di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu
incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca
l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di
proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone
rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato
mal esempio con orrende bestemmie, _oltre le passate familiari
conversazioni con eretici ministri..._ Nè si è lontani di scoprire
alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a
monsignor Vizia.
Vedasi PIER CARLO BOGGIO, _La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione
storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna
dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti_. Torino 1854. È a
vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella
d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo.
Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di
voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più
bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là
dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte
romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano
questi italianissimi.
[444] Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con
cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è
abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».
[445] CARUTTI, _Storia del regno di Carlo Emanuele III_, tom. I, pag.
135.
[446] Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie
della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per
introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj
vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in
proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de
l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du
sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons
aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En
parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que
_ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments,
appartiennent aux successeurs..._ Je crois pouvoir assurer qu'il n'a
jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du
revenu des bénéfices par l'autorité civile».
[447] _Storia civile_, L. XXVII, 4.
[448] _Ibid._ L. X.
[449] È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone,
ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo,
quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera
precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso
gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più
uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti,
senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali,
dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci
la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io,
credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero
nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente
dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi
alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò
dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero.
In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di
rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai
a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con
lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece
che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e
contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni
altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo
conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale
era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma
sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri,
con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di
quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi
quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con
voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera
ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli
dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra
ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»
Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina
seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men
degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il
Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in
mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i
quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se
conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di
Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di
Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi
alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea
commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».
È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale
Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con
l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso
Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io
non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli
sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se
le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di
Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la
sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non
spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del
suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo
costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne
presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in
vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le
truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello
Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli
emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una
tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi
comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».
L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto,
non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto,
vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi
abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per
dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di
volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da
cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo
in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si
volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni
che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a
vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal
proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna,
e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere
alla sua maestà».
E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha
scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione,
restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli
venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo
intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità
è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a
temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il
bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più
la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia,
appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione
che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo
ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà
già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso
un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza
per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una
ritrattazione de' suoi scritti».
[450] Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli
stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e
abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa
Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a
condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel
loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato
occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi
di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».
La sua ritrattazione leggesi nella _Storia letteraria_ dello Zaccaria,
vol. VIII, e nella _Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato
napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del
medesimo autore_. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo
elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte
all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero,
e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le
strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere
ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E
fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della
rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della
Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli
non si fosse sottratto ecc.».
Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa
che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai
dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente
dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle
immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema
che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato _De statu mortuorum et
resurgentium_... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità
delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per
tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».
Al _Triregno_ avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al
principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina
previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho
travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne'
quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a'
principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e
sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della
metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro
sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie
fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto
cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare:
forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce
del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»
Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:
Introduzione del Regno Celeste.
PARTE I. Della natura del luogo di questo _regno celeste_;
che debba adoprarsi per farne acquisto e del tempo del suo avvento.
_Capo_ 1. Qual si fosse, ed in qual parte fra gli orbi celesti fosse
collocato questo regno.
» 2. Dell'errore nel quale furono i Gentili e gli Ebrei perchè
ignoravano la natura di questo regno.
» 3. Che cosa debba farsi per meritare questo nuovo regno ed
esser ammesso nella possessione di quello.
I. Dei riti di questa nuova legge.
II. Del battesimo.
III. Dell'eucaristia.
» 4. Del tempo nel quale dovrà arrivare questo regno.
I. Ricorso al regno _millenario_ per prolungare il
_celeste_.
» 5. De' segni che dovranno precedere all'arrivo di questo regno.
PARTE II. Della resurrezione de' morti.
_Capo_ 1. La risurrezione de' morti fu predetta veramente reale e
fisica.
I. Cagioni onde cominciossi a dubitare della risurrezione
fisica e reale.
» 2. Non vi è repugnanza alcuna in fisica di poter ripigliare i
medesimi corpi che si lasciarono in morte.
I. Intorno alla prima cagione dell'oscurità de' libri.
II. Intorno alla seconda cagione del mescolamento della
filosofia de' Gentili con la nostra religione.
III. Non esservi alcuna ripugnanza in fisica di poter
ripigliare i medesimi corpi.
