missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni
raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i
ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono
insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza,
eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare
Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate
italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità
della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle
argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà
missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E
nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la
casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica
radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il
padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva,
soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio:
il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire
che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623
l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato,
suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche
consuetudini.
Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di
San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da
sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente,
sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una
«Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e
nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al
duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono
persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano
altrimenti».
Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio
Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti
antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar
fuori de' confini assegnati.
Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora
ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto
1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli
editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi,
radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la
presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano
e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di
incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e
d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru
confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.
Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e
rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il
marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i
castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11
marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti
Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto.
Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti.
Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici
cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le
cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono
insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta
Europa.
Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota
giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio
narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E
se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che
doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva
inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati
all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da
loro sofferte, massime nella _Storia delle chiese evangeliche nelle
valli del Piemonte_ (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati
di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di
fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi
col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati
vivi, di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal
Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di
que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i
fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per
un Nerone, e rimasero esecrate le _pasque piemontesi_. Rimostranze
fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in
Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva,
sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti
a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure
egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore.
Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di
lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell
assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi,
ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.
Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il
lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la
Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con
perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi
possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il
Pellice e il Chisone.
Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi
tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza
monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il
perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti,
sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla;
il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava
d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai
principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con
soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne
seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e
condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte
uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche,
si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e
le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi
e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».
Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale
Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo
re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da
Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in
concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i
suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e
ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i
religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine
per sottrarsi al carcere e alle _dragonate_. Per mezzo del suo
ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che,
volendo egli convertire le valli soggette al suo dominio, anche il duca
di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue
frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio
Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era
difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi
predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter
contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del
marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca.
Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo,
non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto
fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i
bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri
e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro
beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.
Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò
Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois,
ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati:
grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat
e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino:
restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati,
che li straziavano per farli abjurare.
Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero
migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro
e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la
religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi
a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686
decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame,
e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti
s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.
Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo
Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con
effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la
patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di
Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne
mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del
nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che,
quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati
alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul
suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza
vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta
dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana
valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e
dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma
il Catinat molti ne colse ed appiccò.
Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi
colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir
l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi,
rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere
tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o
fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi,
empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa,
e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo
riconobbe che si era ecceduto.
I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo
nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di
Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa _La pazienza stancata
divien furore_, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di
Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in
pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da
sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si
obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila
cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera,
nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach:
da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero
terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando
i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.
I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi
ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed
anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti
che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi
d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci
cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che
Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il
re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali
della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù
Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo
Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in
Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri
dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come
usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in
qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così
continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male
l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo
Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei
catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla _Commissione
esecutiva_ che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I
quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento
che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa
Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello
Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di
supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo
Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui
Valdesi.
Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di
rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede
qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra
s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar
molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor
de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori.
Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e
soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime
per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne
gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un
ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai
quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste
chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori
e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due
laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad
ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni
chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani,
dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e
temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel
culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a
cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della
religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i
mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del
Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa
consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj,
sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane
della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.
Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle
Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza
legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè
combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica,
astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo
solo alla ispirazione dello Spirito Santo.
In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e
inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei
duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852,
con architettura semigotica e l'iscrizione: _La vera vita consiste nel
creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo_. È vicina la casa del
pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in
essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola,
alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione
suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 la propaganda inglese
contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci
borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere
tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri;
altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi,
il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili
collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere
altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith,
che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi,
e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima
d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri,
e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al
Beckwith.
Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti,
chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo
entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848,
quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti
gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di
congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu
proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un
tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche
altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed
ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in
America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una
colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e
morale.
NOTE
[369] _Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit_.
LUTERI epp. 401.
[370] In un itinerario manuscritto d'un anonimo milanese, citato
dall'Argelati, p. 1721, e che è del 1515 leggesi: «Da Milano a
Boffalora, a Novara, a Vercelle, Santo Germano, Ciliano. Chivasso è
terra murata e grande come Abiategrasso. Turino è città grande come
Pavia, ed è metropoli del Pe di Monti, et ci è il senato del duca di
Savoja, et ci è uno studio ma poco bono, et ha uno castellucio non
troppo forte».
[371] _Hist. des variations_, lib. XI.
[372] _Cum omnes aliæ sectæ immanitate blasphemiarum in Deum audientibus
horrorem inducant, hæc magnam habet speciem pietatis, eo quod coram
hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos
qui in symbolo continentur observent; solummodo romanam ecclesiam
blasphemant et clerum_. Claudio di Seysel arcivescovo di Torino,
dichiarò irreprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova
seduzione del demonio.
