di credere ciò che crede la Chiesa universale. Devozione è l'onore che
si tributa agli oggetti della nostra fede. Possiamo credere senza aver
devozione, sebbene la devozione non possa stare senza la fede. La fede è
sempre la stessa dapertutto e in ogni tempo; nella devozione è lasciata
grandissima latitudine all'individuo. Il rito, la forma di un culto non
isboccia bell'e formato come Minerva dal cranio di Giove: il Sole in
primavera non ha ancora squagliato i ghiacci, fatto schiudere l'erbe e
colorire i fiori: eppure è quello stesso che ci arde in luglio. Prima
quel culto dovett'essere tributato all'apostolo; vennero poi i martiri,
poi altri santi la cui glorificazione erasi manifestata forse
maggiormente di alcuni, ben più vicini al Salvatore. Qui si venera il
santo che vi nacque, vi morì, vi apostolò, vi operò un prodigio della
grazia o della carità: là è la tomba d'un altro, gli stromenti del
supplizio d'un martire, un'apparizione, una rivelazione. Son memorie,
insite alla natura umana siccome tutto quanto ricorda le geste degli
eroi, de' benefattori della patria; c'è la ammirazione pel dottor della
Chiesa, c'è la compassione pel martire, c'è la compunzione pel
penitente. In ciò tutto v'è qualcosa che decade, v'è qualcosa che
sottentra: han luogo l'entusiasmo e il tepore, giacchè tutto quaggiù è
vita, è movimento, cioè cangiamento continuo.
Giuseppe, lo sposo di Maria, è un santo che appartiene ancora all'antico
e già al nuovo Testamento; fu il più vicino a Cristo; la Chiesa
primitiva gli ebbe una venerazione implicita, eppure il suo culto
cominciò tardi; cominciato che fu, tutti l'abbracciarono coll'ardore che
conveniva allo sposo di Maria.
E Maria? non v'è dubbio che la devozione ad essa fu ampliata assai, dai
primi tempi quand'appena trovasi nominata, infin quando Pio IX ne
definisce come di fede la immacolata concezione. Il tipo di lei, dai
rozzi tentativi delle catacombe sino alle meditate aspirazioni del
Minardi si trasforma oh quanto, eppure senza cangiarsi.
Già nella prima scena del mondo, quando il seduttore corrompe l'umanità,
è vaticinato che un'altra donna schiaccerà il capo del serpente. E
seconda Eva la chiamarono i primi Padri; dottrina rudimentaria, dalla
quale si può dedurne la santità, la verginità, l'immacolata concezione,
l'efficace patrocinio. Maria non fu madre e nutrice di Cristo? non
istette accanto alla sua croce? nol raccolse ucciso? Quanti dolci
pensieri, quanti vivi sentimenti non deve eccitare una creatura, messa
in così intime attinenze coll'ente divino? la donna elevata fin ad esser
madre del Dio umanato? Ma egli rimane sempre il redentore, che ci
rigenera continuamente; ella, la madre dataci sulla croce: ha gran
potenza, ma affatto indiretta: il Cattolico non abbasserà mai il
Creatore fino a questa creatura; nè lei eleverebbe a divinità, col che
negherebbe quella di Gesù; il nome di lei nè tampoco si proferisce
nell'amministrare i sacramenti; noi la preghiamo che preghi per noi
peccatori: a lei portiamo affetto, usiamo famigliarità, appunto perchè
somiglia a noi, provò i dolori nostri, eppur è tanto gloriosa[480].
Chiedetene il più semplice credente, e vi risponderà che queste chiese
sono la _Casa di Dio_. Portano lo speciale vocabolo d'un tal santo o
d'un tal fatto; vi saranno anche molti altari, dedicati a' varj santi:
che monta? il Cristiano li prega come intercessori presso il Dio unico.
Giunge la festa di quella chiesa? ognuno accorre al tempio, ognuno vi fa
una preghiera, e genuflessioni e inchini e baci in diverso modo: sono
altrettante vie per avvicinarsi a Dio.
