Confessò che, vedendo l'immenso danno che verrebbe dal togliersi ai

Gesuiti le missioni, avea pregato caldamente Iddio, ed ebbe ispirazione

d'avvertire il re d'un grave pericolo che gli sovrastava; pericolo

ch'egli cercò sviare, facendo anche penitenze e orazioni, per le quali

crede che nostro Signore moderasse il castigo. Aver invocato dal

tribunale d'esser udito subito, perchè intendeva manifestare il pericolo

del re, ch'egli sapeva per rivelazione. E di questa e d'altre sosteneva

la verità, e come la Madonna lo avesse assolto dalla colpa e dalla pena;

e si lagnava di ottener meno credenza che non tant'altri simili.

[461] Fra le sue carte trovossi pure una tragedia, _Amano_, ch'egli avea

scritto fin quando era maestro in Corsica, ma dove si vollero

riconoscere allusioni al ministro Pombal. Dal Pombal diceasi stipendiato

l'abate Vanelli, che a Lugano faceva la Gazzetta, allora tenuta per la

più liberale. Questo infelice prete, allorchè gli Austriaci si

ritiravano dalla Lombardia, fu trucidato dal partito avverso.

[462] Lettera alla contessa Luzelburg.

[463] MURR, _Zeitung zur Kunstgeschichte_. Questo protestante

laboriosamente raccolse quanti documenti potè sopra i Gesuiti dopo la

loro abolizione.

Pel processo io mi valsi d'una traduzione italiana, stampata colla falsa

data di Lisbona 1761. Gli atti originali conservansi nel tribunale _de

Correiçao da Corte e casa_. Non ho veduto nessun processo del

sant'Uffizio, che fosse così brutalmente assurdo come codesto.

Frà Norberto avea scritto contro i Gesuiti, poi col nome di abate Platel

servì Pombal, e inveì contro il Malacrida.

Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio

di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi

non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del

supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo

spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come

capo della cospirazione contro di lui».

Nella _Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore

Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per

servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc._ al § 908 e

seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato

che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella

mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua

famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime

di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del

Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione

di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».

In essa _Deduzione_ si aggiunge che, avendo il re di Portogallo

proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la

Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè,

mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida,

_questo mostro per ismentirli_ scriveva i due abominevoli libri che lo

fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua

confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.

«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia,

conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che,

per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali

sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a

divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver

ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto

un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con

altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva

in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti

avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in

questa Corte».

[464] _Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil

au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie._ Paris,

Touniol 1865.

[465] Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava

apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente

rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar

bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle

frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono

alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando

quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali

vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il

numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9

marzo 1786.

Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un

suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese

moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia,

girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava

principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò;

presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione;

pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla

morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.

[466] Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno

a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di

Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi,

Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel

seminario diceva: _Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem

disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono

instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis

— contubernium constituit — a. s._ MDCCLXXXV.

[467] La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi

scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel

1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa

in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di

Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di

detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino

al pontefice Innocenzo XII».

[468] Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: CUM

PER ANNOS QUADRAGINTA CLAVUM REGNI MODERASSET, NULLUM VECTIGAL IMPOSUIT.

[469] _Lettere teol. politiche._

[470] È qualcosa più che ridicola il veder quest'atto riprodotto da

Carlalberto nel 1831. A Ciamberì nel 1631 fu stampata «Apologia francese

per la serenissima casa di Savoja contro le scandalose invettive

intitolate _Première et seconde Savoysienne_». Questo libello gli

accusava, 1º d'avere usurpato parecchi Stati ai re di Francia; 2º di

averne usurpato altri agli imperatori; 3º d'avere recato grandi offese

alla Chiesa. L'apologista, che è lo storiografo di Savoja, risponde

trionfalmente a queste tre accuse, e divide la sua apologia in tre

parti: l'_Apologia francese_, l'_Apologia imperiale_ e l'_Apologia

romana_, e stabilisce che la casa di Savoja «ben lungi dall'usurpare

indebitamente gli Stati dell'Impero, vi ha riunito quelli che n'erano

distratti, sottomettendo all'obbedienza coloro che si mostravano

ribelli. E la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più

obbedienti dei reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza

del loro zelo onorarono dei più grandi elogi».

