[422] In un famoso discorso recitato a Brema alla loggia del _Ramo

d'olivo_ nel 1849, Draeske ebbe a dire: «V'è qualche massone che non

giugnerà mai a conoscere il nostro segreto, nemmen per mezzo delle

logge, e qualunque siane il grado. Egli resta un profano, fosse anche

assiso all'oriente del tempio, foss'anche decorato delle insegne di

granmaestro».

Il Barruel, che nella _Storia del Giacobinismo_ rivelò prima e meglio di

tutti l'efficienza politica di questa società, si fa premura di scusar

ogni tratto la buona fede di coloro che non vi vedeano se non

un'associazione di beneficenza e di cortesia. Uno dei loro li qualificò

«i babbei dell'ordine». Mirabeau, che vide in Germania il gran movimento

delle società secrete, nel 1788 scriveva: «Vedete in Germania tanti

principi, ebri della speranza e dell'aspettazione de' mezzi

soprannaturali di potenza, evocare gli spiriti, esplorar l'avvenire,

tentar di scoprire la medicina universale, e di fare la grand'opera e i

suoi secreti, e per ispegnere la sete insaziabile di dominazione e di

tesori, strisciare alla voce dei loro taumaturgi, diretti da uno scettro

sconosciuto. Vedete i ministri protestanti, dimenticando i motivi che li

separano dal cattolicismo, loro antagonista eterno, lodare, predicare,

difondere libri di religione, imbevuti di tutta la misticità del XVI

secolo; essi medesimi pubblicare scritti per proclamare i riti del

cattolicismo, ricevere gli Ordini sacri, pur restando ministri

protestanti, o almeno esserne accusati pubblicamente senza potersene

difendere ricisamente e senza ambagi: vedete tutto ciò, e tremate sui

pericoli delle associazioni secrete..... Forse, finchè le associazioni

scerete dureranno con un'importanza pari a quella che hanno oggidì, le

buone teste e i cuori generosi devono entrarvi, anzi cercare

d'esercitarvi una parte attiva. È il mezzo più sicuro di sventarne le

sotterranee macchinazioni, di mandarne a vuoto gl'infami complotti, e

anche di distruggerle. — Io non saprei operare là dove non sono — disse

un uom virtuoso, profondamente versato in questa materia». _De la

Monarchie Prussienne_, v. 86.

[423] _Discorso sopra i misteri_.

[424] Vedi BONNEVILLE, _Les Jesuites chassés de la maçonnerie, et leur

poignard brisé par les maçon_. Londra 1788.

Un _Essai sur la secte des Illuminés_, 1789, senza data nè nome

d'autore, avversissimo alle sètte ma non meno ai Gesuiti, dice che _le

même fanatisme qui les conservait_ (i Gesuiti) _a ressuscité depuis

trente ans l'ordre de francs maçons languissant et gardant sans peine un

secret que personne ne s'empressait de savoir_. Ha un capitolo intero

_Du jésuitisme comme source première du système théosophique_. Egli

stesso trova strano il ravvicinamento fra' Gesuiti che han per base lo

studio, e gli Illuminati che fan professione d'ignoranza: quelli si

estendono da un polo all'altro, questi s'appiattano: quelli difendono la

fede, questi la combattono: quelli non faceano voti indissolubili che a

trentatrè anni, s'educavano attentissimamente, aveano costumi

severissimi, poche pratiche religiose, non cercavano dignità, non

voleano abbattere i troni, ma divenirne i gerofanti, annunciavano la

gloria de' loro protettori: mentre i Massoni sono il preciso contrario.

Ma da' Gesuiti appresero l'obbedienza cieca a un capo, la perfetta

eguaglianza di tutti sotto di lui, lo spirito di corpo, il soccorrersi a

vicenda.

Dice che «l'Italie s'est sauvée de pareille illusion», cioè dalle sètte

arcane, e solo «Naples conserve encore quelques adeptes nés du sang des

martyrs; on n'aperçoit leur influence ni sur l'administration, ni sur

les sciences». È curioso come Napoli fosse considerato per la terra

maledetta dagli Illuminati, perocchè nella loro iniziazione diceasi:

«Voi siete prosciolto da ogni giuramento fatto alla patria e alle

leggi... Onorate l'acqua toffana come mezzo sicuro, pronto, necessario

di purgare il mondo... Fuggite la Spagna e Napoli, fuggite ogni terra

maledetta».

L'autore per combattere gli Illuminati propone di meglio sostenere la

massoneria. Saint-René Taillandier nella _Revue des Deux mondes_ del

febbrajo 1866, crede ancora all'ingerenza de' Gesuiti nella massoneria.