Certo, come in tutte le dottrine concrete e vitali, è difficile
assegnare teoricamente i limiti tra la verità e l'errore, tra il bene e
il male. E viepiù quando si tratti d'affetti. Natura di questi è il
correre senza ritegni, mirando l'oggetto proprio e null'altro: e sarebbe
freddo e inconcludente quel che sapesse serbare tutte le convenienze,
misurare tutte le esternazioni. Di che importanza non sono per chi le
scrive e per quello cui son dirette le espressioni delle lettere
amorose! Fate che un indiscreto le colga, che cadano sotto gli occhi
d'un indifferente, che acquistino la pubblicità d'un giornale o d'un
giudizio, parranno scempie, o esagerate. Or la fede è il cuore che
sente, non la ragione che pruova.
Tanto avviene della devozione, qualora vogliasi anatomizzarla con fredda
critica; e atti e parole di supremo affetto per chi le usa, possono,
direi devono incontrare la disapprovazione o la beffa di chi le
analizza; che se furono adoprate da qualche persona di eminente santità,
divengono venerabili al popolino, la cui religione tien sempre qualche
cosa di vulgare, sempre qualche mistura di fanatico o di superstizioso.
Non mi dite che appunto il dovere del pastore è di correggerla,
appurarla. La snaturereste. I pastori vegliano perchè non trasmodi; ma
essi non ne sono gli autori; e se volessero imprimere tutti i moti a
misura, la ucciderebbero. La devozione, perchè sia universale, deve
abbracciare tutte le intelligenze, tutti i sentimenti; direi che bisogna
si pieghi agli istinti per poterli emendare. Gli è perciò che trovansi
unite le sublimità del culto con ingenuità, che oserei chiamare puerili,
delle pratiche.
Riflessioni simili avrà certamente fatto più d'uno, allorchè il Ricci a
certe particolari devozioni particolare guerra movea.
Del cuore, come sede degli affetti, parlano più volte le sacre
scritture, anche riferendolo a Dio. Tanto più poteasi applicare a Dio
umanato; e non sarebbe difficile trovare negli scrittori sacri allusioni
al cuor di Gesù. L'immagine poi, sotto cui ora è presentato, troviamo
distintamente indicata da san Francesco di Sales in una lettera del
giugno 1611, ove alla beata Francesca di Chantal descrive l'insegna che
vorrebbe dare al nuovo Ordine delle Visitandine. «Sta notte Iddio m'ha
dato il pensiero che la nostra casa della Visitazione, per la grazia sua
è abbastanza nobile per aver il suo blasone. E ho pensato, se voi siete
d'accordo, che dobbiam prendere per stemma un cuore trapassato da due
freccie, chiuso da una corona di spine, e che sostiene una croce, coi
santi nomi di Gesù e Maria».
Solo un secolo dopo, la visitandina Margherita Maria Alacoque manifestò
una rivelazione, dove le era imposta la devozione al sacro cuore di
Gesù. Le superiore del suo convento di Paray-le-Monial reluttarono gran
tempo a darle ascolto: alfine è tenuta come una santa; teologi profondi
attingono da lei lumi superni; la devozione del Sacro Cuore si difonde:
il padre De la Colombière, uno de' più insigni fra' Gesuiti, la propagò
nell'Inghilterra, allora gelosissima contro i Cattolici, mentre nella
Francia filosofistica e giansenista era invano combattuta. Subitosi
istituirono congregazioni sotto quel nome, e la devozione ne crebbe
tanto, che monsignore Belsunce, eroe della peste a Marsiglia, consacrò
questa città al Sacro Cuore nel 1720. Vedutone universalizzato il culto,
Clemente XIII nel 1763 ne decretò la festa. La nuova devozione
s'attribuì a intrighi gesuitici, talchè contro di essa sbraitavano
quanti erano ostili a quell'Ordine, e il Ricci con una pastorale del
1781 la interdisse nella sua diocesi.