» 3. La resurrezione della carne è assolutamente necessaria per
poter essere introdotti nel regno celeste, ed essere
partecipi della vita eterna.
I. Qual sentimento avessero Cristo e gli Ebrei de' suoi
tempi intorno alla natura ed immortalità delle anime
umane e dello stato delle medesime fuori dei loro corpi.
II. Di coloro che risuscitarono alla morte di Cristo s. n.
III. Di ciò che si credea in tempo degli apostoli
riguardo alla resurrezione.
IV. Si risponde agli argomenti avuti dal nuovo Testamento,
de' quali alcuni pretesero mostrare il contrario.
V. Esservi fra lo stato degli Angeli e delle anime umane
notabilissima differenza.
» 4. La resurrezione de' corpi è assolutamente necessaria per
essere introdotti nel regno celeste, poichè le nude anime
non sono capaci senza quelli di azione o passione alcuna.
» 5. San Paolo inculcava il punto della resurrezione de' morti,
poichè senza risorgere non potevano gli uomini entrare
nella possessione del regno celeste.
I. Del battesimo a pro de' morti.
II. Si risponde ad alcuni passi di san Paolo stesso che
si allegano in contrario.
» 6. San Giovanni Battista e Simone vescovo di Gerusalemme, che
scrissero alla fine del 1º secolo, tennero le medesime
credenze.
» 7. I padri più insigni del 2º e 3º secolo tennero la stessa
dottrina, e reputarono eretici i sostenitori della
contraria.
» 8. I simboli, ovvero professioni di fede di tutte le chiese,
la vita eterna non davano se non dopo la resurrezione
della carne.
PAR. III. In cui si dimostrano le cagioni per le quali si anticipò
il regno celeste, e variossi la dottrina del suo avvento.
_Capo_ 1. Come e per quali cagioni presso i Cristiani cominciossi nel
4º secolo a contaminarsi la vera dottrina, e ad anticiparsi
per le sole anime l'avvento del regno celeste, senza
assumersi più la generale resurrezione de' corpi.
» 2. Qual parte in questa mutazione vi avesse avuto l'usanza
introdotta di pregare per i morti: e come anticipandosi il
regno celeste e l'infernale, si fosse poi inventata la
distinzione di non doversi pregare per tutti, ma per quelli
soltanto che si finsero essere nel purgatorio.
» 3. Come tratto tratto a lungo andare si variasse questo rito,
onde si venne a maggiori disordini ed a fantasticare anche
sopra l'anima stessa de' Pagani.
I. Maniera che si tenne da savj teologi per toglier via
dalla Chiesa tali e simili errori, che aveano in
quella poste sì profonde radici.
II. Qual parte in questo cangiamento avesse avuto
l'onorare le tombe de' martiri.
» 4. Come il costume d'introdurre nelle chiese le immagini de'
santi, e poi anche le statue, maggiormente stabilisse nelle
menti de' Cristiani la credenza di avere le loro anime
visione beatifica in cielo, sicchè promettendosene favori
e grazie, l'invocassero ed adorassero.
» 5. Qual parte ad un sì strano cangiamento avesse avuto
l'introduzione delle feste in onore de' martiri e degli
altri santi.
I. Feste istituite in onore della Vergine Maria.
II. Delle feste istituite in onore degli altri santi
che non soffrirono martirio.
» 6. Come finalmente, dopo essersi fra' Cristiani introdotti
tanti riti, celebrità e feste, si venne nel Concilio di
Fiorenza, nel XV secolo, a stabilir canoni intorno alla
visione beatifica delle anime dei santi, senza aspettar
resurrezione.
I. Istoria del Concilio di Fiorenza.
» 7. Come si fosse introdotto in Roma il rito delle
beatificazioni, canonizzazioni ed istituiti varj gradi
di venerabili, beati, santi.
I. Altra maniera di crear santi.
» 8. Delle capricciose gerarchie de' santi fintesi in cielo,
e regolate anche da Roma in terra per mezzo della
Congregazione de' Riti.
» 9. Per quali cagioni avvenisse che la nuova dottrina del
purgatorio e delle indulgenze si fosse con tanto studio
inculcata, sicchè agevolmente si facesse poi passare per
punto di fede, e per tali vie si agevolasse alle anime
l'entrata nel regno celeste.
