Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV

imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne

un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non

crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia

punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di

cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della

falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei

Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna

esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri

successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla

santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li

vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica

con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a

differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche

contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla

Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].

Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308

respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto

cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni

XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di

Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in

Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava

provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo,

ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre,

d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377].

Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento

de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva

acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in

Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da

essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja

ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di

coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il

Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte

d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere

finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto

da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e

forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.

Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti _barba_, cioè zii,

carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di _Barbetti_.

Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano

aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non

intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere

e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle

credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi

nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.

Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403

scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in

Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la

parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna,

Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia

zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione

e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti

dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a

preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il

Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato

molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino;

e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano

principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti

m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non

qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno.

Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a

rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni

riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare

il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che

sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore,

muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici,

che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e

abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di

quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in

una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui

questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali

insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese,

ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire.

Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale

pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la

gloria»[379].

Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che

supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il

1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo

da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro

Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi,

Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli,

Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro

nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu

fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare

sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con

queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai

relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e

di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e

relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di

Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè _faciebat sortilegia

in visione stellarum_: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363,

accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri

di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini

della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le

loro bestie in un'epidemia[381].

Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran

perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici,

dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due

ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i

sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed

altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446

inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, _et si

non fuissent milites qui eum custodiebant,_ dice un cronista, _una cum

multis aliis bonis catholicis non redisset vivus_. Trovò quasi tutti i

valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e

avendo invitati in Luserna quanti _voleano seco disputare_, con trecento

e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che

nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro

l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva

adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o

respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare

altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente

contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53,

quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono

perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza

riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il

vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero

perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al

Vomito[382].

Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri

rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le

portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi

luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.

Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi

persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto

con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i

magistrati a ciò s'attenessero.

Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova

del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi

ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna

facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le

vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi

inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori

eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il

Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli.

Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio

inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di

Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal

marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per

quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li

sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte

della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a

perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi

_aspidi velenosi_; e il legato condusse un esercito nelle placide valli

d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si

ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane

informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».

Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di

Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII

e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a

ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che

giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che

basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi

non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine,

e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale

consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal

merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la

legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai

prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma,

carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge

che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non

ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel

che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti

teologi arrivano a comprenderlo».

Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la

più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come

mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli

altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le

chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna,

come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto

la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha

interamente rejetto?»[383].

Bossuet che, nella _Storia delle Variazioni_, esibì pur quelle de'

Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495

nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è

l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa

i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi

«predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini

proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il

corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea

tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per

ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai

cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera,

mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla

teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche

gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di

assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una

moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un

_Pater_, un _Credo_, non mai l'_Ave Maria_; proibito il giurare; non

doversi invocare i santi nè pregar per i morti.

Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero

contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano

spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da

questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin

loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con

Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali

esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro

ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua

castità.

A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo

cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei

degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che

prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero

arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli

ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce,

sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le

assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa

assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni

papali e ai sacerdoti cattolici[384].

Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica

di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero

compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che

prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si

spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi

aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà

e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro

conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che

fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la

messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in

supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro

onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i

sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di

meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e

allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per

loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire

i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso

fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra

loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici

potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere

la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini

di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti

che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione.

Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla

predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini

avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio,

avesse qualche valore, conforme alla parola _Battete e vi sarà aperto_.

Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che

tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»

Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il

quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di

Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua

credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti

svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536,

presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica.

Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a

pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire

calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio

della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e

credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede,

nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo

asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?

Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo

riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con

quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano

che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la _confessio

fidei_ sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387],

e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.

Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo

settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:

1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;

2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della

creazione;

3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la

grazia di Dio;

4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;

5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è

lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;

6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;

7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;

8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o

battersi il petto;

9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani,

ma come atto esterno e arbitrario;

10. i voti di celibato sono anticristiani;

11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare

dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;

12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite,

oltre i frutti dell'apostolica comunione;

13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.

Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li

ricusarono i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che

ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi,

dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare

tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora

aveano condotto la loro chiesa».

Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia

dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri

era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente

espressa nei dodici articoli del _Credo_; confessavano i sacramenti, ma

non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno,

Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio,

i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non

intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.

Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non

tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati

si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco

discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano

alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a

ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di

Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto

tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia

gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa

Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata

dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in

cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo

suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle

caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli

Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità,

quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della

Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli

cui appartiene il regno de' cieli?»

Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della

Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di

senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco

e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho

fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi

nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a

decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del

Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta

la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il

cammino, e far più piana la via».

Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e

nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di

Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero

popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu

dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il

godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato

commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo

averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi

giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui

nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa

mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia,

che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e

dilettazione!»[388].

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 47 / 101 段