i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo.
Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte
in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate
agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati
spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero
figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo
di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano,
ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di
tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone
D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto.
Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila
sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti
villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni
consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e
sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione
francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli
autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata
l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un
dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i
nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure
uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.
Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche
pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in
Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca
d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre,
Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese
dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel
Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete
fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito
cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera
fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane
contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di
persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie
opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.
Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e
con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non
poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento
scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede
dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non
tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un
decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero
adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un
maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete
controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio
se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali
furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera,
il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo,
istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito
estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione
viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe
principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i
Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso
Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra
gli scherni plebei e le difficoltà governative.
Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di
Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le
porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi
scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano
svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò
a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre
braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà
illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne
prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di
assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma
nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse
in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a
Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri
il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da
sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a
fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].
Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti;
laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi
le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille
Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini,
che scorsero predicando le valli valdesi.
Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al
giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo
un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del
sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè
appartenente alla Corte, fosse impiccato.
È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la
sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto,
restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della
cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII
spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro
lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato
dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante
venerazione[391].
I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli
incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca
da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi
spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il
Possevino.
Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed
entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe
quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate
di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi
preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella
operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in
Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può
dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in
Francia.
E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che
atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi
aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi
vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad
occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano
tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del
pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino
Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo
di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i
Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà;
fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.
Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a
soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola
miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la
sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e
dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.
Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio
gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi
ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi
volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le
confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il
far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la
città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar
quelle furie con colpire di severo editto i Gesuiti: ma il papa scrive
smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.
Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i
Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma
senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si
vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi;
sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone
Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in
Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel
ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse
lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al
principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi
nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì;
avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra
il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta
ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa
spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in
controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea
bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria
autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio
della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli
interpretano per impotenza a costringerli.
I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per
comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si
adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del
paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la
dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi,
finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore
acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San
Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel
Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare
armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi
d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di
manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero
trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo
abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato
dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla
Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il
senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli
di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o
ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal
pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i
principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea
fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa
evangelica a Ciamberì.
La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò
che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto
alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le
dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima
pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.
Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso
l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra,
Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più
alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano
all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de'
Valdesi.
Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare
pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza,
preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi
in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non
rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe,
che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi
strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi,
avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a
San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad
accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in
determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far
certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i
predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non
trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5
giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne
munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.
Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che
s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di
qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli
Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi
provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in
piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre
da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino;
altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna
il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal
Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano
della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di
paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: _Cum natus fuerit
filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos
Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in
susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod
adversum nos aliquid moliatur._
Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5
febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano
diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di
provedere, temendosi massime che la moglie e quasi tutti i ministri di
sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi
la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli,
che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli
altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta
il fuoco in queste parti»[397].
Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di
Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli
errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che
le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco
menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e
coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro
l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato
docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla
chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di
tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa
diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come
ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse
avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il
papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali
insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca,
quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel
perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti
numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo
frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza
seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea
cominciate contro le immunità ecclesiastiche.
A Onorato di Savoja conte di Tenda, _omnium hæreticorum hostem
acerrimum_, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse
quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era
ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed
altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li
consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso
papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni
Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui
sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti,
condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione
di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da
altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso
Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi
vescovo di Tolone e autore di due trattati _De auctoritate papæ_, e
_Contra Valdenses_, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio
secolare.
Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di
Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università
di Padova, ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj
aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore
della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo
carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò
principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò
che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi
prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy,
poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e
nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco
istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo
quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a
reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era
stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò
infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel
vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.
Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il
grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e
perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e
di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li
attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per
divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo,
persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non
conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti,
capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si
escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se
ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i
giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo
non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad
esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i
riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.
Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo
castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli
argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa.
Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente
faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa
romana! Viva il papa!»[398].
Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere
Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a
patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un
bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro,
ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare
preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma
impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei
santi.
Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò
profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed
alleatosi con Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi,
assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in
mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo,
chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver
Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico
IV gli dichiarò guerra.
Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che
allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a
Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour,
Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il
forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava
Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella
pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.
Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse,
si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di
Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei
Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli
successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières,
al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e
concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e
il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a
Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal
esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato
il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.
In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il
loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da
trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano
patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani
esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero:
«Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina
pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a
voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già
vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal
supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto,
perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e
fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di
queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per
antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa
fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi
e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la
vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].
Non è dunque vero quel che tanto si ripetè or ora, che Enrico IV volesse
ingrandire la casa di Savoja in Italia: anzi è notevole che, nel famoso
suo _Piano di repubblica cristiana_, metteva capo della federazione
italiana il pontefice, e non tollerava in Italia che la religione
cattolica[401].
In quelle sue tresche col Lesdiguières, lasciossi da questo indurre a
concedere ai Valdesi un editto di grazia nel 1617. Per questo i
fedelissimi ed umilissimi sudditi e servitori di sua altezza, che fanno
professione della religione riformata secondo l'evangelo di Gesù Cristo
nelle valli di Luserna, Perosa, San Martino, Roccapiatta, San
Bartolomeo, Taluco, Meana, Matti e marchesato di Saluzzo», ebbero lunga
pace. Della quale giovandosi, ripassarono il Pellice, confine
prescritto, si diffusero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono
tempj, celebrarono solenni pasque con sì grande affluenza, che il
vescovo di Saluzzo vi si portò nella medesima settimana affine di
rimettere in qualche splendore la sua chiesa abbandonata[402]. Commisero
anche profanazioni di chiese e cimiteri, e delitti che la storia riceve
con gran precauzione, conscia delle calunnie che i partiti sogliono
rimbalzarsi.
Carlo Emanuele al 24 gennajo 1624 ordinava si demolissero sei nuovi
tempj, si mandasse via un maestro; e mandava ai Valdesi editti,
somiglianti a pastorali; vietava trattassero in chiesa d'altre cose che
del culto; ne frenava i bizzarri umori con castelli; spediva Cappuccini
e Gesuiti, che teneano anche pubbliche dispute. Una ne fu il 1598 a San
Germano fra il cappuccino Filippo Ribotti di Pancalieri e il ministro
Davide Rostagno, dietro alla quale abbracciarono il cattolicismo varj
capitani; nel 1602 l'arcivescovo di Torino dava un salvocondotto a'
barbi perchè venissero a discutere seco in Perosa.