[471] Ap. BECAN, T. V, opusc. 17, aph. 15, _De modo propagandi

calvinismi_. Vedi LUCII CORNELII EUROPAEI _Monarchia solipsorum_.

Venezia 1645, più volte ristampato con operette satiriche di Gaspare

Scioppio. Invece di Clemente Scotti, altri ne crede autore il gesuita

Melchiorre Inchofer.

N'è una traduzione fatta a Lucca il 1760, e una del 75 fatta a Lugano.

[472] Il Botta, acerrimo contro i Gesuiti, scrive: «In ciò tanto maggior

lode meritano quanto non solamente si conservarono immuni da questa

peste dell'inquisizione, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli e

credito di moderarne il furore ne' paesi in cui ella più crudelmente

infieriva». _Cont. del Guicc._, L. IV.

Il più fiero nemico de' Gesuiti, frà Paolo Sarpi il 14 febbrajo 1612

scrive al Leschasserio, non veder come quel capo del _Direttorio degli

Inquisitori_, dove si ordinano i processi secreti, e le condanne da

secretamente eseguirsi dai crociati, possono imputarsi ai Gesuiti, _cum

illi, neque in Hispania, neque in Italia, inquisitioni se immisceant:

rogo te perscribas quonam modo in eos accomodaveritis_. Pare che il

Leschasserio gli avesse detto che l'Inquisizione avea fatto un processo

segreto contro esso frà Paolo, e demandata l'esecuzione ai Crociati. Ma

il Sarpi dice che essi Crociati sono ben pochi in Italia, nel napoletano

non essendovi inquisizione, e nel veneto non può far nulla senza

intervento del magistrato secolare, nè aver famiglia armata, nè

arrestare. Non ha mai letto la parabola del giuramento di questi

Crociali, nè le preci che dicono prima d'andar in guerra, nè mai gli era

venuto in mente che di tali formole o preci si facesse uso.

[473] Vedasi l'opera di Navarrette _De viris illustribus in Castella

veteri soc. Jesu ingressis et in Italia extinctis_. Bologna 1797.

[474] Vedasi il Theiner, che pur loda Clemente XIV per coraggio,

prudenza, grandezza.

[475] In pochissimi anni noi vedemmo ucciso il duca di Berry, erede del

trono di Francia; forse quindici volte attentato alla vita di Luigi

Filippo: quattro alla regina d'Inghilterra; al re di Prussia nel 1850,

poi nel 61: trafitto l'imperatore d'Austria nel febbrajo 1853; ucciso il

duca di Parma nel 54: la regina di Spagna assalita nel 1852 e 1856:

colpito il re di Napoli nel 1858: a Napoleone III attentato più volte, e

ferocemente dall'Orsini: alla regina di Grecia nel 62: all'imperatore di

Russia nel 66 ed ora a Parigi dove correggo questi fogli (giugno 1867):

ucciso il presidente degli Stati-Uniti nel 65: a tacer gli attentati

d'assassinj, confessati dai proprj autori, contro i re di Piemonte e

contro ministri: e l'uccisione di tanti capi di partito, come Kotzehue,

Giuseppe Lee, Pellegrino Rossi ecc.

