ciò col nostro editto
del settembre, proibendo in tutto il Granducato alcuni libri e fogli
periodici che s'introducono da qualche tempo, che non hanno altro
oggetto che turbare la pubblica tranquillità e rovesciare la religione
confondendo la disciplina col domma, e spargendo colle più nere calunnie
falsi sospetti sopra le persone e le determinazioni più rispettabili.
Ma quel provvisionale rimedio non potrebbe arrestare tutto il male che
durerà forse finchè dureranno i privati interessi e le mire segrete di
chi cerca nell'illusione del popolo i propri vantaggi.
Se tutti i fedeli potessero essere al caso di conoscere le frodi e la
malignità di somiglianti libercoli, non vi sarebbe alcun pericolo. La
religione non teme le insidie e le macchine dei suoi nemici; troppo è
ferma e sicura contro tutti gli assalti dei male intenzionati. L'esame è
la via ordinaria che conduce alla verità, quando siano trattate le
materie colla carità, decenza ed onestà cristiana. Ma chi non ha lumi
sufficienti corre pericolo di essere ingannato.
Per ovviare pertanto ad un tal pericolo, e per ottenere una stabile pace
ed uniformità di sentimenti, che tanto interessa la religione e lo
Stato, rinnoviamo tutte le leggi veglianti intorno agli stampatori e
libraj, e vogliamo che da qui avanti non si possa introdurre o stampare
alcun libro o foglio sotto qualunque titolo e con qualunque data
riguardante materie ecclesiastiche, teologiche, morali, ascetiche,
giurisdizionali, se prima non sia esaminato, riveduto e sottoscritto
almeno da due dei suddetti tre teologi, destinati per consiglieri ed
assessori della Giunta ecclesiastica.
181. Senza quest'approvazione, non sarà lecito a qualunque persona di
qualsivoglia grado, stato e condizione, di stampare e ristampare
qualunque libro o foglio di qualsivoglia titolo o natura che trattasse
di simili materie.
Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in
questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo
tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella
tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far
fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve
interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con
quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove
più autentiche e consolanti.
[506] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze
sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da
vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima,
perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la
pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno
formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare
al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona
disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, _Affari del
vescovo di Pistoja_, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa,
l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio
pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con
altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due
diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire
le novità che si era tentato d'introdurvi». _Archivio ricciano_, filza
XVI.
[507] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando
Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli
riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche
austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo
pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui
desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo
d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto:
anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al
ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i
gentiluomini che stavano in anticamera.
[508] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle _Memorie_),
che la bolla _Auctorem Fidei_ non fu a me spedita: che doveano essergli
noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente
fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto
dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più
parlarsene».
[509] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più
illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano
tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i
fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della
dottrina di sant'Agostino».
[510] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna
e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato
fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non
dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che
al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per
autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo
cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi
cattolici.
È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.
[511] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette
articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo:
che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa
ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle
proposizioni: che si deve obbedire alla bolla _Unigenitus_; che nei
dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio
di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al
papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause
ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a
riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare
intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.
La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del
1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla
alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e
che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati,
come fece infatti nello _J. Febronii j. c. commentarius in suam
retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam_, Francoforte
1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni.
Lo Zaccaria fece una collezione _Theotimi Eupistini de doctis catholicis
qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580
laudabili exemplo præiverunt_. Roma 1791. Ivi può leggersi la
ritrattazione del De Dominis.
[512] _Termometro politico_ 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi:
«Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno
sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della
repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di
Tamburini e di Zola».
E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti
chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma
i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di
travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor
merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente
screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i
più ingiusti e dispotici».
[513] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda
nel _Dictionnaire de biographie chrétienne_ del Migne conchiude che egli
_professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement
conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des
doctrines gallicanes_. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per
fascicoli una _Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere_ PIETRO
TAMBURINI che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure
intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo
ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione
abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota,
alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una
_Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi_: in
una _Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari_;
così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli
bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato
d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre
ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin
Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don
Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo.
