Il libro è intitolato _Receuil de pièces curieuses sur les matières les

plus intéressantes_ (Rotterdam 1736), e sostiene dodici proposizioni: 1º

Il principe dee aver libera la collazione degli arcivescovadi,

vescovadi, badie, parrocchie, e disporne a suo talento come i re di

Francia: nominare inoltre i provinciali, priori, superiori degli Ordini

religiosi, o rimuoverli. 2º Determini egli il numero de' preti, frati,

di ciascun Ordine, monastero, collegio. 3º Incameri tutti i beni e le

rendite della Chiesa e degli Ordini religiosi, dando al clero

sufficienti provigioni. 4º Vieti ai sudditi di donare mobili o stabili a

Chiese o a corpi religiosi. 5º Proibisca ai Gesuiti o frati qualunque

d'insegnare pubblicamente o privatamente, ma stabilisca scuole laicali

nelle città e nelle borgate. 6º Proibisca al clero di ricevere mercede

per la celebrazione di messe, punendo come simoniaco chi ne accetta. 7º

Tenga per ribelli i confessori o ecclesiastici che ne' penitenti o ne'

fedeli eccitano odio contro il sovrano. 8º Abolisca l'asilo delle

chiese; pigli le terre del papa che si trovino nello Stato, come sono i

feudi pontifizj in Piemonte. 9º Abolisca il Sant'Uffizio 10º e le

confraternite del Rosario, del Monte Carmelo, della Cintura di

sant'Agostino, del Cordone di san Francesco, dello Spirito Santo. 11º

Diminuisca il numero delle feste, riducendole alle domeniche, pasqua,

natale, capo d'anno, natività della Beata Vergine, tanto per distinguere

i Cattolici dai Protestanti. 12º I beni del clero scomparta fra i nobili

ed i Comuni; e poichè cesserebbero d'esser immuni dal tributo,

diminuisca d'altrettanto le gravezze pubbliche.

Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e

l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare

un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la

temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.

L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella

stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè

confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli

offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con

vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e

proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi

si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo

favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma

per non offendere gli altri sovrani.

In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e

per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore

Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece

pure una _Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata

all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero

pensatore (freethinker) cristiano nazareno_; e il _Racconto fedele e

comico della religione dei canibali moderni_, di Zelim Moslem, _in cui

l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria

abominevole_. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei

Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici

causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne

la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di

diritto al sovrano.

Dappoi nella _Dissertazione sulla morte_ (1733) sostenne la fatalità

degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia,

ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo

scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore,

dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia,

impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro _La religione

maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem_,

e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di

Londra dal famoso fratello Elvell (1737).

Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari,

e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo

fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute

occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la

bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei

fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli

ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà

d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì

al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela,

sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non

gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da

Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata,

fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne

adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il

proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri

protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.

Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella

(1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A

tacere varie scritture polemiche, fe la _Storia civile del Regno_

(1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i

feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti,

sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando

al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato,

nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco

Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col

decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme

regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose

sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità

spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società

all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da

curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo

lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche

battezzati chiamavansi _pontifices maximi, episcopi ab extra_; e quelle

della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo

calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni

repubblica politica.

Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la

Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro

«le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità

della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»:

e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile

sovrasta «al tanto celebrato _Discorso sulla storia universale_ di

Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il

Giannone è fondatore della filosofia della storia.

A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone

deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi

le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca

la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e

soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi

problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante

suo elevarsi» (FERRARI): dell'antagonismo fra la Sicilia e la

terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta

Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della

centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini,

malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli

reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione.

Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura

affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si

corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (_sic_) d'opinioni che ripugnino

col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le

tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro

interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le

quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in

asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno

ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si

è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto

adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro

signore».

Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in

Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri,

perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe

anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice

«erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la

Sicilia.

Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a

segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano,

diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè

cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a

Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e

Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille

fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due

Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal

sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il

processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la

curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del

vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si

trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia,

Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro

storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi

servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando

contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a

Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra

di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca

gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre

alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con

Roma, ma è politamente ricusato (1735).

Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai

senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con

rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato

d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano

del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in

una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e

passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si

trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza,

di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò

allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese

D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio

sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la

sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine

preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel

novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde,

fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le

dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato

l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13

dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami

dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di

voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo

arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano,

ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza

grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non

avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la

mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (_strada_) ma essendo

già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè

cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua

intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo,

e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la

risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma,

scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le

attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (_governatore

della Savoja_) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua

santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha

voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute

convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua

devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità,

ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della

nostra santa fede».

E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col

governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio

sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un

figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A

tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè

altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a

riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24

marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con

destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili

ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati

dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone

l'_agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de

l'emprisonnement de Giannone_: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se

ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se

avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la

clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a

Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente

severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse

ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per

convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua

missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua:

ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua

Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi

ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri

errori[450].

Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare

quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di

Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e

l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale

lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di

questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.

Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra

Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie,

scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa,

erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (_hæreses

ut minimum sapientes_)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella

avea scritto il _Triregno_, opera che non fu stampata, e neppure

compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una

copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di

Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla

sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in

mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo

olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa.

D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici

il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.

E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il

quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge

«riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione

ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione

avvocatesca d'allora.

Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla

tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi

della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il

pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno

del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo

chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e

produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa

produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio;

dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e

d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei,

formati dalla nostra immaginazione.

Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non

parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane,

accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni

postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro

concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con

quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto

superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e

la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle

metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse

tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla

morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita

spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta

a Tertulliano e a Lattanzio.

Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli

atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere

in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.

Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla

natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e

poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in

favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi,

come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il

pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli

degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova

tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i

mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani,

persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo,

popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in

comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza

significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era

il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani:

la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].

Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio:

poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri

trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i

santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio

Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza

aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano

della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale

mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e

le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi

della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la

natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i

sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie

immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte

le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a

Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.

Le tante chiese consolidano il governo ecclesiastico, nel tempo stesso

che fanno moltiplicare i santi, talvolta annoverando di quelli che da

secoli son morti. Mentre prima i vescovi lagnavansi perchè il popolo

imponea loro la venerazione di certe persone, dappoi i papi trassero a

sè il santificare, col che elevarono grandemente la propria potenza,

combattendo l'eresia come la superstizione e l'indipendenza dei re. Fra

i celesti si stabilisce una gerarchia di santi, beati, venerabili: e il

Giannone descrive il paradiso parodiando Dante, e beffando que' varj

spartimenti, dedotti da visioni o rivelazioni. Perchè poi il cielo dei

papi non discordasse da quello di san Giovanni, nè fossero superflui la

risurrezione e il giudizio finale dacchè le anime erano sentenziate

subito dopo la morte, il Concilio di Firenze aggiunse che allora anche i

corpi verrebbero glorificati, e dalla semplice visione beatifica si

passerà al pieno possesso.

Qui ha luogo lo stato intermedio del purgatorio, colle indulgenze e i

giubilei e le espiazioni e la loro riversibilità indefinita.

Dipinto l'inferno, il Giannone conchiude il regno celeste coll'asserire

che la Chiesa riprodusse il gentilesimo, con minore genio, minor libertà

e umanità; e una morale ridotta a pratiche, a genuflessioni, a

pellegrinaggi.

Veniva ultimo il regno papale, cioè il governo della Chiesa, ma o nol

fece o andò perduto: da tutta la Storia sua però e dai manuscritti si

può argomentare come voleva mostrar il sacerdozio quale una continua

usurpazione sopra i diritti del principato, in dieci periodi. Addita in

Roma tutte le superstizioni di cui è incriminato il medioevo, e

mostrando come i grandi fossero divenuti tali collo sprezzarle o

servirsene, vorrebbe indurre a far altrettanto colla religione nuova.

Per incoraggiare la Casa di Savoja nella lotta contro il papa, scrisse

_discorsi sulle Deche di Tito Livio_, imitando non tanto il Macchiavello

quanto il Toland, che poc'anzi vi avea cercato il culto della natura e

la religione degli istinti.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 57 / 101 段