Questo sostituire la ragione individuale alla sociale, accreditato sotto

l'impero romano, e che non tolse vi fossero pessimi principi, rivisse al

tempo della rivoluzione francese, e non parlavasi, non effigiavansi che

pugnali: cento giovani giurarono spargersi per assassinar i sovrani che

la convenzione lor designasse: lo stesso Chénier Andrea cantava:

_O vertu! le poignard, seul espoir de la terre_

_Est ton arme sacrée alors que le tonnerre_

_Laisse régner le crime et te vend à ses lois._

Il Monti minacciava al re di Napoli, che

il pugnale di Bruto già nudo

Gli è sul petto, già chiede ferir:

e lo Zajotti

Cacciagli in seno il punitor coltello,

Chè il tiranno fratel non è fratello:

poi si divinizzò l'Orsini, e il dottor Renzi e l'Imbriani fecero

l'apologia del Milano.

[476] Nella _Correspondence diplomatique_ di J. De Maistre leggesi: Si

disse ai principi, _i Gesuiti sono una potenza_, e i principi diedero in

questa trappola: ma il fatto è che, senza potenza nello Stato, senza

corpi, senza società, senza istituzioni forti ben organizzate, il

sovrano non può governare, giacchè non ha che una testa e due braccia,

s'ammazzerà di fatica, si intrigherà di tutto, avrà appena il tempo di

dormire, e tutto andrà male».

[477] Pasquino disse che andò a Vienna a cantare una messa, senza

_gloria_ per il papa, senza _credo_ per l'imperatore.

DISCORSO LIV.

SCIPIONE RICCI. PIETRO TAMBURINI. CONCILIO DI PISTOJA. LA RIVOLUZIONE.

De' Gesuiti l'ultimo generale era stato Lorenzo Ricci: e i re,

secondando bassamente lo spirito persecutore de' liberalastri, cui non

era bastato che abolisse la Compagnia, vollero che il papa tenesse

prigione esso Ricci, il quale era reo di averla difesa sino all'estremo,

e preferito vederla perire, anzichè consentire a snaturarla.

Restava a Firenze suo fratello Corso, il quale diede il proprio nome,

poi la pingue eredità a un suo agnato, ch'è lo Scipione Ricci che tanto

fece parlare di sè.

Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che

correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe

a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto

auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri,

si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa

Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi

comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come

il seppe giunto, scriveva a Scipione:

«Signor canonico riv. amat.

«Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora

alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.

«Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a

Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che

non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a

chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto...

Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come

tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».

E in un'altra:

«I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire

a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli

mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero

che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le

mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia

mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri

di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone

pie, savie e dotte...».

E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature

che la famiglia gli trasmetteva.

Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette

alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura. Ebbe udienza da Pio VI,

che non gli dissimulò la sua venerazione pel prigioniero: al quale, «per

riguardi ai principi», tenuto coi rigori che all'ingiustizia son

necessità e punizione, Scipione non potè mai ottenere di far visita:

onde quegli scrivevagli il 2 luglio 1775:

«Mi conviene sagrificare il piacere grandissimo che avrei avuto di

vederla e che speravo. Sia fatto il santo volere di Dio. Ma Lei potrà

convincersi dell'oppressione inumana che mi si fa da' malevoli, con

impedire le ottime intenzioni di nostro signore, e senza ragione alcuna,

poichè mai ho fatto male a veruno. Il foglio che le ho mandato lo

custodisca con molto segreto; acciò non si prenda da quello occasione di

nuocermi. Dopo la morte mia desidero che si renda pubblico. Non mi resta

altro che ringraziarla e darle il buon viaggio, che le pregherò dal

Signore. Lei non mi può dare ciò che desidero umanamente, ed è la

libertà: in altre materie non mi manca il bisognevole, ed i miei

desiderj sono assai ristretti. Sa come io mi son contenuto, e penso di

non passar questi limiti. Se mai pensassi a passarli e mi fosse

possibile, glielo farò sapere. Si regoli nel mandare a me, o piuttosto

non mandi a me cosa veruna, perchè non mi arriva, o al più arriva solo

quello che è guasto e inservibile. Se desidero cosa alcuna, sarebbe solo

qualche denaro di volta in volta e non molto, o per soddisfare una

voglia che mi venisse d'un libro o simile, o per aggiungere qualche

ricompensa all'uomo che mi serve oltre la sua obbligazione. Vi dovrebbe

essere del denaro presso il signor cardinale Torrigiani. Il solo

desiderio che ho è di molti suffragi dopo la mia morte, poichè la

soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».