Quanto il Sacro Cuore dai Gesuiti, tanto dai Francescani era commendata
la _Via Crucis_, e questa pure il Ricci impedì, o almeno ordinò una
variazione in cinque delle stazioni, non espressamente indicate
nell'evangelico racconto. Ne nacque disputa calorosissima, a cui presero
parte il Bettinelli, l'Affò, e principalmente Giovanni Maria Pujati
friulano (1733-1824) che per le opinioni sue osteggiato fra' Somaschi,
andò benedettino, ma presto da Monte Cassino fu dagli amici richiamato
nel Veneto a forbottare in que' garriti teologici. Credo di lui una
_Nuova maniera di prender la Via Crucis_, dedicata al Ricci: operetta
arida e senza unzione, e per nulla addatta a devozione popolare.
Insieme il Ricci difondeva i libri di suo sentimento, fortunatamente
ignorati fin allora alla Toscana e opuscoli di quell'erudizione triviale
e incompleta, che illude gli spiriti frivoli; favorì una stamperia in
Pistoja «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale
che sovverse e snaturò tutta l'economia della gerarchia ecclesiastica,
della comunione de' santi, dell'indipendenza de' principi»; e di là
uscivano gli opuscoli giansenistici. Egli stesso mandò a tutti i parroci
le _Riflessioni morali_ di Quesnel, dichiarandolo libro d'oro; parlava
continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e
romanesco[481], la pertinacia de' preti e frati nel vendicarsi dei torti
non solo, ma d'ogni opposizione», e così o seminava o inveleniva
questioni fin allora o ignorate o non curate fra noi.
In somma venivano messi in accusa il papa e gli ecclesiastici; e il
sacerdozio stesso divertivasi a screditare il sacerdozio, come si fosse
«diffuso negli ultimi secoli un generale offuscamento delle verità più
importanti della religione, le quali sono la _base della fede_ e della
morale di Gesù Cristo».
Davvero, allorchè la scuola di Voltaire sottominava la Chiesa, è
doloroso che il clero italiano parteggiasse in capiglie interne;
allorchè Cristo era deriso, si venisse a misurare l'autorità del papa;
allorchè a visiera alzata dichiaravasi guerra alla _Infame_, si
diventasse nemici per un rito, per la pluralità degli altari, la Via
Crucis, il Sacro Cuore, o la Grazia efficace e la sufficiente.
Conforme alle idee dispotiche allora in moda, Giuseppe II avea tolto i
seminarj diocesani, e costituito un portico teologico a Pavia, la quale
divenne il quartiere generale di quella guerra da sacristia. Nella
libreria Comino le opere che si spacciavano erano le _Conferenze_ del
Duguet, le _Istituzioni ecclesiastiche_ di Dannenmayer, la Bibbia del
Sacy, le opere di Arnauld, le _Provinciali_ di Pascal, i _Discorsi
famigliari_ del Thiebaut, la _Verità della religione_ del Dupin, e gli
altri raccomandati dal Ricci. Dettava in quel portico Pietro Tamburini
bresciano, che nella lunghissima vita (1736-1827) campeggiò continuo
contro la primazia papale, pubblicando principalmente l'_Analisi del
libro delle Prescrizioni_ di Tertulliano, la _Vera idea della santa sede
e delle Congregazioni di Roma_[482], e _De summa catholicæ de Gratia
Christi doctrinæ prestantia vel necessitate_; opera tradotta in molte
lingue[483].
Lo secondava e difendeva Giuseppe Zola, nato a Concesio di Brescia il 28
agosto 1739, e morto colà il 5 novembre 1806.
