attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri
paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale
e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo
primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna
della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo;
appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità,
sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano
coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare,
facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse
necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero
comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non
rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici
piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto
non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o
deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo
spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità
volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al
soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè
vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano
della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e
trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e
sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni
romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della
religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino
dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato»,
meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi
l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne
danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio.
Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più
applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».
E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il
costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti,
chiamandoli persino abominevoli e infami; dedicava la sua _Merope_ al
nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava
una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV
dedica la sua tragedia _Maometto_, chiamandolo _decus et pater orbis_ e
baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è
di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà
tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e
Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva:
«Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio
che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di
tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a
Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero
cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi
rinfacciano non so quali _Lettere Filosofiche_: la più parte di quelle
stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury
quelle che falsificarono così indegnamente» (_ottobre_ 1743): e intanto
a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che
potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che
restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».
E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame»,
cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame:
qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot:
«Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate,
ma si può andare _per domos_ a spargere il buon seme»: e «Il primo dei
doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla
Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un
momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il
miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia
d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un
confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando
voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana;
_piccole facezie_, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè
non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.
Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una
scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio,
volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo
coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi
sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della
giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come
frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone
alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri
di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si
fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e
principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.
Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di
Rousseau i nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava
dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non
secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici
prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che
innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si
vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo
libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di
clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo
dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo,
furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada
alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.
Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della
conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso
e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero.
Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da
carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per
Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè
riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione
che la stima de' concittadini.
L'espressione più significante della filosofia d'allora fu
l'_Enciclopedia_, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più
paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per
gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il
sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e
l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore
dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi
bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e
storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare
contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo
orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non
consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma
di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la
persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per
usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella
miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i
principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata
sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici,
adulando il male e cercando abolire le coscienze.
I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello
spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi
assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un
applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle
loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le
lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano
paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli,
avvocato di Modena, avea scritto un _Saggio_ intorno al luogo ove
seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e
«Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui
per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i
Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli,
direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato
il suo libretto sui _Delitti e le Pene_, del quale era ben lontano di
supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli
parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet,
adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai
libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti
d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione
fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che
nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono
mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle
mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la
mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle _Lettere
Persiane_. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è
quella d'Elvezio».
Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato _lo
Spirito_ di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins
l'humanité sont sans contredit les Italiens».
Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di
origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore
delle _Lettere di papa Ganganelli_; opera migliore dell'altre sue, onde
taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale
neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero
l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche
moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato
dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva
dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.
Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama
colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani
napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto
i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di
moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il
paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per
isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il
disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non
frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de'
suoi padri.
A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della
Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il
mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri
provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine
che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi
suggerivano. Colà uscì nel 1766 _Del celibato, ovvero riforma del clero
romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R._, e a Venezia, o
almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e
alla Chiesa.
Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò
giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per
viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta
società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo
fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo
del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.
Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò _Dei mezzi di
riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia_;
giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il
pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a
Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma
nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati,
papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i
principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali
togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee
che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche
scurrili, a imitazione di Voltaire.
E imitazione di Rousseau sono _le Riflessioni di un italiano sopra la
Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i
vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de'
principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni
sulla medesima_, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da
alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al
Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola
l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro
scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare,
aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si
rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre
camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima
aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato,
l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà
del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di
repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a
impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per
surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime
contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.
Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal,
da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà,
applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di
peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a
suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come
dottrina cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre
protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non
credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati
faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa
sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai
frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare,
catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto
l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna
riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che
il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace;
quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il
lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro
effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».
Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte
romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un
abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e
pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta
maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto
dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli
avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo
miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò
astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che
ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e
svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa
dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi
s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro
Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è
stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o
cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e
perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via
sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo
Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di
fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come
usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze
e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico
compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo,
desunta da fonti ben conosciute.
Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si
ristampò a Torino nel 1852.
Suo pur credo il libro _Di una riforma in Italia_, stampato a
Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786
colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti
novelle.
«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli
abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter
essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante
chiericuzzo o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito».
E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia:
«Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di
scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al
decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io
cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona
cattolica non si convengano».
Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del
culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi
padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto
canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per
intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del
popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura,
delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].
Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: _All'Italia
nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali.
Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto
dagli antichi che dai moderni scrittori_. Milano, 1796. È senza nome
d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato _Enrico
marchese l'Aurora_[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione,
con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di
perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo
a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve
l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col
solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto
dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i
preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a
vita, e il doppio se si maritano.
