Nel 1596 l'arcivescovo Broglia visitava le valli Valdesi, a capo di

missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni

raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i

ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono

insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza,

eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare

Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate

italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità

della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle

argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà

missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E

nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la

casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica

radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il

padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva,

soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio:

il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire

che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623

l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato,

suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche

consuetudini.

Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di

San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da

sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente,

sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una

«Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e

nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al

duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono

persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano

altrimenti».

Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio

Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti

antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar

fuori de' confini assegnati.

Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora

ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto

1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli

editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi,

radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la

presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano

e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di

incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e

d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru

confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.

Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e

rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il

marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i

castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11

marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti

Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto.

Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti.

Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici

cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le

cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono

insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta

Europa.

Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota

giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio

narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E

se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che

doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva

inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati

all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da

loro sofferte, massime nella _Storia delle chiese evangeliche nelle

valli del Piemonte_ (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati

di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di

fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi

col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati

vivi, di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal

Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di

que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i

fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per

un Nerone, e rimasero esecrate le _pasque piemontesi_. Rimostranze

fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in

Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva,

sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti

a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure

egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore.

Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di

lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell

assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi,

ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.

Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il

lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la

Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con

perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi

possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il

Pellice e il Chisone.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi

tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza

monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il

perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti,

sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla;

il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava

d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai

principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con

soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne

seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e

condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte

uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche,

si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e

le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi

e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».

Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale

Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo

re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da

Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in

concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i

suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e

ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i

religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine

per sottrarsi al carcere e alle _dragonate_. Per mezzo del suo

ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che,

volendo egli convertire le valli soggette al suo dominio, anche il duca

di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue

frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio

Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era

difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi

predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter

contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del

marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca.

Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo,

non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto

fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i

bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri

e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro

beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.

Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò

Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois,

ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati:

grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat

e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino:

restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati,

che li straziavano per farli abjurare.

Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero

migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro

e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la

religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi

a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686

decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame,

e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti

s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.

Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo

Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con

effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la

patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di

Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne

mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del

nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che,

quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati

alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul

suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza

vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta

dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana

valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e

dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma

il Catinat molti ne colse ed appiccò.

Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi

colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir

l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi,

rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere

tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o

fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi,

empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa,

e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo

riconobbe che si era ecceduto.

I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo

nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di

Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa _La pazienza stancata

divien furore_, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di

Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in

pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da

sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si

obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila

cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera,

nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach:

da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero

terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando

i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.

I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi

ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed

anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti

che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi

d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci

cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che

Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il

re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali

della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù

Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo

Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in

Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri

dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come

usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in

qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così

continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male

l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo

Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei

catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla _Commissione

esecutiva_ che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I

quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento

che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa

Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello

Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di

supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo

Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui

Valdesi.

Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di

rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede

qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra

s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar

molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor

de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori.

Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e

soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime

per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne

gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un

ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai

quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste

chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori

e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due

laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad

ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni

chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani,

dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e

temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel

culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a

cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della

religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i

mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del

Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa

consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj,

sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane

della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.

Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle

Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza

legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè

combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica,

astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo

solo alla ispirazione dello Spirito Santo.

In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e

inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei

duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852,

con architettura semigotica e l'iscrizione: _La vera vita consiste nel

creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo_. È vicina la casa del

pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in

essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola,

alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione

suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 la propaganda inglese

contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci

borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere

tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri;

altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi,

il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili

collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere

altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith,

che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi,

e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima

d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri,

e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al

Beckwith.

Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti,

chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo

entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848,

quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti

gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di

congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu

proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un

tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche

altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed

ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in

America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una

colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e

morale.

NOTE

[369] _Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit_.

LUTERI epp. 401.

[370] In un itinerario manuscritto d'un anonimo milanese, citato

dall'Argelati, p. 1721, e che è del 1515 leggesi: «Da Milano a

Boffalora, a Novara, a Vercelle, Santo Germano, Ciliano. Chivasso è

terra murata e grande come Abiategrasso. Turino è città grande come

Pavia, ed è metropoli del Pe di Monti, et ci è il senato del duca di

Savoja, et ci è uno studio ma poco bono, et ha uno castellucio non

troppo forte».

[371] _Hist. des variations_, lib. XI.

[372] _Cum omnes aliæ sectæ immanitate blasphemiarum in Deum audientibus

horrorem inducant, hæc magnam habet speciem pietatis, eo quod coram

hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos

qui in symbolo continentur observent; solummodo romanam ecclesiam

blasphemant et clerum_. Claudio di Seysel arcivescovo di Torino,

dichiarò irreprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova

seduzione del demonio.