La carta quivi accennata era una protesta dell'innocenza sua e della sua

Compagnia contro le incolpazioni ch'erangli date; ed è scritta tutta di

suo pugno, come anche il sunto del processo ch'ebbe a subire, e ch'egli

desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse

informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico

Giovanni Maria Orlandi, diretta a Scipione da Roma il 1º dicembre 1775,

ove lo ragguaglia degli ultimi momenti di quel pio:

«Essendomi toccato la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de

Ricci, già fu nostro preposito generale, non manco darle parte come il

medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia di raccomandarlo a

sua divina maestà con delle messe... Ha pregato che siano rimunerati

tutti quelli che l'hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato

che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo

signor fratello, desiderando l'abbia lei per sua memoria...

«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva.

Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva

che m'avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l'ha potuto fare lui,

fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere. — Poi,

prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al

Santissimo, che fece piangere tutti, della sua innocenza e de' suoi

religiosi: questa protesta suppongo che l'averà avuta da altri, onde,

per non crescer plico, non gliela mando».

Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don

Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de' quali, come appartenenza

sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.

Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali,

benissimo ordinate da lui, in centotto filze furono conservate dalla sua

famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto

passarono nell'archivio di Stato di Firenze. Ma prima s'erano lasciate a

disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d'una _Storia del

cristianesimo_, nella quale demolì tanto, ch'egli stesso indietreggiò

sbigottito[478]. Su quelle carte, e massime sull'autobiografia, il De

Potter scrisse una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba

di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca.

Noi rivedemmo quell'amplissimo carteggio, e non ci parve che il Ricci,

onesta mediocrità, si staccasse mai di cuore dalla Chiesa cattolica,

benchè a molti errori lo traesse la smania del figurare e la bassa

condiscendenza ad un principe, qual fu Pietro Leopoldo, ligio alle idee

antipapali degli Austriaci, e voglioso degli applausi d'un popolo, che

s'annojava della sua quieta beatitudine.

I cominciamenti del Ricci, prometteano in lui tutt'altro che la più

clamorosa personificazione del giansenismo in Italia. Piissimo,

sopratutto zelava il culto della beata Caterina de' Ricci; racconta di

grazie ricevute per invocazione del beato Ippolito Galantini, fondatore

de' Vanchettoni; e si querela che il digiuno quaresimale, «troppo

necessario per soddisfare in qualche modo ai debiti colla divina

giustizia», venga negletto, nè la refezione si limiti a fichi secchi e

zibibbo[479].

Fatto vescovo di Pistoja, tolse correggere la disciplina che in certi

monasteri, sotto la direzione non dei lassi Gesuiti ma degli austeri

Domenicani, era degenerata in una licenza appena credibile, cogli errori

e le laidezze de' Gnostici, fomentata dalla lettura di Voltaire e

Rousseau, mantellata qualche volta da un osceno quietismo, fin a dire

che la nostra perfezione consiste nell'unirsi con Dio; e siccome tutti

partecipano della natura di Dio, perciò ogni carnale unione fra gli

uomini esser vincolo di perfezione e d'unione con Dio.

Non pago a ciò, egli tolse a modificare il culto e i riti; riduceva ad

un solo gli altari d'ogni chiesa per togliere la simultanea celebrazione

delle messe, «introdotta con molta indecenza contro lo spirito della

Chiesa e mantenuta dalla ignoranza, irreligiosità e interesse de'

ministri del santuario»: e ne levava le tabelle che li dichiaravano

privilegiati, o prometteano liberazione d'anime purganti; processò

reliquie ed immagini miracolose, sopprimendo le meno autentiche, tutte

proibendo di coprirle con mantelline; abolì le cappelle domestiche e

certi giorni festivi: non si recitino panegirici; alla festa i regolari

tengano chiuse le loro chiese per non distrarre dalle parocchiali.