I. Donde il tesoro delle indulgenze, ristretto, in
Roma si rendesse inesausto, sicchè dipoi fosse
chiamato mare magnum.
PAR. IV. Dell'Inferno, e quanto fossevi sopra favoleggiato da' nostri
teologi e casisti, i quali anche si arrogarono il potere di librar
le colpe umane, e di qualificarle alcune mortali, altre veniali:
sicchè, secondo che essi avran definito, si credono le anime o di
esser discese quivi a penare, ovvero essere detenute nel purgatorio.
_Capo_ 1. Quando vi sarà inferno per gli uomini, ed in qual luogo.
Della sua natura e gradi.
I. Del luogo di questo inferno.
II. Della natura del fuoco infernale.
III. De' varj gradi e generi di tormenti che si fingono
in questo inferno.
» 2. Della durata di questo inferno, e se mai vi sia speranza
alcuna di potersene i dannati liberare.
» 3. Della presunzione de' teologi e casisti in librar le
colpe umane, qualificandole a loro talento ora mortali
ora veniali; sicchè dalla loro decisione dovesse
dipendere la quiete o il rimorso della coscienza degli
uomini.
» 4. Come da tante e sì nuove dottrine e riti e costumi
finalmente la religione cristiana si fosse trasformata
in pagana.
I. Apoteosi.
II. Le dedicazioni e consacrazioni de' tempj ed altari.
III. Amuleti, filatterj, ligature ed altre vane
superstizioni.
IV. I baccanali, i teatri, i lupanari, i bagni, le danze,
e simili usi e rilasciatezze.
[451] Uno de' primi scritti di Calvino fu _Psicopannychia_ (1534) contro
alcuni Anabattisti, che sostenevano le anime restar assopite fino al
giudicio finale. Egli dice: _J'ay repris la curiosité folle de ceux qui
débattoyent ces questions, lesquelles de fait ne sont autres que
torments d'esprit_. Anche Lutero definiva noci vuote tali quistioni,
trattate già da Melito nell'antica Chiesa.
[452] A confutar la Storia del Giannone si accinse subito il padre San
Felice gesuita, che nel 1728 pubblicò _Riflessioni morali e teologiche_
su di essa, col nome di Eusebio Filopatro: opera pesante, e che poco
giovò. Il Tria, col pseudonimo di Pietro di Paolo, confutò pure passo
passo il Giannone, e meglio il padre Giannantonio Bianchi di Lucca
_Della potestà e della politica della Chiesa, trattati due contro le
nuove opinioni di Pietro Giannone, dedicati al principe degli Apostoli_.
Roma 1745. Nel primo trattato, in due volumi di 600 pagine ciascuno,
confuta la _Difesa della dichiarazione_ di Bossuet. Nel secondo,
compreso in 5 volumi in 4º, confuta più direttamente il Giannone. È
lavoro dottissimo, dove insiste principalmente sull'indipendenza
assoluta della Chiesa che il Giannone attribuisce ai principi; e
vorrebbe mostrare che tutti quei teoremi derivano o da ignoranza supina
o da perversa malizia.
[453] Manuscritto nell'archivio segreto di Torino. Delle opere inedite
del Giannone si era cominciata la stampa dagli editori di questi nostri
Discorsi, ma restò interrotta, non per loro colpa. Fra le opere inedite
è bizzarra questa. Giannone avea, nella storia (Lib. XIII, c. 1)
ribattuto le pretensioni dei Veneziani sulla sovranità del mare
Adriatico. Quando si ricoverò a Venezia, non mancò chi glielo
rinfacciasse. Allora egli stese una memoria ove dice che, come suddito
di Carlo VI imperatore, avea dovuto sostenere i Napoletani a scapito de'
Veneziani: ma ora colle ragioni e colla storia dimostra che i Veneziani
aveano veramente la sovranità del mare Adriatico, concessa loro da
Alessandro III, quando venne per avervi un colloquio col Barbarossa. Su
questo fatto egli si estende, e mostra che non sono favole, ma verità
evidenti, prodotte e sostenute da frà Paolo e da altri giureconsulti. Su
questo punto vedasi quel che noi dicemmo nel Discorso III, vol. I, pag.