Il cittadino Spanzotti nei _Disordini morali e politici della Corte di
Roma esposti a nome de' zelanti dell'ecclesiastica libertà_, alla
santità di Pio VI, (II edizione, Torino anno IX) ripone questi disordini
nel dominio temporale, nella monarchia papale e nel ridicolo vanto
dell'infallibilità; donde vennero le pessime conseguenze che l'autorità
de' vescovi derivi dal papa, che il papa possa esercitare autorità nella
diocesi altrui, che possa riservarsi le cause maggiori, e conferire
benefizj esistenti nel territorio de' vescovi, esigere annate, ricevere
appellazioni, assoggettar tutte le chiese alla disciplina romana, esser
superiore al Concilio, poter dispensare dalle leggi universali,
accordare indulgenze, canonizzare i santi. Per fomentare tali disordini
esso si valse de' cardinali, de' preti, de' regolari, della cattedra di
canoni nell'Università di Bologna, della proibizione de' libri,
dell'inquisizione ecclesiastica e della scomunica. Ne derivarono
corruzion di costumi e il rovescio del regime ecclesiastico nelle
diocesi: nè Roma volle rimediarvi colla convocazione e la libertà dei
Concilj. Propone di sciogliere le corporazioni religiose; togliere le
ricchezze e il dominio temporale ai papi, riformare la disciplina
ecclesiastica, anche coll'autorità del governo civile; senza badare se
Roma ci dichiara scismatici o ci scomunica.
Il marchese Giuseppe Gorani milanese nel 1770 pubblicò anonimo il
_Trattato del despotismo_, violento attacco ai governi stabiliti: poi
uscito di patria, andava cercando col fuscellino lo scandalo in ogni
atto de' principi o de' preti: affigliato alle società segrete,
denunziava all'opinione pubblica il despotismo sacerdotale, regio,
ministeriale, aristocratico, con giudizj all'avventata, e rimedj da
pazzo. Scoppiata la Rivoluzione, Bailly domandò per costui la
cittadinanza francese, che avea meritata con violenti articoli nel
_Moniteur_ e con lettere ai re contro Luigi XVI. Venuto nella Svizzera
per eccitare tumulti nella Lombardia, l'ambasciadore austriaco lo fe
cacciare. Quando il regno del terrore cascò, egli ritirossi a Ginevra,
dove povero e ignoto morì nel 1819 di sessantacinque anni[421].
Altri potremmo indicare di siffatti, che proruppero principalmente
allorchè i Francesi repubblicani calarono in Italia.
A difonder quelle idee razionaliste e sovversive, condite di
sentimentalismo filantropico, adopravasi la società segreta de' Massoni
o Franchimuratori, moda venuta anch'essa d'Inghilterra; nè sarà fuor
d'opera il dire alcun che dell'organamento suo e dei misteri, tra cui
avvolgeva la dottrina dell'uguaglianza fra gli uomini.
Le origini della Massoneria colloca alcuno fino nel paradiso terrestre,
dove uno degli eloim mescolatosi con Eva, generò Caino, mentre Adonai,
altro degli eloim, creò Adamo che da Eva generò Abele. Fra le due stirpi
rimase eterna sconcordia, e i figli di Caino inventarono le arti:
Adonhiran fu chiamato da Salomone a fabbricare il suo tempio, durante la
quale impresa fu da un gigante ucciso e trascinato nell'abisso del
fuoco. Ma quivi glorificato, tornò a compire l'opera. Salomone per
gelosia lo fe uccidere; ma nove maestri ne trovarono il cadavere,
assassinarono gli assassini, e in mezzo a un triangolo di fuoco ascosero
il nome del Grande Architetto Dell'Universo, che fu custodito con gran
segreto da alcuni eletti. I più moderati deducono la massoneria dai
Templari, e che Giacomo Molay, ultimo costoro granmaestro, prima d'esser
bruciato istituisse tre loggie, una delle quali a Napoli.
Il più probabile è che nascesse intorno al Mille, quando, rassicurati
che il mondo non finirebbe al compiersi dei dieci secoli, venne una
smania di fabbricar chiese, donde consociazioni di mastri da muro. Erano
o monaci, o diretti da spirito religioso: ond'ebbero voti, giuramenti,
forme d'iniziazione: i capannoni che ergeano attorno alle fabbriche,
dissero loggie: custodivano in segreto i procedimenti delle costruzioni,
e tra loro chiamavansi fratelli; aveano gerarchia di capi, nè venivano
ammessi che dopo confessati e colla benedizione del vescovo. Dapprima i
Franchimuratori non erano diretti che a ciò, ma quando furono distrutti
i Templari, essi ne adottarono i riti e le credenze, che dai processi
apparvero inchinare alle gnostiche e manichee.
Certo i muratori nel medioevo costituivano corporazioni, come quella de'
Magistri Comacini, ricordata nelle leggi longobarde; ma principalmente
in Germania; fra esse tramandavansi arcanamente le regole migliori per
le fabbriche; e da queste traevano il nome ed anche i simboli, ch'erano
l'archipenzolo, la squadra, il martello, il grembiule, la cazzuola e
così i gradi. Una riforma ebbero tali società nel capitolo generale che,
il giorno di san Giovanni Battista del 1307 radunossi da Aumont e Harris
fratelli militari, e da Pietro di Bologna fratello ecclesiastico.
Pretendesi abbiano contribuito alla Riforma religiosa, ma noi non ne
trovammo indizio di sorta. Ben taluno asserì inventasse queste società
Lelio Soccino a Venezia nel 1546; ma in contrario è noto che nel 1535
pubblicossi una circolare a tutte le loggie, ove negavasi che loro scopo
fosse vendicare Molay, e ripristinare i Templari, nè introdur nuovi
scismi; fin là aveano creduto bene tacere e celarsi, ma allora trovavano
opportuno far pubblico l'antichissimo loro essere e l'intento loro, ch'è
la vera morale impressa nei cuori, e difonder la felicità e il regno
della luce; non avere altro di secreto che la beneficenza.