Or di Cristo vediam se la severa

Dottrina, a lato all'indottrina tua

Debba, o Voltero, dirsi una chimera.

In poppa ha il vento, e spinta pur la prua

Non ha della tua frale nave al lido

Colui che più ne' dogmi tuoi s'intua.

Ci vuol altro a cacciar Cristo di nido,

Che dir che ella è una favola; fa duopo

Favola ordir di non minore grido.

Sani precetti ed a sublime scopo

Dà norma l'evangelica morale,

Nè meglio mai fu detto, nè anzi nè dopo.

Stanco il mondo d'un culto irrazionale

E stomacato da schifosi altari,

Su cui sempre scorrea sangue animale:

Di un sol Dio maestoso e appien dispari

Da' suoi fin là mal inventati Dei,

I non fetidi templi ebbe più cari.

Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei

A salvar l'uman genere, piuttosto

Che in Giove fatt'un tauro a furti rei.

Non mancarono serj campioni della verità, ma poco letti. Francesco

Manzoni pubblicò «Cinquanta motivi per indur gli eretici a venir alla

Chiesa» ed ebbero l'onore d'essere bruciati a Londra. Era milanese, come

Taddeo Caloschi, che fece un _Esame del protestantismo_, e Nicola

Gavardi, che confutò la _Concordia del sacerdozio e l'impero_ di Pier

Della Marca, Giovanni Trombelli ( — 1784) bolognese scrisse

sapientemente _De Cultu sanctorum_, e lo difese contro il Kiesling di

Lipsia con tale urbanità, che questi il chiese amico. Contro lo

Schœlhorn campeggiò il cardinale Quirini, valendosi di molti documenti,

non accessibili ad altri, per difendere i cardinali Contarini e Morone,

Paolo IV ed altri.

Costantino Roncaglia (1677-1737), oltre una teologia, descrisse le

variazioni delle chiese protestanti e gli effetti delle riforme di

Lutero e Calvino e del giansenismo. Vincenzo Lodovico Gotti bolognese

domenicano (1674-1742), dappoi cardinale, nell'opera _De vera Christi

ecclesia_ confutò Jacobo Picenino ministro a Coira, che nell'_Apologia

della religione riformata_ e nel _Trionfo della vera religione_ avea

malmenato la Chiesa nostra; come confutò un trattatello di Le Clerc

sulla religione cattolica.

Contro il Picenino stesso difese il culto delle immagini Luigi Andruzzi

ciprioto, e l'infallibilità del papa nelle decisioni di fede. Cesare

Amedeo Bonaventura calabrese diede una voluminosa confutazione di tutte

le eresie. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli confutò il Fleury, e

scrisse _La Religione vittoriosa_ e _Interesse della religione

cattolica_. Aggiungiamo i lavori del Mansi sui Concilj, dell'Orsi sulla

storia ecclesiastica; Gaetano Travasa bassanese che diè la storia

critica della vita degli eresiarchi; il Massini da Cesena che fece le

_Vite dei santi_, Antonio Sandini vicentino quelle di varj papi; Vito

Coco dei Siciliani: Mittarelli e Costadoni veneti gli Annali de'

Camaldolesi; Benedetto Trombini quelli di Certosini, Mamachi le origini

e antichità cristiane; Flaminio Corner la storia ecclesiastica di

Venezia. Giuseppe Bianchini veronese diede molte edizioni de' santi

padri, e nelle _Vindiciæ canonicarum scripturarum vulgatæ latinæ

editionis_ porge la storia de' codici più rari e delle versioni della

Bibbia e l'evangelario nella traduzione italica.

