«Calvino invade l'Italia», diceano i timorati. «Finalmente si vedrà

repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte

molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli

antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra

vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda

si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle

Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose,

introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo

seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i

discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato

alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle

riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea

recitare in vulgare i salmi, cambiava il _fructus ventris_ nell'_Ave

Maria_, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù,

levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo

splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione

della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla

fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di

risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per

Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si

gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si

trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con _Orate pro

episcopo nostro eterodoxo_.

Il Ricci aggiunge che s'insinuava _non apertamente ma sordamente_

l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie

d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin

alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che

l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla

protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi

sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato

l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata

Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la

chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il

trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in

venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le

pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e

litanie e venerare le immagini.

La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la _fiera

sollevazione_ usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e

son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che

ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e

che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi,

e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati

alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per

condiscendere al Ricci.

Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla

dogmatica _Auctorem fidei_ del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava

ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava

eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo;

la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri;

esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della

Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere

la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni,

nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in

sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato

costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de'

Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo

diocesano.

Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia

ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e

alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle

pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna

proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già

condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o

perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj

generali.

Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla

podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità

ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i

legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più

che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben

delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro

istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.

Tutti i vescovi aderirono alla bolla _Auctorem fidei_, eccetto due di

Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo,

confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo

questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per

iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo

toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal

popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al

granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di

eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che

l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava

cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che

la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.

Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge,

nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la

Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a

qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali

materie[505].

Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò

in esiglio il Marchetti, autore delle _Annotazioni pacifiche_, e cercò

gli autori del _Dizionario Ricciano_, ove di sarcasmi e celie

opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del

sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man

forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di

Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo

avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci

rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].

Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più

mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e

così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le

opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una

sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e

all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo

1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla

Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari

contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio

voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto

orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che

mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del

cattivo stato in cui ci tuffava la bolla _Auctorem_, fatta sotto la

scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re

di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere

allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e

professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e

gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de'

Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della

casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale,

nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia

quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo

che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella

prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono

che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»

Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva

dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a

fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i

principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al

popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la

rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e

volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che

ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò

il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì

di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse

in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i

priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le

parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la

conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa

universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo

anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei

parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali.

Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un

determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio

permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun

atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo

consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri

necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario

della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del

vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di

giurisdizione.

È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei

deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti

avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così

l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu

dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno

qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali

derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in

semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al

vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto

come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere

cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così

costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge,

al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a

separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli

atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora

esecrata la memoria di quei tempi.

Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la

necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di

ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507].

Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata

Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che

allora come altre volte s'intitolava liberazione.

Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una

novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista

equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto

scrivere sui _diritti dell'uomo_ intitola un capitolo «Il favore

accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della

religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è

la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».

Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso,

pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice:

«La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età

l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono

altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno,

lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per

vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che,

a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si

oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del

pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a

tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del

corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si

ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella

dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco

l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima

non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e

inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e

ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche

preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità,

rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri

del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga

originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno

l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha

bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in

quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella

che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo

gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il

consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero

diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi

ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro

autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità

legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel

sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore

giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi

successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile

dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere

alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore,

di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta

chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte,

che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non

può essere che effetto di una fina malizia».

Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla

costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva

indirizzato una _Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in

Francia_, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar

dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro

altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava

civismo allora, italianismo adesso.

Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e

l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano

religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito

alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà,

alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse

contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade

che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il

governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare.

«Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per

mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le

strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse

sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento

alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato

la Toscana».

E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato

scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera

sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una

maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore

desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli

questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui

afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E

soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che,

strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze,

alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.

Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno

dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i

tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al

Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per

violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e

i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera

a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto

esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea

ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole

della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti

che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che

spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva

un rispettoso silenzio sulla bolla _Auctorem_: tanto intesi di

promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della

Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso

seguitando il sentimento del _grande_ Arnaldo, che fu il fondamento e la

base della pace di Clemente IX».

Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del

papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto

con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma

il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche

dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che

aderissero al suo conciliabolo[509].

Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate

le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine

dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di

nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla

contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto

l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a

coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli

altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto,

Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta

«di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla

di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso

giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso

che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco,

fossero subito ritrattate e corrette».

Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea

ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il

giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata

che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non

cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente

alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e

ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio

1805).

Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e

sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo,

ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già

saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta

amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento

alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non

dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò

ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro

amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano

per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra

estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno

1805).

Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza

riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè

ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la

preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio

lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco.

Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia

Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di

debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da

molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].

L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e

doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella

degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che

rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò,

se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo

condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia

pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o

nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa;

e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano

unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa

esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.

Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio,

poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste

Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a

chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per

me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina

misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al

Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti

cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati

ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia

grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria

Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti

gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto

di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso

suo sangue ci ha meritato. _Fiat_, _fiat_. _Amen_, _amen_».

E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.

Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero.

Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro

insubordinazione, il Tamburini nelle _Lettere teologico-politiche sulla

presente situazione delle cose ecclesiastiche_ (1794) mostra come le

riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici

scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi.

«Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie,

risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la

soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità

spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle

confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I

principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini»,

ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità

temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor

della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i

principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono

una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce

passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e

contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua

scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il

tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.

E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato

stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense

nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè

proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno

ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della

disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano

dell'onorario della messa.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 64 / 101 段