Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra
in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e
finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta
di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei
soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare
che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non
stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non
traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma
senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro
le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le
fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano;
invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse
le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le
opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico
lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine:
procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza
formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e
molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi
contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si
facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a
difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il
vivere del mondo al segno, d'osar dire _no_, quando i governi
pretendevano dicesse _sì_.
Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore
avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi
dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati,
aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la
necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi
illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de'
principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico
spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare
la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli
dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj
dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della
desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai
veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella
vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate
da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano
vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali
aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso
de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina
ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della
Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte
degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno
respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli
antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della
Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne'
principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un
breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In
questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce
di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed
annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni» [469].
Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste
dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità
del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di
Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20
giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri
infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di
rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando
che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di
coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal
giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero
liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a
Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli
di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con
attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i
reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia,
profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in
tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio _exequatur_ fossero
solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri,
mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e
revisione; eccettuate fossero dal regio _exequatur_ le bolle dogmatiche,
le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e
quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della
congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di
scrivere nè pro nè contro la bolla _Unigenitus_ e le quattro
proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla
giansenistica Università di Pavia.
Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali,
bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato
nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi;
la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla
disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o
dei popoli, sibbene della libertà dei re.
Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della
Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude
col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il
generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli
avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il
resistervi e il secondarli.
Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle
novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non
soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu
detto _aliis non sibi clemens_, serbò sul trono il modesto trattamento e
gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in
Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a
tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere
penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale
e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in
Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di
paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti
gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore
del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e
temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un
rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a
chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di
Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non
arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano
un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.
Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare
Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni
velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai
filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il
calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli
sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san
meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli,
e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la
menzogna e le calunnie» [471]. Fra i loro stessi compagni trovarono
accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma
istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore [472], ma
col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in
iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla
giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i
peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano
notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e
perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la
simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia,
l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo
spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto,
il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver
favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il
nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI
secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di
Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere
nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi
padri, agli apostoli, ad Abramo!
Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon
gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica
stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza,
senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di
sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la
menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione
potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e
stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo
aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti
si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre
illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo _Frà
Gerundio_, ingegnoso quanto il _Don Chisciotte_, il _Lampillas_,
l'_Eximeni_, il _Requeno_, l'_Hervas_, il _Clavigero_, l'_Azevedo_, il
_Tentori_, il _Serano_, lo _Scherlok_ [473]. Fra i Gesuiti italiani
molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo
dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella
società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.
Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui
venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo,
filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro
efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si
assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe
pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici
invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe,
riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la
dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che
il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita
d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata,
accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a
quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune
del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano
così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili
tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni
ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero
che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre
essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si
asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale
divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose:
«Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».
D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di
Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso
Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non
obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti
occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il
popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da
opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun
principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non
faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di
questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri
miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della
religione o della Chiesa».
Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di
umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.
I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e
conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre
dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi
dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto,
iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a
ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei
papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi
dalla tirannia ecclesiastica.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera _De servorum Dei
beatificatione_ dissipava le calunnie de' Protestanti contro la
soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i
miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj,
promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il
Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò
l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra
Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il
duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le
cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto
canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la
biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano.
Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle,
diceva: _Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili
operæ dediti sunt_. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente
gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare
al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la
Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per
intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove
bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro
articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi
a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in
corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e
con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e
Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al
clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia
inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche
aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la
Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e
Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più
positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo
padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II,
venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al
generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la
statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India,
eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone
davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio
in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con
tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in
coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. —
Fece la scala santa».
I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di
giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena
dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una
signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva
cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato
del palazzo di Venezia.
Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di
fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col
fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun
cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta.
E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli
gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete
voi».
Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu
sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de'
campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle
paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo
ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la
religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del _Sistema
della natura_: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone
della casa, potrà assettarla come gli garba».
Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi,
dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro
dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal
persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che
stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro
le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in
modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare
la bolla _In Cœna Domini_, sperando colle condiscendenze indurre i
principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per
quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato,
minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè
rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo _per amor
della pace della Chiesa_, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero
papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel
sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società
dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di
quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori
ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa
condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa
rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni
dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si
restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi
progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo
abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata
dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non
solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che
ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì
trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar
soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno
ignobili de' gabinetti[476].
Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò
quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata
distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure;
e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se
abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.
Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a
chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le
tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le
altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo,
sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia,
d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel
maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della
persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non
disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale
filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche
secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito
del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma
di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma
fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla
morale.
Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno
sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e
coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi
alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara
cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai
vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di
maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti,
nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo
e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto
d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea
rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento
degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente
alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove
l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.
Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una
lettera con _riverenti riflessi_, e poichè non vi si badò, mosse egli
stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il
vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII
intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla
potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita
venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e
l'imminenza della rivoluzione[477].
Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche
ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno
opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la
belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero
indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri
suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma
i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj
sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che
germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que'
demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero
fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono
prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.
NOTE
[442] _Storia degli Italiani_, lib. XV.