[373] Vedi la nota 21 del nostro Discorso XXXVIII.
[374] MANSI, _Concil. Collectio_, T. XXII, p. 492.
[375] _Præsertim tibi auctoritate mandantes quatenus hæreticos valdenses
et omnes, qui in taurinensi diœcesi zizaniam seminant falsitatis, et
fidem catholicam alicujus erroris seu pravitatis doctrina impugnant, a
toto taurinensi episcopatu imperiali auctoritate expellas: licentiam
enim, auctoritatem omnimodam et plenam tibi conferimus potestatem, ut,
per tuæ studium sollicitudinis, taurinensis episcopatus area ventiletur,
et omnis gravitas quæ fidei catholicæ contradicit, pœnitus expurgetur.
Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime_ al 1209.
[376] _Chron. Corradi Uspergensis_ al 1212.
[377] RORENGO, _Memorie storiche della introduzione delle eresie nelle
valli di Lucerna, marchesato di Saluzzo_, ecc. Torino 1649.
[378] La vita del Cambiano fu scritta dal teologo Carlo Marco Arnaud di
Lagnasco. Il Cambiano col Pavoni fu beatificato nel 1856.
[379] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403: e prosegue esponendo
alcune superstizioni di questa città, dove festeggiavasi sant'Oriente; e
di Losanna ove i campagnuoli veneravano (dic'egli) il Sole, ogni mattina
dirigendogli voti e preghiere.
[380] Il processo esiste nell'archivio arcivescovile di Torino,
Protocollo 19, fol. XLVI.
[381] SEMERIA, _Storia della chiesa di Torino_, lib. I, pag. 678.
[382] _Monum. Hisioriæ patriæ: Scriptores_, vol. IV, pag. 1445 e seg.
[383] CLAUDII SEISSELLI, _archiep. taurinensis, adversus errores et
sectam Valdensium disputationes_. Parigi 1520, pag. 55, 56.
[384] PIERRE GILLES, _Hist. eccles. des églises vaudoises_.
[385] Lib. I, pag. 23 al 1536, pag. 35, 36 al 1544 ecc.
[386] Ciò sostiene anche il protestante J. J. Herzog (_De origine et
pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris
catholicorum ejusdem ævi collata_, Alla 1849), il quale analizzò tutti i
manuscritti valdesi delle biblioteche di Ginevra, Lione, Parigi,
Cambridge, Dublino. Egli stesso pubblicò a Alla, nel 1853, _Die
romanischen Waldenser, ihre vorrefermatorichen Zustände und Lehren, ihre
Reformation im sechszehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen
derselben, nach ihren eignen Schriften dargestellt_. Tuttochè
protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi
assai, via via allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le
opinioni degli Ussiti.
Anche A. W. Dieckhoff (_Die Waldenser in Mittelalter, zwei historische
Untersuchungen_. Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i
quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, sono mera
imitazione degli Ussiti. Questi scritti sarebbero: _L'Anticristo, Aiço
es la causa del nostro despartiment de la Glesia romana_, colla data del
1120; e la _Nobla Leizon_, del 1100. Ad ogni modo sarebbero troppo
posteriori all'età apostolica, cui taluno farebbe risalire quelle
credenze: ma la buona critica non riconosce tanta antichità alla prima
d'esse opere, dove è citato Agostino Trionfo, che morì nel 1328, e forse
non è che traduzione di un lavoro de' Fratelli Boemi, portante il titolo
stesso. La _Nobla Leizon_ non può collocarsi che alla fine del XII
secolo.
Vedi CHARVAZ, _Ricerche storiche sulla origine dei Valdesi, e carattere
delle primitive loro dottrine_. Parigi 1836.
È strano che frà Paolo Sarpi, al principio della sua Storia del Concilio
di Trento, dopo detto che tutto il mondo era all'obbedienza della Chiesa
romana, soggiunge: «Solo in una piccola parte, cioè in quel tratto di
monti che congiungono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie
degli antichi Valdesi, ovvero Albigesi. Nelle quali però era tanta
semplicità e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a
comunicar la loro dottrina ad altre persone, oltrechè erano posti in
così sinistro concetto di empietà e oscenità appresso i vicini, che non
vi era pericolo che la contagione potesse passare in altri».
[387] _Ann. evangelii rennovati_. Decad. 2, an. 1530. Vedi anche RUCHAT,
_Histoire de la reformation en Suisse_, vol. VII.
[388] BEZA, _Hist. des églises reformées_, tom. I, p. 36. PERRIN,
_Histoire des Vaudois_, pag. 161.
[389] GILLES, _Hist. générale des Eglises vaudoises_, c. X.
[390] BOVERIO, _Annales M. Capuccinorum ad_ 1555.