Il pio prevosto Lodovico Muratori, nelle opere per le quali è detto

padre della storia italiana, ebbe frequenti occasioni di difendere la

Chiesa, ma non favorì le pretensioni temporali del papato, anzi sostenne

l'imperatore e i principi d'Este nelle ragioni che allegavano sopra

Cervia e il Ferrarese ed altri possessi, contro la santa sede. Varie

delle opere sue sono specialmente religiose. Nella _Liturgia romana

antica_, stampando tre sacramentarj di san Leone, Gelasio papa e

l'antico Gregoriano, pose in chiaro i riti primitivi di Roma a confronto

di quelli d'altre chiese. Nel libro _De ingeniorum moderatione in

religionis negotio_ porge buoni canoni di critica in fatto di

controversie religiose e sul contegno de' censori. Contro Giovanni Le

Clerc difese sant'Agostino; opera molto difusa e ristampata, ma in

un'edizione parigina essendosi alterate alcune frasi, in modo da far

parere che l'autore aderisse alle opinioni gallicane, egli se ne dolse,

protestando ammettere assolutamente l'infallibilità del papa.

L'immacolata concezione di Maria era già asserita dai più; anzi in

Sicilia una compagnia professava il voto sanguinario, cioè di sostenere

quell'opinione anche col sangue. Il Muratori disapprovò tale eccesso;

del che gli si sollevarono incontro molti, e principalmente il siciliano

gesuita Francesco Burgio, col nome di Candido Partenotimo. Il Muratori

si difese nel libro _De superstitione vitanda_ col pseudonimo di Antonio

Lampridio, ma non che sopire, invelenì la quistione. Anche il libro

_Della regolata devozione_ gli suscitò molti oppositori, tra' quali il

cardinale Quirini: fin dal pulpito si predicò contro di esso, e fu

denunziato alla Congregazione dell'Indice: ma questa, dopo morto

l'autore, lo dichiarò immune da censura, e la dottrina di esso _pia e

cattolica_[437].

La morale cristiana (_De actibus humanis_) di Giovanni Antonio Ghio,

professore a Torino, fu forse la sola che gl'Inglesi traducessero in

loro lingua dopo separati da noi.

Alfonso De Liguori napoletano, da avvocato messosi prete, predicava

semplice e chiaro; e austero a sè, mansueto ai peccatori, tutto opere di

santificazione e carità, tornò in credito l'educazione popolare, che

aveano cessato di dare gli Oratoriani, ed ajutato dal cardinale Sersale,

arcivescovo, estese le _cappelle serotine_ sicchè da cento n'avea la

sola Napoli con forse trecento uditori ciascuna, ove, terminate le opere

del giorno, ai giovinetti impartivasi istruzione morale da maestri

laici, secondo un antichissima consuetudine napoletana[438], che il

secolo nostro osteggia inesorabilmente. Il Liguori lasciò un corso di

teologia morale, che divenne classico, procurando l'esatta osservanza

de' precetti della Chiesa e di Dio, senz'aggiungere altri obblighi. Fu

esaltata forse di là dal merito perchè venne opportunissima a

contrapporsi al rigorismo dei Giansenisti, e perchè raccoglie e coordina

tutte le leggi ecclesiastiche positive, riuscendo comodissima a quelli

che non vogliano faticarsi nel trovare, contentandosi d'applicare.

Realmente copia affatto il Busembaum, aggiungendovi qualche erudizione e

molte nozioni pratiche per la guida delle coscienze. L'appuntano poi di

mancare di chiarezza, di deduzione logica e di sistematica coerenza;

nelle controversie non coglie il nodo della quistione, nè sempre

mostrarsi esattissimo, p. e. intorno alle restrizioni mentali,

all'intenzione morale, al giuramento. Ha pure una storia delle eresie,

ma piuttosto a edificazione che ad istruzione; e meglio giova l'_Opera

dogmatica contro gli eretici pretesi riformati_, dove espone ciò che,

sovra i singoli punti, fu definito dal sinodo tridentino.