[425] «La Framassoneria è talmente diffusa ne' miei Stati, che non v'ha

quasi città per piccola dove non abbia logge: ond'è necessario

stabilirvi un certo ordine. Non conosco i loro misteri e non ebbi mai

curiosità di penetrarvi: ma il sapere che fa qualche bene, sostiene i

poveri, coltiva e protegge le lettere, mi basta per voler fare per essa

qualcosa più che gli altri paesi. La ragion di Stato però ed il buon

ordine domandano di non lasciar costoro affatto a se stessi, e senza

particolare sorveglianza: onde penso prenderli sotto la mia protezione,

e accordar loro la mia grazia speciale, se si conducono bene, sotto

queste condizioni:

1. «Non vi sarà nella città capitale che una o due loggie, al più tre.

Nelle città dove siede un governo si permetterà pure una o due o tre

loggie. Son proibite nelle città di provincia: e chi permettesse

assemblee in sua casa, sarà punito come chi tiene giuochi proibiti.

2. «Le liste di tutte le loggie coi loro membri saranno mandate al

governo, e i giorni delle adunanze, e ogni tre mesi si manderà la

distinta de' membri entrati o usciti, senza annunziare i titoli o gradi

che hanno nella loggia.

3. «Ogni anno si notificherà il direttore delle loggie.

«In compenso il governo accorda ai Franchimuratori recezione,

protezione, libertà: lascia affatto alla loro direzione l'interno delle

loggie e la loro costituzione, e non farà mai indagini curiose. Così

l'ordine della massoneria, composto di molte persone oneste a me

conosciute, può divenir utile allo Stato. GIUSEPPE».

Nell'Archivio generale di Milano esiste parte del processo che Gabriele

Verri, avvocato fiscale, avea fatto al conte Alari e ad altri per

framassoneria.

Anche la letteratura s'insegnò contro questa invasione.

_I Liberi Muratori_, commedia di _Fersing Isac Crens_ fratello operajo

della loggia di Danzica, dedicata al celebre ed illustre _Aldinoro

Clog_, autore comico prestantissimo. Libertinopoli, l'anno dell'era

volgare 1754 e della restaurazione della loggia 152 (Intendi _Francesco

Grisellini_, _Carlo Goldoni_, _Roveredo_).

_I Liberi Muratori schiacciati. Origine, dottrina ed avanzamento della

sètta_. Assisi 1791. È traduzione da M.r Peton, fatta da Pietro Mogas

ex-gesuita, e con note di Pietro Saverio Casseda.

[426] L'autore dell'_Essai sur la secte des Illuminés_, di cui parlammo

qui sopra, dice che a Parigi: «il existe une foule de petits partis

antiphylosophiques, composés de femmes savantes, d'abbés théologiens, et

de quelques pretendus sages. Chaque parti a sa croyance, ses prodiges,

son hiérophante, ses missionaires, ses adeptes, ses détracteurs. Ainsi

Paris, le centre de toutes les charlataneries comme des toutes les

lumières, offre des visionnaires de tout genre: chacun tende à expliquer

la Bible en faveur de son système, à fonder sa réligion, à remplir son

temple, à multiplier ses cathécumenes. Ici Jesus Christ joue un grand

ròle; là c'est le diable; ailleur c'est la nature; plus loin c'est la

foi. Barbarin sonnambulise: Cagliostro guérit: Lavater console:

Saint-Martin instruit... tous emploient l'erreur pour arriver à une

réputation utile».

[427] Di questa azione della volontà sopra altri abbiamo già cenno in

Marsilio Ficino, il quale dice che «l'anima, affetta da desiderj

passionati, può operar non solo sul proprio corpo, ma anche s'un altro

vicino, massime se questo è più debole.» (_De vita cœlitus comparanda_,

c. 20), e nel Pomponazio che scrive esservi uomini che hanno proprietà

salutari e poderose, le quali si esaltano mercè la forza

dell'immaginazione e del desiderio; sono spinte al di fuori per

l'evaporazione, e producono effetti singolari sui corpi che le ricevono

(_De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus_,

pag. 44).

[428] _Tableau mouvant de Paris_, tom. II, pag. 307.

[429] _Hist. du merveilleux_. Vol. IV, c. XVIII.

[430] Vedansi BARRUEL e GYR, _La Franc maçonnerie en elle méme_. Liegi

1859, e _Mém. autentiques pour servir à l'histoire de Cagliostro_.

