repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte
molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli
antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra
vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda
si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle
Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose,
introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo
seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i
discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato
alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle
riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea
recitare in vulgare i salmi, cambiava il _fructus ventris_ nell'_Ave
Maria_, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù,
levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo
splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione
della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla
fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di
risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per
Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si
gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si
trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con _Orate pro
episcopo nostro eterodoxo_.
Il Ricci aggiunge che s'insinuava _non apertamente ma sordamente_
l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie
d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin
alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che
l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla
protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi
sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato
l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata
Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la
chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il
trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in
venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le
pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e
litanie e venerare le immagini.
La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la _fiera
sollevazione_ usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e
son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che
ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e
che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi,
e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati
alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per
condiscendere al Ricci.
Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla
dogmatica _Auctorem fidei_ del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava
ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava
eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo;
la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri;
esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della
Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere
la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni,
nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in
sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato
costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de'
Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo
diocesano.
Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia
ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e
alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle
pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna
proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già
condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o
perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj
generali.
Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla
podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità
ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i
legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più
che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben
delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro
istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.
Tutti i vescovi aderirono alla bolla _Auctorem fidei_, eccetto due di
Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo,
confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo
questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per
iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo
toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal
popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al
granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di
eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che
l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava
cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che
la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.
Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge,
nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la
Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a
qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali
materie[505].
Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò
in esiglio il Marchetti, autore delle _Annotazioni pacifiche_, e cercò
gli autori del _Dizionario Ricciano_, ove di sarcasmi e celie
opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del
sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man
forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di
Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo
avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci
rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].
Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più
mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e
così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le
opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una
sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e
all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo
1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla
Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari
contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio
voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto
orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che
mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del
cattivo stato in cui ci tuffava la bolla _Auctorem_, fatta sotto la
scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re
di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere
allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e
professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e
gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de'
Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della
casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale,
nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia
quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo
che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella
prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono
che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»
Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva
dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a
fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i
principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al
popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la
rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e
volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che
ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò
il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì
di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse
in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i
priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le
parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la
conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa
universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo
anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei
parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali.
Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un
determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio
permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun
atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo
consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri
necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario
della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del
vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di
giurisdizione.
È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei
deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti
avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così
l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu
dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno
qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali
derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in
semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al
vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto
come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere
cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così
costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge,
al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a
separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli
atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora
esecrata la memoria di quei tempi.
Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la
necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di
ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507].
Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata
Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che
allora come altre volte s'intitolava liberazione.
Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una
novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista
equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto
scrivere sui _diritti dell'uomo_ intitola un capitolo «Il favore
accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della
religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è
la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».
Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso,
pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice:
«La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età
l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono
altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno,
lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per
vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che,
a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si
oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del
pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a
tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del
corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si
ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella
dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco
l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima
non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e
inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e
ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche
preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità,
rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri
del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga
originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno
l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha
bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in
quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella
che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo
gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il
consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero
diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi
ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro
autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità
legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel
sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore
giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi
successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile
dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere
alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore,
di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta
chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte,
che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non
può essere che effetto di una fina malizia».
Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla
costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva
indirizzato una _Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in
Francia_, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar
dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro
altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava
civismo allora, italianismo adesso.
Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e
l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano
religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito
alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà,
alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse
contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade
che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il
governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare.
«Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per
mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le
strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse
sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento
alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato
la Toscana».
E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato
scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera
sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una
maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore
desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli
questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui
afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E
soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che,
strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze,
alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.
Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno
dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i
tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al
Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per
violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e
i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera
a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto
esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea
ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole
della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti
che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che
spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva
un rispettoso silenzio sulla bolla _Auctorem_: tanto intesi di
promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della
Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso
seguitando il sentimento del _grande_ Arnaldo, che fu il fondamento e la
base della pace di Clemente IX».
Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del
papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto
con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma
il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche
dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che
aderissero al suo conciliabolo[509].
Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate
le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine
dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di
nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla
contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto
l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a
coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli
altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto,
Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta
«di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla
di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso
giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso
che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco,
fossero subito ritrattate e corrette».
Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea
ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il
giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata
che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non
cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente
alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e
ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio
1805).
Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e
sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo,
ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già
saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta
amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento
alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non
dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò
ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro
amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano
per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra
estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno
1805).
Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza
riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè
ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la
preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio
lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco.
Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia
Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di
debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da
molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].
L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e
doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella
degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che
rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò,
se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo
condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia
pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o
nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa;
e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano
unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa
esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.
Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio,
poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste
Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a
chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per
me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina
misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al
Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti
cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati
ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia
grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria
Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti
gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto
di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso
suo sangue ci ha meritato. _Fiat_, _fiat_. _Amen_, _amen_».
E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.
Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero.
Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro
insubordinazione, il Tamburini nelle _Lettere teologico-politiche sulla
presente situazione delle cose ecclesiastiche_ (1794) mostra come le
riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici
scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi.
«Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie,
risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la
soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità
spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle
confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I
principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini»,
ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità
temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor
della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i
principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono
una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce
passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e
contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua
scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il
tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.
E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato
stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense
nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè
proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno
ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della
disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano
dell'onorario della messa.