Giuseppe Guerrieri di Cremona, essendogli proibito di amministrare

frequentissimo la comunione ad alcune devote durante la messa, ostinasi

che questo fosse _inviolabile diritto_ de' fedeli; il vescovo gli impone

perpetuo silenzio, ed egli tergiversa, cerca adesioni, fa firmare

ricorsi: in fine il papa lo trasferì canonico a Busseto, ma nella

enciclica _Certiores_ dichiarò che all'integrazione della messa non era

necessario comunicar i fedeli, bensì lodevole lo facciano qualora non si

sturbino altri atti di pietà. Altri ci verranno nominati parlando de'

Giansenisti.

Tra i filosofi poco abbiamo a gloriarci, lo Scarella bresciano combattè

e gli scolastici e gli scettici, conciliando i principj della

contraddizione e della ragion sufficiente. Ermenegildo Pino milanese

professò rivelata la parola. Antonio Genovesi napoletano (1712-69) aderì

alle dottrine materiali, ma dagli eccessi lo rattenne l'esser abate; e

la Corte vietò di recargli disturbi, benchè un consesso di teologi

l'appuntasse di proposizioni eterodosse. Prevedeva che, «andando tanti

beni a ingrassar le budella de' frati, ben tosto questi ingojerebbero

tutti i possessi, e ridurrebbero i baroni a servi della gleba!»

Il padre somasco Francesco Soave di Lugano colle migliori intenzioni del

mondo appestò le scuole di vulgare sensismo, parte traducendo, parte

rimpastando le miserie di Locke e di Condillac.

Appiano Bonafede, non abbastanza ponderato autore della _Storia ed

indole d'ogni filosofia_, batte sempre le dottrine machiavelliche e

irreligiose, e i moralisti della materia organizzata, recalcitranti

contro i missionarj del vero; e compassionando i «vagabondi smarriti per

le selve del caso e per li deserti del nulla», proclama che «senza

l'ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra».

Distinto ricordo merita Vincenzo Miceli (1733-81) di Monreale, che da

Leibniz e Wolf cavò un nuovo sistema metafisico[439]. L'ente per lui è

una forza viva interiormente ed esteriormente, che agisce in perpetua

novità, e comprende la trinità di onnipotenza, sapienza, carità. In esso

trovasi ogni cosa: la sua continua azione si termina sempre in nuovo

esternamento dell'onnipotenza, quasi veste di cui Dio s'adorna. Le anime

sono modi della cognizione sperimentale della sapienza. Tutto in sè è

buono: il peccato si riferisce all'ordine che è fatto dai limiti

dell'onnipotenza, onde non può redimerlo che l'onnipotenza stessa.

Vi riconoscete il fondo delle dottrine di Giordano Bruno. Ma a

differenza di questo, nega che il mondo sia Dio, perchè non è

onnipotenza, sapienza, carità; il suo Dio può star senza il mondo, che

n'è solo il vestimento; e Dio è personale, libero, perfettissimo. In

somma ripudia il panteismo, ma vi giunge per conseguenza: se non che il

suo panteismo viene dal considerare come nulle le cose a petto a Dio,

temendo che il darvi sostanza ne faccia tanti enti, sussistenti per sè.

Non dilegua l'essere di Dio, bensì l'essere del mondo: sicchè sarebbe un

tentativo di innestare lo spinosismo colle dottrine cattoliche, nelle

quali esso professavasi irremovibile[440].

Vincenzo Tommaso Moneglia fiorentino (1680-1767) entrato ne' domenicani

di San Marco, lasciossi indurre a fuggire a Londra, ma poi reduce e

pentito, lavorò dai pulpiti e in biblioteche, sebben sempre cinico e

stravagante; sostenne, contro i Bollandisti, che la devozione del

rosario è dovuta a san Domenico; contro i fatalisti, difese l'opinione

di san Tommaso sulla libertà umana; ribattè i materialisti, e

principalmente l'_Esprit_ di Elvezio.

