Quanti campioni, altrettanti ebbe oppositori la scuola giansenistica,

appoggiati dalla condanna che le lanciò Clemente XIII. Tale Giovanni

Marchetti da Empoli, autore di note alla storia del Fleury e di

_Annotazioni pacifiche_ al vescovo Ricci; Giannantonio Bianchi lucchese,

teologo e giurista che confutò passo a passo il Giannone (_Vedi nota_ 11

_del Discorso_ LIII); i padri Lagomarsini, Sangallo, Raimondo Corsi

fiorentino, Camillo Almici bresciano[486], i fratelli Ballerini

veronesi, che delle decretali di Isidoro mostrarono essere false, esser

di poca importanza, e che la frode venne di Germania; il Noghera

valtellinese; il gesuita Luigi Mozzi bergamasco (-1813) che diede una

storia dello scisma di Utrecht (1785) e delle rivoluzioni della Chiesa

(1787); il padre Fortunato Majoni da Brescia, buon filosofo e matematico

che fece _Jansenii systema de medicinali gratia Christi methodice

expositum ac theologice confutatum_. L'abate Luigi Cuccagni, rettore del

Collegio irlandese, incessantemente impugnò il collega Tamburini, e

nelle _Lettere pacifiche_ (19 maggio 1780) lo taccia di scarseggiare

d'erudizione, e più se non avesse «l'elemosina del signor Zola». Il

cardinale Agostino Orsi (1692-1761), teologo di San Marco in Firenze,

diede una _Storia ecclesiastica_ che in ventun volumi arriva appena al

600 di Cristo, confutando Bossuet e Fleury nelle opinioni antipapali: e

non è superfluo il notare come la recente storia del Rohrbacher usi

moltissimo e spesso copii quella del nostro, tantochè nella versione

italiana non si ebbe che a riprodurre il testo dell'Orsi. In molte

dissertazioni contraddice spesso i Gesuiti: ed oltre quelle sul

_Giudizio irreformabile di fede, della Podestà del papa sui Concilj

generali, dell'Infallibilità del pontefice_, è capitale per documenti e

per argomentazioni l'_Origine del dominio e sovranità del pontefice_.

Gian Vincenzo Patuzzi domenicano di Verona (1700-1769) scrisse la

_Difesa di san Tommaso; dello stato futuro degli empj: la difesa della

storia del probabilismo del Concina; la regola delle azioni umane nella

scelta delle opinioni_, e altre scritture sul probabilismo, sempre

combattendo la morale lassa, di cui incolpava anche il Liguori.

Gravina Giuseppe, Maria gesuita di Palermo (1702-1780), scrisse sul

probabilismo e contro i Giansenisti, e sul numero degli eletti, che

crede molto maggiore che quello dei reprobi, appoggiandosi a rivelazioni

apocrife. Quest'opera, messa all'indice, faceva seguito a una

_dissertazione sul Paradiso_ di Benedetto Plazza gesuita di Siracusa, il

quale confutò la _Regolata devozione_ del Muratori.

Il Traversara di Faenza fece _le dottrine del preteso secolo illuminato

XVIII intorno la gerarchia e la disciplina ecclesiastica confrontate

colle dottrine del tenebroso secolo XIV_, alludendo a Marsiglio da

Padova che avea conteso non valere i decreti del papa _absque

concessione legislatoris humani_.

Antonio Valsecchi veronese diede _I fondamenti della religione, e fonti

dell'impietà; La religione vincitrice; La verità della Chiesa cattolica

romana_. Giovanni Vincenzo Bolgeni di Bergamo (1733-1811), dopo la

soppressione de' Gesuiti fatto da Pio VI teologo penitenzierie, scrisse

varie opere polemiche[487], impedì una correzione che a Pavia volea

farsi al catechismo del Bellarmino; e paragonò i Giansenisti ai

Giacobini; ma avendo difeso il giuramento che la repubblica romana

esigeva dagli impiegati, eccitò indignazione, e dovette ritrattarsi

avanti al conclave raccolto in Venezia[488].