Brescia fioriva allora di buoni studj e di felici ingegni, quali il
latinista Barzani, il poeta Colpani, i letterati Lazzarini, Capelli,
Torriceni, Gradenighi, Baitelli, Duranti, Roncalli, lo Zamboni, il
Rodella, il Rozzi, il matematico Scarella, i teologi Almici, Verdura,
Rotigni, il canonico Bocca, il bibliotecario Doneda; merito de' vescovi
Quirini, Barbarigo, Morosini, dell'abate Garbelli, del canonico
Gagliardi, del conte Mazzucchelli, che gli studiosi favorivano ed
ajutavano. La città affidò la biblioteca Quiriniana al giovane Zola, il
quale professò teologia nel seminario, e pubblicò _de Fontibus theologiæ
moralis_, volendo richiamare dal molinismo. Quel che diceasi partito
gesuitico riuscì a far destituire e lui e il Tamburini. Ma ecco Clemente
XIV gl'invita a Roma a dirigere tre collegi, ove il Tamburini fondò
un'accademia teologica in cui lesse sull'Apologia di san Giustino, sulle
opere d'Origene contro Celso, sulle Prescrizioni di Tertulliano:
difendea la chiesa scismatica di Utrecht: consigliava gli Inglesi
cattolici a prestare il giuramento prescritto. Al Ganganelli succeduto
Pio VI, i due bresciani dovettero partirne dopo sei anni; ma i duchi
austriaci li chiamarono professori a Pavia. Lo Sperges, referente per
gli affari d'Italia a Vienna, fece dare a ciascuno quaranta zecchini per
le opere che aveano presentate al trono, poi quartiere e un assegno nel
Collegio Germanico Ungarico, e allo Zola mandò libri opportuni a' suoi
studj. Questi nel seminario teologico, che dicemmo da Giuseppe II
sostituito ai seminarj diocesani, pubblicò un'orazione del _Non
dissimular i mali nella storia ecclesiastica_, poi i _Prolegomeni_ dove
indica le fonti della storia ecclesiastica, con un bel parallelo tra il
Fleury e l'Orsi. Ne' _Commentarj delle cose cristiane prima di
Costantino_ confuta molti errori de' Protestanti, e specialmente sul
piccolo numero de' martiri. Ai varj trattati anteponea sempre
dissertazioni storiche, come quella sugli errori intorno alla Grazia;
sempre in latino terso, ma pesante. Difese Arnaldo da Brescia, ma avendo
il conte Bettoni da Brescia proposto un premio a chi scrivesse
novellette ove s'insegnasse la morale, prescindendo non solo dalla
religione, ma da Dio, lo Zola il disapprovò in lettera del 15 settembre
1775. I gravi lavori interruppe per sostenere il Tamburini, ed a vicenda
si fiancheggiavano, egli con più erudizione, questi con più fuoco, e
molto contribuirono a formare una generazione di sacerdoti, ligi
all'autorità secolare qualunque volta volesse soperchiare la
ecclesiastica.
Nell'_Analisi delle prescrizioni di Tertulliano_ (1781) il Tamburini
portava all'eccesso la regola desunta dalla tradizione scritta, mentre
attenuava l'autorità della Chiesa viva e parlante, e alla fede surrogava
la storia e la critica, rimovendo così l'elemento sopranaturale
dell'infallibilità della Chiesa, che non dipende da ragionamenti umani,
sibbene dal perenne oracolo dello Spirito Santo.
Capirono i buoni qual portata avesse l'attacco, e s'accinsero d'ogni
parte a respingerlo, talchè egli stimò prudente appigliarsi a quistioni
più mascherate, e sull'orme degli stranieri dettò la _Vera idea della
santa Sede_. In questa sostiene apertamente che la Chiesa insegnante non
si compone solo dei vescovi, ma anche dei preti e diaconi, i quali sono
egualmente giudici in materia di fede, e compartecipi al governo; vuol
l'unità; accetta l'infallibilità del pontefice, ma quando siavi perfetta
concordia fra i membri della Chiesa, fra tutti coloro che non si sono
apertamente separati dall'unità di essa.
Aggiunse, sempre ad imitazione de' Francesi, i _Caratteri d'un giudizio
dogmatico; Cos'è un appellante?_ le _Lettere Piacentine_, le cui
principali conclusioni sono, che il giudizio dogmatico del papa non è
perentorio, quand'anche suffragato dalla pluralità de' vescovi; onde si
può da esso appellare; e che unico giudizio perentorio nelle quistioni è
la perfetta concordia intera della Chiesa. Ognun vede come questa sia
impossibile, giacchè vi mancherà, non foss'altro, il concorso di quelli
che la pretendono.