Contro i filosofisti e il diritto acattolico, scrissero Marco Zaguri

vescovo di Vicenza un _Piano per dar regolato sistema al moderno spirito

filosofico_: il vescovo di Crema Antonio Gandini _Le verità di teologia

naturale e le verità cattoliche_; Alessandro Tassoni di Collalto in

Sabina (-1818) la _Religione dimostrata e difesa_: Antonio Valsecchi, il

padre Roberti di Bassano, Troilo Malipiero in quattro _Notti_ in verso,

e il conte Giovanni de Cattaneo nella _Uranide_ batterono atei e

macchiavellisti. Il più ingegnoso, dotto e profondo avversario dei

filosofisti del XVIII secolo, Sigismondo Gerdil (-1802), nato fra le

alpi savojarde ora strappate all'Italia, ma educato italianamente, e che

in italiano non inelegante scrisse le principali sue opere.

Nell'_Introduzione allo studio della religione_ toglie a provare che i

maggiori ingegni fiorirono senza la vantata libertà del pensare: contro

gli empirici difende la scuola di Pitagora; contro Locke l'immortalità

dell'anima e delle idee; contro Raynal la religione; contro Hobbes la

immaterialità dell'essere pensante; contro Rousseau le buone pratiche

d'educazione; contro i pregiudizj aristocratici combatte il duello,

contro i pregiudizj filosofici la libertà e l'eguaglianza.

Monsignor Alfonso Muzzarelli ferrarese (1749-1813), soppressi i Gesuiti

a cui s'era aggregato, s'applicò tutto agli studj, prese la direzione

del collegio de' nobili a Modena, poi Pio VII lo fece penitenziere, e

l'ebbe seco nella prigionia. Confutò il _Contratto sociale_, fece

l'_Emilio disingannato_: meriterebbe esser riprodotto il suo _Buon uso

della logica in materia di religione_, ove mostra che il cristianesimo è

tutt'altro che opposto al bene della società[441].

Che però mal si scegliessero i difensori appare dall'esser Nicolò

Spedalieri di Bronte (1741-95) eletto a combattere i filosofi, come il

rispondere sopra la nunciatura si era affidato al cardinale Campanelli,

nulla più che formalista e legulejo. Lo Spedalieri, nel libro dei

_Diritti dell'uomo_, per confutare i nemici ricorre alle loro armi,

transigendo colle idee di moda; accetta modificandola la teorica di

Rousseau d'un contratto sociale, _patto non fatto_, a pruova del quale

strascina i passi biblici; mette scopo della società civile la felicità,

sebbene conchiuda ch'essa non può trovarsi senza una religione, non solo

naturale ma rivelata. Così accetta il diritto pubblico protestante,

benchè ne impugni le conseguenze, e scalza l'idea d'autorità mentre vuol

consolidarla. Ai Giansenisti avventa tutte le infande accuse che

sogliono i partiti; essi framassoni, essi atei, o se v'ha di peggio.

Molte opinioni di lui ribattè Vincenzo Palmieri nell'_Analisi ragionata

de' sistemi e dei fondamenti dell'ateismo e dell'incredulità_.

Dall'istesso concetto di cavare l'antidoto dalla vipera nacque il

pensiero di tradurre a Lucca l'_Enciclopedia_, mettendovi delle note che

tranquillassero gli scrupoli; e l'arcivescovo Mansi aveva assunto di

correggere così gli articoli di scienze sacre; appunto come chi credesse

neutralizzare l'arsenico con una presa di zuccaro.

Meglio l'abate Zorzi veneziano avea divisato un _Enciclopedia italiana_

da opporre alla francese, e mandò fuori per programma un albero delle

scienze, diverso dal baconiano, con due articoli di capitale importanza,

sulla libertà e sul peccato originale; chiese a collaboratori i migliori

ingegni d'allora, ma la sua morte mandò a vuoto un'impresa, ove l'Italia

sarebbe potuta mostrarsi meglio che nel tenue assunto, cui troppo spesso

si rassegna, di compendiare e tradurre.

