quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata
nelle origini, analizzata nelle conseguenze: Giannone è l'unico
scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza
contro la fede». E appunto perchè «unico italiano contro la fede»;
perchè all'Italia «non mancasse una delle categorie della ragione
nazionale», il signor Ferrario tolse a illustrarlo e farlo rivivere dai
brani dell'opera sua. Ciò proverebbe che non a torto era temuto e
perseguitato; e la turpitudine di quella persecuzione gli attirò un
vanto di liberalismo, che mal gli si compete. Ma per ciò stesso noi ci
credemmo obbligati a badarci a lungo su di esso, ben lontani
dall'attribuirgli nè il merito nè l'importanza che il suo lodatore. Noi
ed altri ne abbiam appuntati gli errori e i plagi[452]. In fondo egli
copia gl'Inglesi, principalmente il Burnet, massime nell'assumere come
concetti delle tre grandi epoche la mortalità delle anime, la
resurrezione de' morti, l'assunzione degli spiriti al cielo, e a queste
trasformazioni subordinare tutta la storia. In carcere scrisse varie
opere, in una delle quali vanta i teologi scolastici fin a disapprovare
i santi padri, desiderando «manifestare al mondo (dice) i miei
religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto,...
a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte
l'altre del mondo cattolico, non ho tralasciato le prove più forti ed
efficaci... che ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti
gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia
rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che
questo»[453]. I re di Sardegna non propendeano a dargli ascolto, benchè
egli lodasse sguajatamente il suo carceriere come avea lodato
l'austriaco suo stipendiatore; sicchè quest'infelice, punito nella parte
morale ben peggio che colla tortura e la galera, moriva il 7 marzo 1748
dopo dodici anni di patimenti[454]. Al Guastaldi, suo giuda, furono
riffatte le cinquantacinque lire spese per ingannarlo, e dato il grado
d'ajutante di campo del duca. Al figlio di Giannone il re di Sardegna
diede, dopo lunghi indugi, ottantasette ducati per libri tolti al suo
padre e posti nella Biblioteca; ma il re di Napoli gli assegnò sui
proprj fondi trecento ducati l'anno, in memoria «dell'uomo più grande,
più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il Regno abbia
prodotto in questo secolo».
Ancora l'esagerazione fin nella giustizia. Perocchè, se a costituire un
grand'uomo bastasse l'avversare la costituzione ecclesiastica, il vanto
toccherebbe agli Austriaci che qui dominavano, e ai Tedeschi di cui qui
trapiantavano gl'insegnamenti.
Giovanni Nicola de Hontheim, suffraganeo al vescovo di Treveri (1701-90)
e cancelliere di quell'Università, colle debite approvazioni di Vienna e
col pseudonimo di Giustino Febronio pubblicò _De statu præsenti Ecclesiæ
et legitima potestate romani pontificis liber singularis, ad reuniendos
dissidentes in religione christiana compositus_ (Bouillon, 1763), e
subito fu levato a cielo, come sogliono i libri di partito, quasi
pareggiasse i gran maestri di diritto. Tal fama non regge all'esame, ma
che importa? Il Febronio, colle ignoranze sue e le palpabili
contraddizioni dottrinali divenne bandiera del partito antipapale.
Perocchè, proponendosi di mettere in accordo i dissidenti, non potea
giungervi che abolendo il primato del papa; e in fatto si svelenisce
contro di questo, esponendolo alla gelosia de' prelati, racimolando
quanto n'aveano già detto i controversisti francesi e i nemici degli
Ordini religiosi; e conchiude l'opera di conciliazione coll'insegnare il
modo di formare uno scisma. Alla costituzione della Chiesa trova non
convenire nè la monarchia, nè l'aristocrazia, nè la democrazia, sibbene
un collegio che abbia forza coattiva; sublima l'autorità de' vescovi,
sopra i quali i papi usurparono le riserve, i tribunali de' nunzj, le
congregazioni romane, l'appello ed altri abusi derivati dalle false
decretali; la infallibilità non spetta ai singoli vescovi, bensì
l'autorità di condannare le eresie, e di esaminare le decisioni del
pontefice: al quale insomma lascia solo una generale ispezione e
sollecitudine, non autorità infallibile nè monarchica, nella misura che
gli è attribuita da' Concilj e da' vescovi. Sta all'imperatore il
convocare i Concilj generali, informandone gli altri principi.
Il libro giungeva opportuno, e perciò venne echeggiato dai tanti
adoratori dei governi forti, e i principi se ne trovarono incoraggiati a
levarsi dattorno ciò che solo ne impediva gli arbitrj. Illusi!
scassinato il principio dell'autorità, essi sagrificatori oggi,
sarebbero vittime domani.
Una delle parti dell'amministrazione, che i governi doveano specialmente
adoprarsi di concentrare in sè era la giustizia, e come la toglievano ai
feudatarj, così doveano voler toglierla anche agli ecclesiastici e
principalmente al Sant'Uffizio. Questo in Roma dava appena segno di sè,
e il presidente De Brosses che vi stette nel 1740, diceva: «La libertà
del pensare in fatto di religione, e talvolta anche di parlare, v'è
maggiore che in qualsiasi città ch'io conosca; non si creda che il
Sant'Uffizio sia così nero come si dice: io non ho mai inteso che alcuno
sia stato messo all'Inquisizione e trattato con rigore»[455].