[373] Vedi la nota 21 del nostro Discorso XXXVIII.

[374] MANSI, _Concil. Collectio_, T. XXII, p. 492.

[375] _Præsertim tibi auctoritate mandantes quatenus hæreticos valdenses

et omnes, qui in taurinensi diœcesi zizaniam seminant falsitatis, et

fidem catholicam alicujus erroris seu pravitatis doctrina impugnant, a

toto taurinensi episcopatu imperiali auctoritate expellas: licentiam

enim, auctoritatem omnimodam et plenam tibi conferimus potestatem, ut,

per tuæ studium sollicitudinis, taurinensis episcopatus area ventiletur,

et omnis gravitas quæ fidei catholicæ contradicit, pœnitus expurgetur.

Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime_ al 1209.

[376] _Chron. Corradi Uspergensis_ al 1212.

[377] RORENGO, _Memorie storiche della introduzione delle eresie nelle

valli di Lucerna, marchesato di Saluzzo_, ecc. Torino 1649.

[378] La vita del Cambiano fu scritta dal teologo Carlo Marco Arnaud di

Lagnasco. Il Cambiano col Pavoni fu beatificato nel 1856.

[379] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403: e prosegue esponendo

alcune superstizioni di questa città, dove festeggiavasi sant'Oriente; e

di Losanna ove i campagnuoli veneravano (dic'egli) il Sole, ogni mattina

dirigendogli voti e preghiere.

[380] Il processo esiste nell'archivio arcivescovile di Torino,

Protocollo 19, fol. XLVI.

[381] SEMERIA, _Storia della chiesa di Torino_, lib. I, pag. 678.

[382] _Monum. Hisioriæ patriæ: Scriptores_, vol. IV, pag. 1445 e seg.

[383] CLAUDII SEISSELLI, _archiep. taurinensis, adversus errores et

sectam Valdensium disputationes_. Parigi 1520, pag. 55, 56.

[384] PIERRE GILLES, _Hist. eccles. des églises vaudoises_.

[385] Lib. I, pag. 23 al 1536, pag. 35, 36 al 1544 ecc.

[386] Ciò sostiene anche il protestante J. J. Herzog (_De origine et

pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris

catholicorum ejusdem ævi collata_, Alla 1849), il quale analizzò tutti i

manuscritti valdesi delle biblioteche di Ginevra, Lione, Parigi,

Cambridge, Dublino. Egli stesso pubblicò a Alla, nel 1853, _Die

romanischen Waldenser, ihre vorrefermatorichen Zustände und Lehren, ihre

Reformation im sechszehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen

derselben, nach ihren eignen Schriften dargestellt_. Tuttochè

protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi

assai, via via allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le

opinioni degli Ussiti.

Anche A. W. Dieckhoff (_Die Waldenser in Mittelalter, zwei historische

Untersuchungen_. Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i

quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, sono mera

imitazione degli Ussiti. Questi scritti sarebbero: _L'Anticristo, Aiço

es la causa del nostro despartiment de la Glesia romana_, colla data del

1120; e la _Nobla Leizon_, del 1100. Ad ogni modo sarebbero troppo

posteriori all'età apostolica, cui taluno farebbe risalire quelle

credenze: ma la buona critica non riconosce tanta antichità alla prima

d'esse opere, dove è citato Agostino Trionfo, che morì nel 1328, e forse

non è che traduzione di un lavoro de' Fratelli Boemi, portante il titolo

stesso. La _Nobla Leizon_ non può collocarsi che alla fine del XII

secolo.

Vedi CHARVAZ, _Ricerche storiche sulla origine dei Valdesi, e carattere

delle primitive loro dottrine_. Parigi 1836.

È strano che frà Paolo Sarpi, al principio della sua Storia del Concilio

di Trento, dopo detto che tutto il mondo era all'obbedienza della Chiesa

romana, soggiunge: «Solo in una piccola parte, cioè in quel tratto di

monti che congiungono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie

degli antichi Valdesi, ovvero Albigesi. Nelle quali però era tanta

semplicità e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a

comunicar la loro dottrina ad altre persone, oltrechè erano posti in

così sinistro concetto di empietà e oscenità appresso i vicini, che non

vi era pericolo che la contagione potesse passare in altri».

[387] _Ann. evangelii rennovati_. Decad. 2, an. 1530. Vedi anche RUCHAT,

_Histoire de la reformation en Suisse_, vol. VII.

[388] BEZA, _Hist. des églises reformées_, tom. I, p. 36. PERRIN,

_Histoire des Vaudois_, pag. 161.

[389] GILLES, _Hist. générale des Eglises vaudoises_, c. X.

[390] BOVERIO, _Annales M. Capuccinorum ad_ 1555.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 49 / 101 段