NOTE

[408] Sul modo come opera la Grazia si conoscono sette principali

sistemi; quello de' Tomisti; quello del Molina; quello de' Congruisti;

del Tommassino; degli Agostiniani; del padre Berti; dei cardinali De

Noris e Tournely, seguìto dal Liguori.

I Tomisti oltre la Grazia sufficiente, che all'uomo dà il poter fare il

bene, ammettono la Grazia per sè efficace, la quale dà il farlo

effettivamente: e considerano questa necessaria ad ogni opera buona, sia

nello stato di natura innocente, sia di corrotta; la predeterminazione

fisica ad ogni opera buona essendo indispensabile ad ogni atto della

creatura, giacchè Dio è causa prima e primo motore degli atti delle

volontà create.

Il padre Molina non ammette Grazia per sè efficace, giacchè questa

toglierebbe la libertà dell'uomo; ma vuol che, ogni Grazia attuale

provenendo da Dio, sufficientemente conferisca alla nostra volontà la

forza d'operare attualmente, coll'arbitrio di valersene o no;

valendosene la rende efficace; se no quella rimane inefficace.

I Congruisti ripongono l'efficacia della Grazia nella congruità delle

circostanze in cui essa vien data alla persona che deve operare: poste

le tali circostanze, Dio prevede che l'attrattiva della sua Grazia farà

effetto sull'anima di quella persona, la quale se ne lascerà vincere e

farà il bene: se no, non opererà.

Il padre Tommassino pone l'efficacia della Grazia nel concorso di molti

ajuti estrinseci e intrinseci, coi quali essa circonda la volontà

dell'uomo, in modo di determinarne il consenso moralmente, non

fisicamente.

Gli Agostiniani dicono che, nello stato d'innocenza, la Grazia fu

versatile, determinandosi dal consenso dell'uomo; ma nello stato di

natura decaduta è necessaria la Grazia per sè efficace, acciocchè l'uomo

possa far il bene, attesa la debolezza venuta dal peccato originale.

L'efficacia della Grazia consiste nella dilettazione _assolutamente_

vincitrice, per la quale non fisicamente, ma moralmente la volontà è

determinata.

Giansenio porrebbe l'efficacia della Grazia anche nella dilettazione

_relativamente_ vincitrice; se la celeste supera la terrena, vince; no

se al contrario. Ma il padre Berti sostiene che la dilettazione maggiore

vince sempre, pure non necessita al consenso. Così pure il Noris.

Il Liguori mette bensì che, per operare il bene e adempiere i precetti,

non basta la Grazia sufficiente, ma vi bisogna la efficace, la quale

determina la volontà umana a operar il bene; e la determina le più volte

per la dilettazione vincitrice, e talvolta per motivi diversi, speranza,

timore ecc.; ma la Grazia sufficiente dà a ciascuno l'attività di

pregare se vuole; e colla preghiera si ottiene la Grazia efficace.

[409] Nel 1755 stampossi in Cairoan per Sidam Bouvé, un _Dialogo fra san

Domenico e sant'Ignazio sopra il probabilismo_, versi di poco valore,

ove san Domenico si duole dei Gesuiti per

Quella che mossero

Colaggiù in terra

Al più probabile

Ingiusta guerra;

e sant'Ignazio conviene che dal probabilismo deriva l'ateismo, che con

esso si rende lecito ogni atto, giusto ogni contratto.

A donna nobile

Si porge un'esca

Che non concedesi

Alla fantesca.

Con quella zucchero

S'adopra e miele,

Con questa assenzio

E amaro fiele.

Teatri e veglie

E l'aer bruno

Nuocer non sogliono:

Nuoce il digiuno;

e recita le parole ch'e' disse morendo a' suoi, raccomandando

Dunque si solchino

Le vie più pure,

Le più probabili,

Le più sicure.