Il domenicano Tommaso Mamachi di Chio, nella propria casa a Roma teneva

una specie d'accademia, ove discutere gli argomenti d'attualità, e

scrisse sopra molti punti d'erudizione ecclesiastica, fra' quali _la

Pretesa filosofia dei moderni increduli; Epistola ad J. Febronium de

ratione regendæ christianæ reipublicæ, deque legitima romani pontificis

auctoritate._ Fu maestro del sacro palazzo, e diresse il _Giornale

Ecclesiastico_, cominciato a Roma il 1788 per sostenere i diritti papali

in contrapposto alle _Novelle ecclesiastiche_ di Parigi, al _Giornale

letterario de' confini d'Italia_, agli _Annali ecclesiastici_ di

Firenze[489].

Fu de' più battaglieri Francesco Zaccaria di Poppi gesuita (1714-95),

che girando a predicare, raccolse molti documenti ignoti e li pubblicò;

assistette i suoi confratelli nelle polemiche; ai Bollandisti

somministrò molte notizie, e più di cento opere lasciò, di cui in

Francia bruciaronsi alcune. Quasi intaccassero le libertà gallicane e la

fedeltà al sovrano. La sua _Storia letteraria d'Italia_, specie di

giornale, è una delle migliori fonti, benchè giudichi spesso a passione,

e gli abbia attirato un'infinità di nemici. Oltre la _Storia polemica

del Celibato_ (1774), la _Denunzia solenne fatta alla Chiesa, e ai

principi cattolici di un anticristiano e impudentissimo scartafaccio

stampato in Italia colla falsa data di Londra, e intitolato: «Il dominio

spirituale e temporale del papa, o siano Ricerche sul vicario di Gesù

Cristo e il principe di Roma»_ (1782), dobbiamo memorare principalmente

il suo _Antifebronio_ [L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto

testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII] in

quattro volumi in italiano (1770) e in latino (1771), poi più ordinato

il _Febronius abreviatus cum notis_, ove dichiara: «Il monarcato del

papa sostengo, non dispotico nella Chiesa, non qual lo fingono Febronio

e suoi, ma stretto fra certi limiti, quale ce lo mostrano le sacre

pagine e la tradizione»[490].

Il secolo nostro men che mai ha diritto di meravigliarsi se

intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l'assolutismo dei re, e

che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia

e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica, i

magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A

gloria d'essi austriaci mancava che anche i vescovi contrafacessero al

papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la

presidenza dei principi elettori del Reno e del primate di Salisburgo,

auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con

Pio VI. Volle imitarli l'Italia.

La vicinanza della Toscana agli Stati Pontificj avea moltiplicato i

punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il

liberalismo di que' ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma

per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de'

Medici, avea proibito all'arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo

diocesano, e intimavagli che «non può ingerirsi che nel mero spirituale,

e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque

titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio

Ruccellaj[491] capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni

ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al

sant'Uffizio la censura dei libri, e ne' processi gli aggiunse due

assessori.

Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il

conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi

riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj,

vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano

incomportabili colle nuove idee del potere principesco. Pietro Leopoldo,

aspirando alle lodi dei Giansenisti e de' filosofi, tolse ad imitare suo

fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l'avversione al clero[492]:

sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e

dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l'immunità de' beni

ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento

confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune

dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all'istruzione con gran

soddisfazione de' genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi

e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo, e le

esteriorità nelle esequie, e il pubblicare le censure contro chi

mancasse al precetto pasquale; modificò le curie vescovili; dispose del

patrimonio delle chiese; mutò destinazione a pii lasciti, ne vendè i

beni, restrinse le parrocchie, istituì un'amministrazione del patrimonio

ecclesiastico, preseduta dal Ricci, al quale pure concesse alcuni

conventi, di cui avea soppressi i monaci; regolò le dispense

matrimoniali, l'età della monacazione, e i voti e la clausura; ai

parroci, eletti tutti per concorso e con una stabile congrua, i vescovi

comunicassero le facoltà de' casi riservati; i vicarj generali dovessero

ogni tre anni approvarsi dal principe; nessun decreto valesse senza

l'_exequatur_ governativo; ne' dubbj come ne' bisogni i vescovi si

volgessero a lui, tutto disposto ad esaudirli, ma non prendessero mai

ingerenza nel governo.