74.
[454] Ammalato gravemente nel castello di Ceva, si compose
quest'epitafio: _Conditorium corporis Petri Janmonis jc. et advocati
neapolitani, qui, detectis patriis legum, magistratuum, ordinumque
fontibus, totiusque civilis historiæ statut. varios perscrutatus,
integra regni jura suo principi ac patriæ asseruit, variis inde jactatus
procellis, si aliquid humani passus sincere pœnitens, peccata lacrymis,
errores retractatione delevit. Obiit tamen captivus miseris Langarum
locis, etc._
Il citato biografo dice che «il cotidiano assegnamento che gli fece il
re di Sardegna fu sempre lo stesso. Per questo conto e per altri ancora
egli fu liberamente trattato dalla munificenza di quel sovrano, il quale
ebbe special cura a farlo restare ben servito e per lo suo vitto e per
lo suo vestire in tutti i luoghi ove tenuto fu in arresto»!
Quel bizzarro uomo che fu il conte Ferdinando Del Pozzo, ebbe coraggio
di scrivere che il Giannone, in carcere, godeva, per quanto i tempi
permettevano, la protezione della Corte di Savoja. Forse intende la
protezione che il governo e i prefetti d'oggi esercitano verso tanti
vescovi e buoni cittadini, tenendoli in carcere o mandandoli in esiglio
per salvarli dall'indignazione del popolo.
[455] T. II, p. 143. E Voltaire, nel _Dict. phylosophique_, a _Saint
Pierre_ e _Cour de Rome_, dice: «La miglior risposta ai detrattori della
santa sede è la mite potenza che i vescovi di Roma esercitano oggi con
saviezza, nella diuturna possessione, nel sistema d'equilibrio generale,
che è quello di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a
far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È l'unico Stato
che, dal sacco di Carlo V in poi, abbia goduto le dolcezze della pace».
[456] Vedi il nostro vol. II, pag. 389; e _Fatti attinenti
all'Inquisizione e sua storia generale e particolare in Toscana_.
Firenze 1782 anonima, ma è del Crudeli.
_Storia dell'Inquisizione_, per FRANCESCO BECCATINI. Milano 1797.
_Storia dell'Inquisizione di Toscana_, di ANTONIO FRANCESCO PAGANI.
Firenze 1783, e l'altra di F. RESTELLI.
[457] _Carta real de Barcellona_, 27 agosto 1709. Gli storici parabolani
dell'Inquisizione citano un Munter, il quale dice che questa nella
Sicilia fece bruciare 220 individui in persona, 279 in effigie: e circa
3000 condannò ad altre penitenze. Ma per quali delitti? in quanto tempo?
[458] Non so perchè i biografi comaschi lo fanno di Mercallo: la
sentenza lo dice nativo del luogo di _Minajo_, vescovado di Como, ducato
di Milano. A Menaggio in fatti fiorì sempre la famiglia Malacrida.
[459] Nel 1863 V. Martin de Moussy pubblicò una descrizione geografica e
statistica della Confederazione Argentina, dove crede far atto di
coraggio col narrare i grandi vantaggi che a que' paesi aveano recato le
colonie presedute da' Gesuiti, e la floridezza cui erano arrivate, e che
perdettero non appena questi ne furono espulsi. «Ecco a che son ridotte
oggi quelle comunità che furono giudicate così diversamente, e la cui
antica celebrità non fu pareggiata che dall'obblio profondo ove oggi
sono cadute. Viaggiando quelle contrade sì poco note, abbiam voluto dire
senza esagerazione come senza paura che cosa erano state le missioni, e
che cosa divennero dopo tolte violentemente ai loro fondatori...
Qualunque siano gli eventi su cui ebber influenza i Gesuiti in Europa,
qualunque giudizio siasene portato, possiamo asserire che essa fu in
America sempre salutare e benefica».
[460] Nell'Anticristo dice che il 29 novembre, anno passato, aveva udito
queste parole: _Hac nocte uno, idest brevi et inopinato interitu, de
medio tollemus principem tam iniquæ criminationis cum adjutoribus et
adulatoribus suis._