L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il _sistema
misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico_, eppure
de' Gesuiti non vuol decider _se sieno stati utili o nocivi allo Stato e
a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu
infinitamente vantaggiosa al cattolicismo_ (III, 591).
Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime _contro
quei ribaldi del temporale_, e al fine di essa è detto che negli ultimi
suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote
del suo amico Zola.
Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del
professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle
città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?
Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più
recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario,
potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il
resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al
quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era
esibito dallo Zola.
Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità,
nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola
che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui
carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger
all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col
gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia
di Dio che alla sua misericordia.
Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma
altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la
credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con
assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non
solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta
_il mostruoso simulacro chiamato il pontefice_: ripete le plebee
sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un
sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E
computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma
pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 _furono le vittime della
rabbia religiosa cristiana_.
Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte
frasi tengono o del moderno come i profughi _tolti delle madri al caro
eloquio_: o affatto del forastiere come _Lancre che menò di galoppo il
processo a briglie sciolte_ (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo
un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi
romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello
d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de'
Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano
oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una
compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine
della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.
Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e.
chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita
Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di
Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor
affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento
del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis,
della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai
Litta Modignani.
La mia _Storia della Diocesi di Como_ è di qualche anno posteriore alla
morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera
leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del
Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto
parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il
Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle
identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di
pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo
Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli
applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel
1800, sempre però colle mie parole.
Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale
Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini
che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e
quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che
sono _ad verbum_ i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente,
supponendoli del Sismondi.
Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano
dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di
bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso
un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali
effetti delle rivoluzioni.
[514] _Esame della confessione auricolare e della vera Chiesa di Gesù
Cristo._ Anno III.
[515] _Della monarchia universale dei papi, discorso umiliato alla
maestà di Ferdinando IV, ed a tutti i sovrani del mondo cristiano._
Napoli 1789. Alcuno la crede opera del siciliano prevosto Minci, ajutato
dallo Scotti, il quale predicando allora nel duomo di Aversa, dovette
partirsene perchè credutone autore.
[516] Nel 1862 fu presentata al parlamento italiano una petizione
acciocchè si erigesse un monumento al Serrao, «uno di quei _pochi_
generosi che sfidarono i fulmini papali gridando alto la verità contro
gli abusi e la corruzione dei preti, minacciando fin d'allora ferire
codesta tenebrosa associazione di tristi, che da 1800 anni conculca le
leggi del pensiero e i diritti dell'uomo».
DISCORSO LV.
L'ERESIA POLITICA.
La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione
civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa
possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della
forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò
costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti
s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la
riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in
frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo
doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che,
facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza,
ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre
di fatalità, male, forza, niente.
Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di
preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del
Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il
più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.
Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo
assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte
conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi
un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma
un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia
papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di
_stancar la pazienza_ dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare
le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso
dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi _come se
avesse centomila bajonette_. Quando egli però fu partito, la repubblica
francese mandò Berthier ad occupare la _moderna Babilonia_, dove fu
gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei,
de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia
Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto
l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza;
eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia
avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi
Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a
Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.
L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni;
gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio,
la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società
dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un
accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di
religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne
vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e
immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col
Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti
santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse
il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei
potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare
un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava
melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza
sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla
s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in
cui la si sobbissava.
Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna
de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e
le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di
riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di
sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico
col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel
1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo
Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche.
Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle
anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi
affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico,
assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa
sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato
supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il
giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione
dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati
tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le
Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a
grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo.
Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le
ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta
l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi
il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la
Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi
assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel
1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i
vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina
restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora
Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi,
uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal
Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli
medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il
giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde,
allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai
loro titoli e privilegi.
Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo
esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel
1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe
risparmiato?»
Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè
riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società
spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si
rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì
all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i
soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la
rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo
col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso
la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la
libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice;
ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva:
«La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è
che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza
religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità
delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar
giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il
senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di
esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la
tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e
per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].
Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità
dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la
Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più
nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure
si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata
quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè
l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin
adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera;
proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.