[431] La cerimonia della consacrazione eragli descritta da' fratelli in

lettera che fu unita al suo processo. «... Mai non vide Europa cerimonia

più augusta e più santa... I nostri compagni hanno mostrato un fervore,

una pietà nobile e sostenuta, che formò l'edificazione de' due fratelli

che aveano avuto la gloria di rappresentarvi... Nel momento in cui

domandammo all'Eterno ci facesse conoscere che i nostri voti gli erano

accetti, e mentre il nostro maestro era in mezzo dell'aria, è comparso

senz'esser evocato il primo filosofo del Nuovo Testamento, e ci ha

benedetti dopo essersi prosternato avanti alla nuvola azzurra, della

quale abbiam ottenuto l'apparizione; e sopra quella si è elevato. I due

gran profeti e il legislatore di Israele ci han dato segni sensibili di

loro bontà, e dell'obbedienza ai vostri ordini».

Pretendesi che Cagliostro avesse inventato la cifra L. P. D., adottata

allora dai massoni, e significasse _Lilia Pedibus Destrue_, cioè la

ruina dei re di Francia.

[432] _Ego claritatem quam dedisti mihi, dedi eis_.

[433] Chi assistette a sedute magnetiche o spiritiste non trova niente

di strano in questa operazione «tenuta nella L=L sabato dodicesimo

giorno del secondo mese dell'anno tremila cinquecencinquantotto, diretto

dalla venerabile Saba II.

«Dopo le dimande consuete, li sette angeli con le loro cifre stanno

davanti al pupillo:

D. Di loro che un amico del maestro N. essendo passato di qui, e dovendo

rivenire domani, ha attestato al nostro compagno venerabile Alessandro

II, il desiderio di vedere le nostre operazioni di loggia: che abbiamo

ricevuto a quell'oggetto gli ordini del nostro maestro, li quali non

essendo abbastanza chiari, noi gli domandiamo se esso possa chiarirceli,

e se a quest'effetto dobbiamo pregare il G. C. (Gran Cofto) istesso di

favorirci della sua presenza.

R. Io vedo venire la morte del G. C.; egli ne scende: viene accanto a

me, io gli ho baciato la mano; ho ancora la sua cifra sul petto.

D. Che la maestra scenda dal trono e lo saluti in suo nome, e di tutta

la L=L ringraziandolo della grazia che si compiace farci.

R. Saluta ancora colla sua spada, fa un circolo nell'aria, pronuncia la

parola _Eloim_, e mette la punta della sua spada in terra.

D. Digli rispettosamente che il suo amico ecc. Lo preghiamo volerci

prescrivere quello abbiamo da fare.

R. Potete farlo entrare nella L=L, tenergli un discorso, poi far

lavorare Alessandro. Ecco tutto...

D. Se dobbiamo farlo operare nella caraffa o entrare nel tabernacolo...

R. Meglio farlo operare come sin ora; altrimenti potrebbe andar male...

D. Tutta la L=L desidera che tutto sia riuscito a sua intera

soddisfazione.

R. Saluta con la spada...

D. Se vi sono ancora ordini o consigli da darci...

R. No.

D. Andiamo pregarlo di darci la sua benedizione.

R. Stende la mano e la dà di tutto cuore.

D. Ringraziatelo. E voi, fratelli e sorelle, ricevetela. Gli angeli sono

ancora con te?

R. Sì.

D. Mettiti a ginocchio, e di' loro di far l'adorazione con noi, e

raccomanda loro la L=L.

[434] Vedansi _Confessions du comte de Cagliostro, avec l'histoire de

ses voyages_. Parigi 1748.

_Mémoires authentiques pour servir à l'histoire du comte de Cagliostro_.

Strasburgo 1786.

_Compendio della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il conte

Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma

l'anno 1790, e che può servire di scorta per conoscere l'indole della

sètta de' Liberi Muratori_. Roma 1791.

N'è quasi traduzione la _Vie de J. Balsamo, extraite de la procédure

instruite contre lui à Rome_. Parigi 1791.

SAINT-FELIX, _Aventures de Cagliostro_. Parigi 1856.

FIGUIER, _Histoire du merveilleux,_ tomo V. Parigi 1860.

L'abate Fiard nella _Francia ingannata dai maghi e dai demonolatri_ fa

del Cagliostro un vero spirito infernale, come Mesmer, Comus, Pinotti.

Il famoso Mirabeau ha una _Lettre sur mm. Cagliostro et Lavater_, ove li

tratta da ciarlatani; mostra i pericoli a cui si espone la società

coll'esaltare le immaginazioni: e poichè si ciancia di tolleranza,

conchiude: «Tollerate Cagliostro, tollerate Lavater, ma tollerate pure

quelli che li denunziano come insensati perchè ripugna il dichiararli

birbi».

[435] Vedi una sua lettera del 1761.