Nel 1783 a Pavia fu stampato _Taddæi s. r. i. comitis de Trautmansdorf,
i. collegii germanici ticinensis alumni, de tollerantia ecclesiastica et
civili_. È un'apoteosi del poter regio, sostenendo che «non può
dubitarsi del diritto regio nelle cose sacre»: che «il principe come
principe ha diritto sulla dottrina pubblica, le cerimonie e i riti, e di
stabilir pei comuni suffragi la pubblica religione; i sacerdoti non
diferire dagli altri ufficiali dello Stato, onde spetterà all'imperante
la loro elezione, e tutta l'amministrazione esterna». Fu creduta opera o
dello Zola o del Tamburini, e probabilmente entrambi vi cooperarono,
come trapela dalle lodi ch'essi vi diedero, e da queste parole della
dedica a Giuseppe II: _Illud tacere nequeo, quod, singulari munere tuo
nobis concessum est: habere nos scilicet egregios duos viros J. Zolam ac
P. Tamburinum celeberrimæ Academiæ professores, quorum suavissima
consuetudine summaque doctrina non uti solum, sed et frui mihi fas est.
Hi sane stimulos mihi addiderunt, consiliis, monitis, atque opera
juverunt sua, ut hunc laborem susciperem et inceptum absolverem._
Il Tamburini la difese colle _Riflessioni del teologo piacentino_: poi
col pseudonimo di Frà Tiburzio svelenivasi contro gli _Ambrosiani di
Milano_, alludendo principalmente all'oblato Locatelli, il quale, nella
_Esposizione della dottrina cristiana per la diocesi milanese_, commentò
insignemente le tesi che si proponeano in quel seminario in occasione
delle lauree, e che effettivamente erano il sunto del giansenismo. Esso
Locatelli forse, od altri anonimi pubblicarono un foglietto di _dubbj_
su quelle tesi, facendone spiccare i sofismi, e sommessamente
domandandone schiarimenti[484]. Frà Tiburzio sostenendo le tesi,
demoliva l'infallibilità della Chiesa col far infallibili tutti i membri
di essa; per modo che anche un piccolo numero potevano promulgare
dottrine eterodosse, purchè non si segregassero dalla Chiesa; nè questa
potrebbe escluderli se non per unanime suffragio universale.
Militavano con questi campioni i fratelli padre Bonaventura e Viatore da
Coccaglio, il curato bergamasco Antonio Tommaso Volpi che nella _Vera
idea del giansenismo_ confutò l'ex gesuita Luigi Mozzi, il Caissotti,
che in Piemonte pose molte scuole, sciolte da ogni ingerenza religiosa.
[Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano
nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la
religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi
rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio,
e per difendersi pubblicò _Brevi schiarimenti della solenne
concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia,
ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino:
dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di
Poschiavo, di Brusio, di Bivio_: Scoglio 1761. Con tono violento,
rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura,
sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la
greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato,
il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il
puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a
Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie
intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno,
alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.
Vanno sullo stesso andare i _Brevi avvertimenti sulla solenne
concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da
Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo._ Scoglio,
Gadino.
_Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc.
denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da
Coccaglio cappuccini._]
Giovanni Cadonici veneziano, canonico di Cremona, fece la _Sovranità
temporale e lo spirito della Chiesa e de' sovrani_, stampato a Pavia con
prefazione dello Zola, e voleva il clero si sottomettesse
incondizionatamente ai principi, e pregasse per loro quand'anche
tiranni, giusta formole adottate ne' primi tempi e soppresse nel
medioevo, ma conservatesi ne' messali ambrosiano e mozzarabo[485].