Avrebbe anche voluto tutte le preci in italiano, per quanto alla

religione universale convenga un linguaggio universale, ond'esser in

comunicazione con tutti i popoli, e non dover variare coi tempi e coi

papi le sue formole, le sue invocazioni, le sue decisioni.

Al tempo stesso favorì l'edizione delle opere di Machiavello, che

l'austriaco granduca aveva affidata alle cure dell'abate Tanzini,

imbevuto delle dottrine de' regalisti francesi e tedeschi. Queste erano

venute allora in moda, e dirigevansi contro l'autorità pontifizia, sia

coll'attribuirne gran parte ai vescovi, sia col sovrapporvi la

principesca. Come sempre, i colpi maestri dirigevansi alla testa; ed

allegavasi come ragione l'averne Roma abusato, coll'usurpare facoltà che

non avea da principio. Risalendo ai primordj della Chiesa, se ne

esaminavano la disciplina e i riti, e ciò che in que' principj non si

trovava, sentenziavasi riprovevole: voleasi tornare il papa alla povertà

di Pietro, e il ministro Giani diceva che il clero, quando fosse

spogliato dei beni, vedrebbesi costretto ad acquistare meriti reali. È

il metodo de' Luterani ortodossi; senonchè i Giansenisti non rinnegavano

la papale supremazia; solo la voleano limitare, controbilanciare,

press'a poco come i costituzionali in politica, i quali, s'anche trovano

follia e assurdo il potere monarchico ereditario, non osano spingersi

fino alla sovranità del popolo, e s'arrestano a mezza strada: onde

Lacordaire la definiva «eresia sleale, che non osando attaccare la

Chiesa in faccia, come un serpente le si ascose in seno».

In tutta quest'opera noi ci siamo proposto, anzichè affrontare gli

avversarj, difendere noi e i nostri: se qualche amarezza ne trapelò, se

alcuna ingiustizia commettemmo, ci sia di scusa la natura stessa della

difesa, la quale suppone che l'autore creda aver ragione, e torto il

combattuto. Onestà di modi noi ci sentiamo viepiù obbligati a tenere

verso Cattolici, che per alcun dissenso particolare la Chiesa non ha

espressamente respinti dalla sua unità.

Bisogna stare a ciò ch'è antico, diceano essi. — Sì, quanto alla fede

nella parola di Cristo, com'è scritta dagli agiografi o conservata dalla

tradizione; in ciò la Chiesa pretende esser oggi qual era nel cenacolo,

e ripudia il concetto d'una successiva formazione dei dogmi, pur

ammettendone una successiva esplicazione. Via via che nasceva un errore,

la Chiesa lo chiariva, lo definiva, interrogando quel che le varie

chiese aveano tenuto sul punto controverso, e definendo secondo era

apparso allo Spirito Santo e ad essa.

Uno de' loro punti di dissenso dalla pratica universale de' fedeli è la

venerazione verso i santi, e il culto a Maria, venuto, secondo essi, a

tale esuberanza da derogare a quello dovuto a Cristo.

Certo gli stranieri che vengono ad ammirare il nostro cielo, le arti

nostre, le nostre devozioni, allorchè vedono ad ogni crocicchio santi e

madonne, e popolani prostrati a venerarle, e in collo e in petto

immagini e scapolari; quando nella chiesa del tal santo, alla festa

della tal Madonna si fanno orazioni particolari, si espongono ossa, si

baciano reliquie, possono scivolare nella credenza che noi vi prestiamo

adorazione, che teniamo presenti i santi più che Dio, che il culto della

sua madre ecclissi quello di Cristo.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 61 / 101 段