E per non perdere

Il ver cammino

Guidar lasciatevi

Dal Sol d'Aquino.

[410] Grandi contese ebbe Roma, massime coi principi tedeschi, per la

residenza e giurisdizione de' nunzj e legati, la libera loro

comunicazione col papa, le cause territoriali, beneficiali, giudiziarie

di loro competenza; ben vedendo i settarj che il rimuovere i

rappresentanti della santa sede equivaleva a respingere il potere, la

voce, l'azione di essa, relegandola in Vaticano. A tale scopo i

cortigiani adulavano i principi ecclesiastici di Magonza, Treveri,

Colonia, Salisburgo; i quali talvolta protestavansi a Roma fedeli,

mentre esortavano Cesare ad abbatterla. Nel conciliabolo di Ems l'agosto

1786 stesero un progetto, nel quale formulavano le usurpazioni da far

sopra Roma, sottraendo alle nunziature i giudizj, le dispense, le

appellazioni, e costituendo il despotismo de' vescovi principi. Pochi

anni dopo, la Rivoluzione soffiava via tutti questi ambizioselli.

La quistione è ben esposta in AUDISIO, _Diplomazia ecclesiastica_, pag.

35 e seg., ove pruova come le nunciature fossero un gran mezzo, 1º per

fondar la società cristiana, 2º per conservarla, 3º per restaurarla.

[411] Vedi qui sopra, a pag. 316. Alla assemblea del 1682 di Francia e

alle quattro proposizioni fu opposto il _Regale sacerdotium romano

pontifici assertum, et quatuor propositionibus explicatum, auctore_

EUGENIO LOMBARDO _sacræ theologiæ et juris utriusque doctore_, 1686. È

opera di Celestino Sfondrato, e se non fosse il modo alquanto

pretenzioso e l'essere scritto in latino, non iscapiterebbe punto a

fronte della _Difesa_ di Bossuet.

[412] Il siciliano avvocato Brusoni stampava l'_Epitome dei diritti_

dell'uomo, ove cerca che i principi usurpino tutta la podestà della

Chiesa; quindi la podestà del principe sia usurpata dal popolo;

finalmente nel torbido popolare noi soli ripescheremo l'uno e l'altro

potere.

[413] Vedasi ciò che dicemmo a proposito del De Dominis, nel Discorso

XLVI, p. 191.

[414] Sant'Agostino, in quello stesso sermone 295, soggiunge: _Pene

ubique solus Petrus totius Ecclesiæ personam meruit gestare_. E nel

sermone 13: _Petrus Ecclesiæ figuram portans, apostolatus principatum

tenens_. E nel trattato 124: _Petrus apostolus, propter apostolatus sui

primatum, Ecclesiæ gerebat, figurata quadam generalitate, personam_.

[415] La dedica a Benedetto XIV era siffatta: «vostra santità vorrà

perdonarmi la libertà che prende uno de' più umili, uno de' più grandi

ammiratori della virtù, di consacrar al capo della vera religione uno

scritto contro il fondatore d'una religione fallace, barbara. A chi

potrei più convenevolmente dirigere la satira della crudeltà e degli

errori d'un falso profeta che al vicario e all'imitatore del Dio della

pace e della verità? vostra santità degni permettere ch'io metta a' suoi

piedi il libro e l'autore. Oso domandarle la sua protezione per l'uno e

per l'altro. Coi sentimenti della più profonda venerazione mi prostro e

bacio i vostri sacri piedi».

[416] Lettere 24 giugno 1761, 28 febbrajo 1764.

[417] Lettere 23 giugno 1760, 18 luglio 1760, 20 aprile 1761, 4 marzo

1764, 1 giugno 1764.