[436]

Vedrò, vedrò dalle malnate fonti

Che di solfo e d'impura

Fiamma, e di nebbia oscura

Scendon l'Italia ad infettar dai monti,

Vedrò la gioventude

I labbri torcer disdegnosi e schivi ecc.

[437] Vedi il nostro Discorso XXXI, nota 8. Che conto si facesse del

medioevo lo indica uno de' più ingegnosi e dotti francesi, il presidente

De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia

del 1740, narra aver veduto nella biblioteca di Modena il Muratori.

«Trovammo questo buon vecchio, co' suoi quattro capelli bianchi e la

testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a

capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo d'un cumulo di

antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane; chè davvero io non so

risolvermi a chiamare antichità ciò che riguarda que' villani secoli

d'ignoranza. Non mi immagino che, fuor della teologia polemica, v'abbia

cosa più stomachevole di questo studio. È fortuna che v'abbia alcuni che

vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso

d'imitarli».

[438] Già il Summonte (_Istoria della città e regno di Napoli_, lib. I,

c. XI) scrive che oltre le parrocchie... sono in Napoli più di cento

cappelle, edificate da cittadini presso le loro case, servite da preti

secolari, tra le quali, dodici ne sono sotto il governo di diverse

comunità de' forestieri, come Spagnuoli, Catalani ecc.».

[439] Dopo che Tommaso Campailla avea formato un poema sulle idee di

Cartesio, Tommaso Natale ne fece un altro sulle idee di Leibniz, e che

fu proibito dal Sant'Uffizio.

[440] Anche ai giorni nostri Göschel, Weis, Bromis, Fichte juniore, Rust

ed altri tedeschi cercano conciliare l'hegelianismo col cristianesimo,

introducendovi la personalità di Dio e l'immortalità dell'anima.

[441] Opere sue principali sono:

_Ricerche sulle ricchezze del clero_. Ferrara 1776.

_Emilio disingannato_. Siena 1783.

_Del buon uso della logica in materia di religione_. Foligno 1787. Son 3

volumi che contengono 37 dissertazioni.

_G. G. Rousseau accusatore de' nuovi filosofi_. Asisi 1798.

_Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali_. Gand 1815.

DISCORSO LIII.

PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI

GESUITI.

Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e

Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo;

quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla

pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica

semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò

ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi,

d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame».

Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una

rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo

sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e

imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà

popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la

propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo

dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e

separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal

pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico

d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza,

la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo

scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della

filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire

alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece

di fortificare la giustizia, giustificar la forza.

Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove

particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti

della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli

intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed

in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo

che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della

Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a

questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza

potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la

piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per

le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i

duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le

diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero

quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di

cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero

tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini

cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato;

tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una

metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin

i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a

venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con

ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più

importanti[443].

Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire

il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere

egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non

mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col

titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema

signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa

ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono

dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a

sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella

devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche;

puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe

protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea

reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese;

solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile,

onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un

miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di

Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco,

benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni

romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il

Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo

Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò

la _Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour

de Rome_ (Amsterdam 1716).

Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti

forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di

Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle

pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la

gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica,

donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.

L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è

condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un

bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con

esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre

inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse

graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di

esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato;

del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per

gl'interessi della Corona.

— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia:

(rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».

Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani

lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il

Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti

ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato

altra podestà fuor della propria.

— Ma se così operassero, che diventerebbe l'autorità della Chiesa?»

dimandò il principe.

— Diventerebbe una chimera qual è veramente».

— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di

chimera l'autorità che i papi tengono da Dio?»

— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale

autorità, non che venire da Dio, è repugnante al Vangelo».

— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la

tranquillità pubblica?»

— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l'impresa fosse

assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia

ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i

dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe

agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»

Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le

sue ragioni avessergli fatto colpo, ma per restarne meglio convinto

occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per

pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza

provarla.

E il Radicati si pose all'opera, e già avevala ben avanzata quando si

sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re

nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private:

credea che i magnati della Corte stessero seco sul grave, che frati e

preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette.

Son fantasie, con cui si piacciono alcuni di mostrarsi perseguitati:

fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in

Inghilterra. Il marchese d'Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli

fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, che

nulla a temere v'aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione.

Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di indugiare finchè

al re non avesse presentato il libro, del quale tanto si parlava, ancor

prima che comparisse. E il Radicati, datovi l'ultima mano, lo spedì a

Torino.

Ma ecco il ministro intimargli che sua maestà era indignata gli avesse

spedito uno scritto siffatto, e che non potrebbe più conservare seco

relazione: i beni suoi, come di nobile migrato senza consenso regio,

furono confiscati.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 56 / 101 段