In queste innovazioni era contrariato dall'arcivescovo di Firenze[493],

ma quando leggiamo il tono dimessissimo con cui questi esponeva le sue

querele anche in materia di tutta competenza ecclesiastica[494], ci

rallegriamo che persecuzioni più apertamente illiberali abbiano

restituita oggi al vescovado la dignità, che ipocrite protezioni gli

avevano sminuita.

Di rimpatto il granduca era ispirato, o piuttosto secondato dal Ricci

vescovo di Pistoja, che finamente adulando, gl'insinuava di far valere

l'onnipotenza regia. Dico fina adulazione il rimpianger i tempi di

Teodosio, quando il «popolo, meglio inteso de' diritti, o vogliam dire

dei doveri di un sovrano verso le cose e le persone ecclesiastiche, lo

chiamavano e lo riguardavano come vescovo esteriore. La calamità dei

tempi ha fatto scordare questi titoli... e poichè ella vuol regnare più

sul cuore che sul corpo dei sudditi, niuna cosa tanto è in cui le

bisogni persuaderli, quanto in ciò che appartiene alla religione». E

soggiunge: «Quanto alle materie (delle riforme) l'altezza vostra non ci

troverà cosa che non sia di sua competenza: o sono canoni proprj della

Chiesa, fatti nei generali o particolari Concilj, o sono cose che

riguardano la esteriore disciplina. In tutti i casi all'altezza vostra

conviene come protettore e difensore della Chiesa il rammentare e

proteggerne i canoni, e come sovrano lo stabilire quello che il bene di

essa richiede».

Con ciò gli attribuiva anche la potestà di abrogare i canoni, e

stabilirne dei nuovi, quando lo richiedesse il bene della Chiese! «Solo

dai buoni studj (aggiunge) può sperarsi una felice rivoluzione negli

Stati; finchè gli studj saranno fatti secondo il sistema fratino, e

secondo le mire della Corte romana, i sudditi saranno ignoranti e

superstiziosi, e addetti a Roma... Si è dunque creduto bene l'ingiungere

(negli studj) l'obbligo di tenere la massima importantissima della

indipendenza della potestà temporale dallo spirituale. Se vostra altezza

ha queste, può dire di aver tutto quello che è necessario perchè sia ben

ricevuta ogni riforma ecclesiastica».

Allorchè Pio VI si lamentò che il Ricci, nel turpe processo delle

monache pistojesi, avesse dato pubblicità a impudicizie, che era carità

o prudenza ricoprire, Leopoldo chiamossene offeso, e dal ministro

Piccolomini fecegli scrivere, sperava che, «fatte migliori riflessioni,

darebbe ad esso prelato qualche contrassegno di propensione, e al

granduca qualche motivo di essere meno disgustato dell'avvilimento in

cui vede che la Corte romana riduce i vescovi quando non sagrificano col

proprio dovere i loro diritti, per lasciare tutta l'estensione a quelli

che Roma pretende»[495].

Tale linguaggio al papa cattolico potea tenere allora un arciduca

d'Austria, che poi al teologo ducale scriveva essere «Stanca sua altezza

reale del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il

santo padre tratta gli affari della Toscana». Tanto bastava per farlo

applaudire dai liberalastri. I _Punti di vista, da S. A. R. spediti a

tutti i vescovi della Toscana_ sotto il 26 gennajo 1786, sono una specie

di pastorale, dove esso ingiunge loro di convocare ogni due anni sinodi

diocesani, in cui esaminare varj punti, fra' quali, introdurre migliori

libri di devozione, impedire tanti giuramenti, anche ne' tribunali; se

espurgare i breviarj dalle legende false o erronee; se amministrare i

sacramenti in vulgare; se restituire l'elezione de' parroci al popolo,

il quale scelga tre elettori, che coi parroci anziani del distretto

presentino al vescovo il soggetto; il clero sia educato uniformemente:

si formino molti libri ad uso dei parroci, a' quali raccomandansi la

_Regolata devozione_ del Muratori, la _Storia ecclesiastica_ di

Bonaventura Racine, noto portorealista; il corso di teologia morale del

Tamburini; i _Costumi degli Israeliti e de' Cristiani e i Discorsi sulla

storia ecclesiastica_ del Fleury; dove si noterà non trovarsi indicate

le _Istruzioni_ di san Carlo. Proponeasi pure che tutti si conformassero

alle dottrine di sant'Agostino sopra la Grazia. E perchè non restasse

dubbia l'intenzione, il quinto punto esprimeva doversi «rivendicare

all'autorità de' vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati

dalla Corte romana abusivamente».

Non è da credere che tutti accettassero questi punti colla sbadataggine

dei tempi, in cui i caratteri sono snervati; ed oltre i molti opuscoli

stampati «in Ferrara, in Assisi, in Roma, non contro il Ricci solo, ma

contro il gran duca e la maestà dell'imperatore, e col ministero de'

frati divulgati per tutta Italia»[496], nell'archivio Ricci trovammo

delle controsservazioni di granpeso (al Nº 28); fra il resto mostrando

che sant'Agostino è degno d'ogni venerazione, ma la Chiesa non riconosce

l'infallibilità in nessun dottore dopo gli apostoli. I vescovi di Colle

e di Chiusi obbedirono, raccogliendo subito i sinodi diocesani, e

decretandovi secondo l'ispirazione del granduca; ma quello che il Ricci

adunò, segnò gran posto nella storia ecclesiastica col titolo di sinodo

di Pistoja. V'invitò quanti in Italia favorivano il partito che diceasi

regalista; quali il genovese Eustachio Degola (1761-1826) difensore di

frà Paolo, e dappoi amico del famoso vescovo Gregoire e compilatore

degli _Annali politico ecclesiastici_, ove sosteneva la religione esser

fondamento della libertà[497]: Vittorio Sopransi milanese carmelitano,

critico severo delle omelie del vescovo Turchi; il Pujati suddetto,

professore a Brescia e a Padova, autore di moltissimi opuscoli e

traduzioni sulle controversie del giorno[498]; i fratelli Cestari,

l'orientalista padre Giorgi, il torinese Gautieri filippino, l'astigiano

Vallua, Benedetto Solari vescovo di Noli, il Cadonici di Cremona, i

bresciani Guadagnini, Zola, Tamburini; Martin Natali professore al

portico teologico di Pavia; i toscani abate Tanzini di Firenze, Fabio de

Vecchi di Siena, Ricasoli[499] ed altri, ne' cui scritti

innumerevoli[500] non mancano le cognizioni teologiche, nè le storiche

nè le sociali, bensì l'elevazione interiore e quello spirito di carità e

rispetto filiale che si vorrebbe sempre nelle quistioni ecclesiastiche.

Presidente al concilio il Ricci, vicepresidente Giuseppe Paribeni

professore dell'Università: il Tamburini, promotore e anima di quel

sinodo, disse l'orazione inaugurale, e col Palmieri ebbe l'incarico di

redigere i decreti. Si cominciò col recitare i salmi LXVIII _Salvum me

fac_ e LXXVIII _Deus venerunt gentes_; del resto ogni passo fu dato

sulle orme degli appellanti francesi. È superfluo dire che ciascun punto

vi era discusso con gran varietà, e da taluni con un'audacia che

strisciava all'eresia; e si faceano correzioni, variazioni, proteste.

Molto vi si dissertò sopra la natura e gli effetti della Grazia, e

furono accettate le dottrine che attribuivansi a sant'Agostino, e la

fede esser la prima grazia, proposizione condannata dalla bolla

_Unigenitus_: adottando secondo Bajo e Quesnel, la distinzione dei due

stati e due amori, l'impotenza della legge di Mosè, la dilettazione

dominante della Grazia e l'onnipotenza sua, e la poca efficacia del

timore. L'indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il

tesoro soprarogatorio de' meriti di Gesù Cristo e la sua applicazione ai

defunti son invenzioni degli scolastici: come è baja il limbo de'

bambini.