Questa in Toscana era continuata con bastante placidezza, più che delle
eresie curandosi dei costumi, non solo ne' chiostri, ma fin nelle case;
e un Domenicano scorreva ogni anno il granducato, poi riferiva al
principe le riforme necessarie. Per accennare qualche cosa, nel 1686 una
vecchia, alquanto brilla, s'introdusse sulla bruna in una casa, e si
posò accanto al focolare. Tardi ritornando i padroni la credettero una
strega, calatasi per la gola del camino; chiamarono gente, fu presa, e
sì malmenata, che al domani trovossi morta, e il suo cadavere sepolto
fuor di luogo sacro. L'arcivescovo Morigia, meglio esaminato il caso, ne
fece far riparazione. Il 27 febbrajo 1695, Jacobo Balestri, nato e
educato bassamente, ma abile a tessere sete, fu imputato di molte eresie
benchè non sapesse leggere nè scrivere, onde fu obbligato a pubblica
abjura, e per dieci anni tenuto prigione, come ateo. Alessandro Martini
nobile fiorentino dovette egli pure al 13 maggio 1690, abjurare, essendo
accusato di confessione rivelata, e d'abusare di passi scritturali per
sedurre incauti a difondere le massime di Molinos; condannato a carcere
perpetuo vi morì dopo dieci anni. D'altri errori veniva imputato il
Vanni, canonico della basilica Laurenziana, ma il suo libro intitolato
_Barlumi_, esaminato dal Sant'Uffizio, n'ebbe assoluzione, ma dopo lunga
prigionia.
Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta
lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non
si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il
senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar
del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il
maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano
quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli
mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare;
doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo
e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali
diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro
convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei
processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite;
celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri
proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la
scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare
alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla
sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una
cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di
consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del
20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a
magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i
sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.
Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena,
avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da'
piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in
carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici,
e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel
1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e
stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne
lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro
che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le
stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero
aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].
Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti
i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri
dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di
ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni
laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine
Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la
podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa
religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e
le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito
della fede».
Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei
vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne
fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si
proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli
altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].
Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è
comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in
questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della
quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele
de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari
del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla
giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio
1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir
notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di
quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di
dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale,
da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel
disenso.
Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca
difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo
memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio,
che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che
dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un
forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo
mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria,
sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un
letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di
prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per
sollecitazione in confessionale.
È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti,
cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe
dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del
Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito
per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi
filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di
Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.
Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni
mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe
opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere
all'Inquisizione.
Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel
Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno
professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in
Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato
dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe
gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente
al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere
il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del
Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti
stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate
minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che
la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e
soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei
Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne
vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di
circondar di miracoli le sue azioni.
Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per
invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento
che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle
anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto
in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e
odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in
America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non
mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di
chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione
del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti
del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono
giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un
opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il
Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali;
dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo
seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.
Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi
dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste,
nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle
carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le
penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento,
come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto
processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il
padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di
denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di
lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli
un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o
ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle
vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa
tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur
troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato
filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea
posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come
impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni,
facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal
uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.
L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse
composto in prigione, uno _Tractatus de vita et imperio antichristi_,
l'altro _Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria
Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e
concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo
Figliuolo_. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche,
pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio,
dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli
soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre,
figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e
una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj.
Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e
colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici,
al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito
Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e
serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente
delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre
gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi
raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine,
della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza _usque ad
excelsum et ultra_, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo
Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo,
scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse
e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state
presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.
All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo
vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni,
d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo
lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia,
di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato
della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una
morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo
momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava
con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia
secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a
pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue
imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini
del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.
L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il
dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì
s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate,
purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il
filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il
reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son
notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora
spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso
del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in
quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi
dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la
Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro
l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di
continuare la stampa delle sue _Lettere famigliari_, e corresse per le
bocche coll'orribile taccia di gesuitante.
Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe
bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando,
al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far
inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].
Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne
celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un
martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con
un'iscrizione che lo dichiarava _vitæ sanctitate, rebus gestis
miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac
venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris...
religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico
tamen omnium judicio absolutus_. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in
latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva
da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre
latinista Cordara scrisse _Il buon raziocinio, o siano saggi
critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre
Gabriele Malacrida_ (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal
Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò _De tribus in lusitanos
Jesu socios publicis judiciis dissertatio_ (Norimberga 1793), ove
asserisce che l'opera sull'_Anticristo_ era stata composta dall'abate
Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti;
aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra
dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia
fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più
importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.
Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo
di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua
contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il
papa ad abolire i Gesuiti.
Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava
nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu
sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur
pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti:
e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di
veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro
ministri.
Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e
l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la
Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli
scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè
d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più
avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva
corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non
processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di
chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva
istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose:
«L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj
lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove
s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al
rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel
trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere
questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli
Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj [466].
Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a
divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo
Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore
agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad
oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara,
allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano
fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico,
potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi
per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin
coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo
contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si
parlò d'altro che della _quistione mantovana_. Interpostasi la Corte di
Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e
assolvere i censurati.
Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non
dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove:
ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale
della monarchia, dal quale dovea venire fin l'_exequatur_ per la nomina
d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma;
proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali
inclinavano gli scrittori [467]. Tra questi però faceano bella eccezione
Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel
regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a
secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva
lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità
cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i
ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per
sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo
Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al
paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute
insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che,
per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re
Ferdinando, gli fece proibire la costituzione _Apostolicam_, colla pena
di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite,
perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti,
se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad
usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da
Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed
espellerli colla forza e con umiliazione [468].