Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione

della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i

Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una

precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia

efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a

una congregazione _De auxiliis divinæ gratiæ_, ma questa si sciolse

prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non

condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.

Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare

strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino

insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il

principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo,

in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare

per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto

irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione

sempre vivente per opera di Gesù Cristo.

Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo

l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve

portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento

delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di

velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a

ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e

della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il

sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli

intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui

pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni

repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il

litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato

coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di

cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il

giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione

e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale

detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e

mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia

non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il

restauramento della ragione naturale.

Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata,

anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine,

di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa

non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante

per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene:

onde sostennero da prima che le proposizioni condannate non si trovano

proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di

condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida

colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai

Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per

arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse

adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e

indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può

ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era

ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti

della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire.

Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a

loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si

vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si

giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal

questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi

Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti

di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio

austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una

legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un

gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana,

approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la

necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la

disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere

i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo

pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da

restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa

che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più

severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il

probabilismo.

Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere

della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o

vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si

hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale

basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il

probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti

divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia

pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le

pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia

non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del

probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e

mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.

La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più

generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi

personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore

che dee dirigere le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è

sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non

impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non

vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare.

Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può

determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che

puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione

e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.

Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della

coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla

soverchia indulgenza.

Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti

da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a

carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella

della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello,

insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i

Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà

colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar

almeno la coscienza fra la crescente depravazione.

Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno

si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque

quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che

ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella

società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i

miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai

Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito,

quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso,

dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano

Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i

Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con

aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una _Disciplina monastica_,

la _Storia del probabilismo_ e _del rigorismo_ (1743): la _Teologia

cristiana dogmatica-morale_, le _Lettere teologiche-morali_ relative ai

casi riservati, la _Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni

recenti casisti al tribunale del buon senso_: scrisse pure _della

Religione rivelata_ (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli

integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo

scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi

contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di

torto, come in ogni contesa umana[409].

Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo

Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col

pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre

Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno

all'autenticità dell'Apocalisse.

Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di

Brescia; il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro

dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni

ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia,

appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino

Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi,

l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche.

Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si

trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono

le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità

da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto.

Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone

le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni;

limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti

materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e

fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la

Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del

popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava

l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata

dall'intrigo.

Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo

amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche

la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le

libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di

Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva

ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a

segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato

francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano

l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà

sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i

centrenta vescovi di Francia, _mandato regio congregati_ nell'assemblea

del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor

proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui

sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su

quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza

del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è

tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma

pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli

antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei

vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno

esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi

non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono

dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come

giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non

appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno

arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].

Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi

d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi

qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme

e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento

milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto

dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza

allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di

Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento

dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se

nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli

eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza

al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a

negarla anche a questi[412].

I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per

mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli,

egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col

concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti,

amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del

papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema

determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai

laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla

cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da

questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].

Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia,

democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo

in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino,

col dire che le chiavi _non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ_,

ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che

vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati

i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto

vogliano[414].

I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da

Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una

presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da

Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta

successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e

istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano

tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i

poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del

papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma

perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo

della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel

ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due

papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli

impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio,

nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non

preseduto dal papa, ma la parola del papa non vale se non perchè

promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non

diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa

ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità:

l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale,

dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la

storia registrò.

E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto

de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi

dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul

soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede,

non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma

raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati

all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la

reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a

pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non

all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il

_corpo visibile_ della Chiesa dall'_autorità spirituale_ di essa: quella

infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano

dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della

Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo

della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di

interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna

che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la

Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più

facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede,

e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un

mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto;

l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle

attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor

modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine

di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete

vivente e perpetua delle tradizioni.

E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti.

Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna

ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente;

bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di

principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando

al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi

derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo

elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così

continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre

verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono

la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione

dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel

popolo il primo possesso della sovranità.

Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi

monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma

della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino

avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i

Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la

volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere

la rivolta popolare.

Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo

come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero

le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i

pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel _Cristianesimo

ragionevole_, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta

a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la

ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano,

i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al

Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè

scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da

sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè

questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura

giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.

Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che

ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non

ammette speranze postume: da Carlo Blount negli _Oracoli della ragione_;

da Bury nel _Vangelo nudo_, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi,

vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che

mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi

sociali: da Toland che nel _Cristianesimo senza misteri_ impugna i

miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato

gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e

dell'istinto; e nei _Destini di Roma_ pronosticava imminente la caduta

dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della

rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale

doveano essere garantite anche le verità religiose.

Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa,

gioviale, tutta mondo, scrisse _Lettere famigliari_ contro questi

spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a

tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna.

Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del

libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura;

applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza

colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi

tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la

compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di

persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un

capitolo del _Trattato teologico-politico_ o del _Leviatan_, dite subito

che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per

vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa

vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra

galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi

sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i

fondamenti del vostro ateismo».

Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese,

perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi

prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella

lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto

materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che

predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco;

dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non

sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 51 / 101 段