[418] Joly de Fleury, primo avvocato generale, nel 1759 domandando la

proibizione dell'Enciclopedia, diceva: «Qual giudizio porteranno i

secoli avvenire del nostro, guardando alle opere che produce! quanto non

è penoso alla religione che dal suo grembo esca una setta di pretesi

filosofi, i quali, abusando del talento più capace di degradare

l'umanità, divisarono l'infame concetto di riformare, o a dir più

giusto, svellere le prime verità scolpite ne' nostri cuori dalla mano

del Creatore, distruggere i dogmi dal divin Riparatore insegnati,

abolirne il culto, proscriverne i ministri, stabilire infine il deismo,

il materialismo, lo scetticismo, il panteismo».

Un testimonio non dubbio, Eugenio Sue, riprova questa _école dont

Voltaire était le chef: école stupide ou menteuse, qui attaquait le

Christ et sa religion au nom du peuple et de la liberté... le Christ

dont l'œuvre tout entière se résumait par ces deux mots_, LIBERTÉ,

CHARITÉ... _le Christ qui était mort pour le peuple... le Christ qui

faisait tomber les chaînes des esclaves... le Christ enfin qui

substituait l'avenir au néant, l'espérance au désespoir, l'amour à la

haine, la communion à la personalité_: e si meraviglia di coloro che

fanno _l'apothéose à Voltaire, à celui qui a insulté la France dans la

gloire la plus pure et la plus chaste; à celui qui s'est roué, en

écumant, sur Jeanne d'Arc comme ces libertins ignobles et impuissants,

qui injurient ce qui ils n'ont pu deshonorer_. Vigie de Koat-ven. L.

III, c. 7, lib. VII, c. 7.

All'occasione della statua che si propose d'erigerli, fra altri scritti

va distinto quello di C. F. Chevé.

L'Enciclopedia (Lausanne, 1779), che occupa trentadue colonne alla voce

_Hermafrodite_ e appena sei a _Hérésie_ e _Hérétiques_, riflette bene

che la voce _Eresia_, da ἅιρεω scelgo, equivale a classe, sètta, e non

ebbe dapprincipio verun senso cattivo; san Paolo, per propria difesa,

dice ch'egli apparteneva alla sètta farisea, la più stimata; eresia

cristiana si disse dapprincipio la nostra; e le prime sètte che vi

nacquero non teneansi offese dal nome d'eresia, ch'era cattivo solo in

vista degli errori che proclamasse.

[419] Voltaire, in lettera del 1768 al marchese di Villevieille dice:

«L'Italiano che ha scritto _La Riforma in Italia_ non prese cura d'andar

a presentarla al papa, ma il suo libro ha fatto un effetto prodigioso».

[420] Neppure il Melzi dà il nome di questo autore: solo reca un libro

intitolato _Aurora della libertà_, commedia dedicata ai veri piemontesi

democratici (Eridania, anno IX, cioè Torino 1802) che attribuisce al

conte Caisotti di Chiusano.

[421] Opere sue: _Elogi filosofici di due celebri fiorentini Sallustio

Antonio Bandini e dottor Redi_.

_Piano d'istruzione pubblica._

_Trattato dell'imposta._

_Ricerche sulla scienza del Governo_ (trad. in francese da Guilloton.

Beaulieu 1795).

_Mémoires sécrets et critiques des Cours, des Gouvernements et des mœurs

des principaux Etats de l'Italie_. Paris 1793.

In queste racconta che il cardinale Orsini _parait persuadé que le pape

pourrait, en se restreignant à la possession d'une partie de l'Italie,

former avec les autres souverains qui la composent un pact fédératif,

dont le resultat serait une république, infiniment supérieure à celles

qui ont existé jusqu'ici, et surtout à l'Empire que l'on s'obstine à

appeller romain... C'est dans le developpement de ce système qu'Orsini

deploie son éloquence verbeuse_.

Il Botta, che sceglie senza critica le autorità, ripete questo _disegno

di suprema importanza per l'Italia_. Ognuno vi ravvisa il progetto che

poi volle attuarsi nella pace di Zurigo, e che si perdette nell'unità.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 55 / 101 段