Giambattista Guadagnini (1722-1806) parroco di Cividale in Val Camonica,
uno de' maggiori campioni del giansenismo, da Molino passato a
Giansenio, sostenne in pubbliche dispute contro i Domenicani la dottrina
di sant'Agostino, difese il Tamburini, e fece una quantità d'articoli e
libretti sulle quistioni d'allora, com'erano _Diatriba de antiqua
paroeciarum origine; Della pretesa infallibilità de' giudizj di Roma:
Difficoltà sopra l'esercizio della Via Crucis; Dello stato de' bambini
morti senza battesimo; L'unico vero giansenista scoperto e confutato;
Sul celibato ecclesiastico; Diritto della civil podestà sopra il
matrimonio; Falsità dell'asserta lega de' teologi antimolinisti e verità
della lega dei molinisti coi moderni filosofi_. La _Vita_, o piuttosto
apologia _di Arnaldo_, nella quale tende a difendere se stesso,
mostrandolo puro d'eresie, e modello di zelo ardente e fin prudente, è
libro senza bellezza nè verità, asserendo fatti falsi, avventurando
congetture. Forse erano più ardite le opere che lasciò manuscritte, cioè
_Riflessioni sopra la caduta del principato temporale del papa, e in
conseguenza della così detta corte ecclesiastica di Roma. — Sonata
seconda del tamburino sopra il tamburo in proposito del diritto della
podestà civile sopra il matrimonio. — Postille al catechismo di
Pistoja_, contro del quale Francesco Gusta avea scritto la _Difesa del
Catechismo del venerando cardinal Bellarmino_ (Venezia 1799). Esso
Guadagnini sostenea pure che i casi riservati possono assolversi anche
da semplici confessori senza delegazione superiore; teoria pur
fiancheggiata da Luigi Litta, da Giorgio Sicardi ed altri; e confutata
da Giovanni Battista Locatelli Zuccala _De potestate præsbiterorum in
administratione sacramenti pænitentiæ_, e da Vincenzo Bossi
_Osservazioni teologiche e critiche sopra la diatriba della validità
dell'assoluzione_, ecc. Brescia 1793.
Gian Lorenzo Berti di Serravezza agostiniano (1696-1766), professore a
Pisa, pubblicò una teologia (_De theologicis disciplinis_, Roma 1739 e
1745) che dovesse servire di testo nelle scuole degli Agostiniani.
Fulgenzio Bellelli, agostiniano di Napoli (-1742), avea pure pubblicato
_Mens Augustini de statu creaturæ rationalis ante peccatum_, e _Mens
Augustini de modo reparationis creaturæ post lapsum, adversus bajanam et
jansenianam hæresim_, dove presumeva conciliar la dottrina del vescovo
d'Ippona colla bolla _Unigenitus_. I due teologi parvero puzzare di
giansenismo, e Saleon, vescovo di Rhodes poi di Vienne, pubblicò contro
di loro il _Bajanismus redivivus_ e _Jansenismus redivivus_ (1745),
esortando Benedetto XIV a farli condannare. Ma la congregazione cui il
papa ne demandò l'esame, non confermò l'accusa; e all'insistenza del
Saleon il Berti oppose _Augustinianum systema de gratia, de iniqua
bajanismi et jansenismi erroris in simulatione vindicatum_ (1749).
Languet, arcivescovo di Sens, si unì al Saleon per ribattere anche
questa opera, fin minacciando il papa se non proibisse quel veleno; il
Berti replicò, e la controversia restò a questo punto, non avendo il
papa voluto condannarlo. Nel 1769 e 70 stamparonsi tre _Lettere d'un
dottore della facoltà teologica di Parigi_, attribuite al dottor
Riballier, dove è esposta la dottrina del Berti e del Bellelli,
mostrando che il sistema degli agostiniani d'Italia differisce da quel
degli appellanti francesi, i quali pretendeano francheggiarsi del loro
voto. D'opinioni variò il Berti anche nella sua _Storia ecclesiastica_
in sette volumi. Uno scritto pei Lucchesi contro alcune pretensioni del
papa gli attirò un severo rimprovero, che dissero causasse il colpo
d'apoplesia, pel quale languì fin alla morte.
Aggiungeansi i giureconsulti Gaetano Argento, Nicola Capasso, il
Conforti, il De Gubernatis, il Melanede, il Pensabene, il Bianchi, il De
Marco sistematicamente avversi alla curia romana per emancipare i re,
pur protestando non solo riverenza al dogma, ma al papa come depositario
dell'inalterabile verità; cavillosi non protestanti. Ne derivò gran
turbamento nelle singole chiese: alcuni vescovi riprendeano o
sospendeano qualche prete, e questo passava per martire: talvolta uno
sospeso continuava l'esercizio del culto e la cura delle anime come
nulla fosse: in occasione delle visite pastorali, alcuno non lasciavasi
trovare in casa: ogni provedimento dava occasione a dicerie, a libelli,
a recriminazioni sui giornali.