Per la confessione è abolita la riserva de' casi: e la scomunica non ha

altra efficacia che esterna.

Intorno all'Eucaristia si fece un'estesa e sviluppatissima professione.

«E poichè si è introdotta nel popolo la falsa opinione che quelli che

somministrano ad un prete una elemosina colla condizione che questo

celebri una messa, percepiscono dal sacrificio un frutto speciale, il

sinodo comanda ai parroci d'insegnare al lor gregge che il sagrificio

della messa è d'infinito valore, ma che l'applicazione dei frutti di

esso dipende da Dio, e che la maniera di parteciparvi maggiormente si è

di unirsi con ferma fede e con spirito penitente e acceso di carità col

sacerdote nell'offrirlo; che essi avranno il merito dell'elemosina

quando l'abbiano fatta per spirito di carità; poichè Dio non riguarda il

dono, bensì la pietà del donatore».

Nel matrimonio pregavano il granduca a dichiararlo contratto civile, ma

metteano la necessità della benedizione, che conferisce la grazia

necessaria a sostenere il peso conjugale. I principi possono stabilirvi

impedimenti.

Nelle sette sessioni fu decretato che i vescovi sono vicarj di Cristo,

non del papa; e da Cristo immediatamente tengono le facoltà per

governare la loro diocesi, onde non si può nè alterarle nè impedirle:

anche i semplici preti hanno voce deliberativa nei sinodi diocesani, e

al pari del vescovo decidono in materia di fede. La Chiesa non può

introdurre dogmi nuovi, nè i suoi decreti sono infallibili se non in

quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica.

Nelle chiese vi abbia un unico altare, non quadri che rappresentino la

santissima Trinità in attitudine mondana; non si veneri un simulacro più

che l'altro; non il cuore carneo di Cristo; facciasi in vulgare la

liturgia e tutta ad alta voce. Ogni fedele deve leggere la sacra

scrittura, a tal fine volgarizzata. Proponeasi di ridurre i monaci a un

Ordine solo, ed escludere i voti perpetui.

Il capo X versa tutto sul giuramento, ed è notevole come il Ricci,

proponendo poi una legge pel granducato dicesse: «Non è parso

conveniente introdurre il giuramento di fedeltà de' vescovi. Ogni

suddito è astretto a questa fedeltà e soggezione al suo principe anco

per dovere di coscienza: l'obbligo è più forte per un vescovo»[501].

Repudia molte definizioni dogmatiche degli ultimi secoli, quali abusi

d'autorità che la divina provvidenza ha permessi per tentazione e prova

dei suoi servi; sarebbe nuovo abuso dell'autorità il trasportarla oltre

i confini della morale e della dottrina, estendendola a cose esteriori,

e colla forza esigendo quel che dalla persuasione e dal cuore dipende,

attesochè il divino Redentore ha ristretto tutte le facoltà della Chiesa

allo spirito. Qualvolta i pastori travalichino questi limiti, perdono il

diritto alla assistenza promessa, e le loro determinazioni sarebbero

usurpazioni, atte a seminare scandalo e divisione nella società[502].

Si accettavano le quattro proposizioni della Chiesa gallicana,

includendole nel decreto _De fide_, e i dodici articoli del cardinale

Noailles: approvaronsi le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e

si prescrisse il catechismo, allora pubblicato dal Montazet arcivescovo

di Lione. La professione di fede doveva essere siffatta:

«Io credo e confesso con ferma fede tutti gli articoli del simbolo degli

apostoli. Ammetto e abbraccio con tutta fermezza le tradizioni degli

apostoli e della Chiesa, con tutte le osservanze, usi e canoni di

quella. Ricevo la sacra scrittura secondo il senso che ha sempre tenuto

e tiene la nostra santa madre Chiesa, alla quale appartiene il giudizio

e le interpretazioni, e giammai non la prenderò nè la esporrò che

secondo il comune consenso de' padri. Confesso i santi sacramenti della

nuova legge, istituiti da nostro signor Gesù Cristo: ricevo inoltre e

ammetto le cerimonie approvate e usate dalla Chiesa nell'amministrazione

di questi sacramenti. Io professo che nella santa messa si offerisce a

Dio un sagrifizio vero, che è propiziatorio per vivi e per morti; e che

nel sacramento dell'Eucaristia sono realmente, veramente e

sostanzialmente il corpo, il sangue, coll'anima e divinità del nostro

salvatore Gesù Cristo, e che in quello è fatta una conversione di tutta

la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel

sangue; la quale conversione viene chiamata dalla Chiesa

transustanzazione. Confesso inoltre che sotto una delle specie si prende

e si riceve Gesù Cristo tutto intero, e il suo vero sacramento. Credo

che vi ha un purgatorio, e le anime che vi si ritrovano possono essere

sollevate dai suffragi e dalle buone opere de' fedeli. Che si debbono

invocare i santi e venerare le loro reliquie, e le loro immagini.

Confesso che nostro Signore ha lasciato nella sua Chiesa la facoltà di

assolvere dai peccati, per enormi che possano essere, e di accordare le

indulgenze. Io riconosco la santa Chiesa cattolica apostolica romana

essere la padrona e la madre di tutte le chiese, e prometto e giuro

obbedienza al pontefice romano, successore di san Pietro principe degli

apostoli e vicario di Gesù Cristo. Io faccio professione di tutto quello

che è stato determinato dai Concilj generali, e massime dal sacro

Concilio di Trento intorno al peccato originale e alla giustificazione.

E insieme detesto, riprovo e condanno quanto è contrario a quelli, e

generalmente tutte le eresie che furono condannate dalla Chiesa,

protestando che io voglio vivere e morire nella fede che abbraccio

presentemente mediante la grazia di Dio. Ciò prometto e giuro; e così mi

ajuti Iddio e i suoi santi evangelj, che io tocco».

Il granduca, nella circolare 26 gennajo 1786 chiariva di «considerare

come suo primo e principale dovere il procurare che l'esercizio della

nostra santa religione sia purgato dagli abusi e pregiudizj e da tutto

ciò che impedisce che la medesima venga ricondotta alla sua vera e

giusta perfezione, semplicità e splendore». Pertanto dalla real villa di

Castello seguitava con giornaliera sollecitudine ogni passo del sinodo:

allontanò il Marchetti ed «altri imbroglioni» che poteano mettere di

mezzo le pretensioni romane: traeva ragione di rallegrarsi dal vedere i

più attenersi puntualmente alla sua circolare, e sebbene non mancava chi

resistesse, stimò potersi fidare a convocare un Concilio nazionale, cioè

di tutta la Toscana, per fissare stabilmente e uniformemente in tutto lo

Stato uno piano uniforme di dottrina e di disciplina ecclesiastica.

Diffidavano dell'esito le persone meglio avvedute, e nominatamente il

senatore Gianni, il più liberale fra' consiglieri del granduca, ma per

disporlo lo persuase che nel 1787 chiamasse i tre arcivescovi e quindici

vescovi nel palazzo Pitti ad una conferenza preparatoria ove potessero

menare consultori e canonisti, purchè non frati[503]. Ivi pure il Ricci

propugnava continuo le dottrine giansenistiche, presentava come modello

il sinodo scismatico di Utrecht del 1663, ed esortava i vescovi a

imitarlo, accettando i curati come giudici, e premuniva contro gli

intrighi della Corte di Roma che adoprerà i monaci e il nunzio per

mandare l'opera a vuoto, attribuiva ogni autorità al principe, o almeno

agguagliavala a quella del sinodo tridentino col professare che si

operava «in conformità di quanto ha prescritto quel sinodo, e degli

ordini e istruzioni sovrane veglianti nel granducato».

Ma non vi trovò tanta adulazione come a Pistoja, e savj oppositori non

lasciarongli attuare i progetti: e il granduca sciogliendo l'assemblea,

con severe parole non dissimulò ai vescovi d'andare poco soddisfatto

perchè avessero secondato le sue intenzioni.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 63 / 101 段