_Illuminato._ Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia:

imperocchè in parermi d'essere, forse m'inganno.

_Ministro._ È impossibile che a chi non è gli paja d'essere: però, poi

ch'ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.

_Illuminato._ Così è vero.

[350] _Méditation III_, alla fine.

[351] Vedasi qui sopra a pag. 276.

[352] _Quæst. II_, nei Libri Fisionomici. Ne parlammo a lungo a pag. 63

e seg.

[353] _Opera_, tom. II, part. I, pag. 277.

[354] _Le Catholique_, Parigi 1826, tom. II, pag. 198, 199 e altrove.

[355] Vedi il nostro vol. II, p. 334, Pur testè, lo spirito di

Lamennais, evocato colla magia moderna, diceva; «Quando in Italia si

bruciarono Arnaldo da Brescia, Giordano Bruno, Tommaso Campanella

(_quasi fossero contemporanei_) si spensero le ultime voci che

protestavano in nome della verità contro il fanatismo che uccideva

Cristo. Voi dovete resuscitarle quelle sante voci». _Annali dello

spiritismo in Italia_, vol. I, p. 663.

[356] Troviamo pure all'Indice:

Chiaretta, _Sull'Eucaristia_.

Ciaffoni, _Apologia della morale de' Santi Padri_.

Bozi, _La Tebaide sacra_.

Gambacorta, _Le immunità ecclesiastiche_.

Giovanni Garrido, _Sui Benefizj_.

Romolo Cortaguerra, _L'uomo, il papa, il re_.

Grillenzoni Giovanni, _De l'ansietà dell'anima_.

Scipione Calandrini, _Origine delle eresie_.

Feliciano Oliva, _La giurisdizione ecclesiastica_.

Bonini di Chiavari, _L'ateista convinto_.

Carlo Cala, _Il contrabando de' preti_.

[357] Così lo storico Zazzera. Fra i libri proibiti d'allora compajono

Giovanni Orsino, _Scienze ermetiche_; e _Magica, seu mirabilium

historiarum de spectris et apparitionibus spirituum; item de magicis et

diabolicis incantationibus_.

[358] Estratto da copia nell'Archivio de' Frari.

[359] _Vita del cavaliere Borri_, p. 354. Forse è opera del Leti, come

l'_Ambasciata di Romolo ai Romani_, libro rarissimo stampato a

Brusselles il 1671, e mal attribuito al Borri, del quale vi va unito il

processo. Questo fu riprodotto nella _Amœnitates litærariæ_, tom. V, p.

149, e nella _Historia d'Italia_ del Brusoni (Torino 1680, da pag. 724 a

732) «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e sì

stravaganti follie nelle materie di fede».

Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane,

filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura

di esso.

[360] _De ortu et progressu chemiæ_. Nella Magliabecchiana, mss., classe

XXIV, 65 è un'invettiva contro il Borro.

[361] «Lo spirito moderno si mostrò molto severo verso il cenobitismo.

Abbiamo dimenticato che nella vita comune l'anima dell'uomo gustò le

maggiori gioje: cessammo il cantico _Quant'è bello e giocondo l'abitar

insieme i fratelli_. Ma quando l'individualismo moderno avrà portato gli

ultimi suoi frutti, quando l'umanità, impicciolita, attristata, fatta

impotente, tornerà alle grandi istituzioni, alle forti discipline;

quando la meschina nostra società borghese, dirò meglio, il nostro mondo

di pigmei sarà stato respinto a frustate dalla parte eroica e idealista

dell'umanità, allora la vita comune ripiglierà tutto il suo valore. Una

quantità di cose grandi, come la scienza, si sistemeranno sotto forme

monastiche con eredità non di sangue: l'importanza che il nostro secolo

attribuisce alla famiglia diminuirà (!); l'egoismo, legge essenziale

della società civile, non basterà alle grandi anime: tutti accorrendo

dai punti più diversi, si alleeranno contro la vulgarità: si troverà

senso alle parole di Gesù e alle idee del medioevo sulla povertà: si

comprenderà che il posseder qualche cosa potè esser considerato come una

degradazione, e che i fondatori della vita monastica abbiano disputato

secoli per sapere se Cristo possedette almeno «le cose che si consumano

per l'uso». Le sottigliezze francescane torneranno grandi problemi

sociali. Lo splendido ideale, delineato dall'autore degli _Atti

apostolici_ sarà iscritto come una rivelazione profetica all'entrar del

paradiso dell'umanità». RENAN, _Les Apôtres_, p. 132-133.

[362] Vedasi un manuscritto nella Magliabecchiana, classe VIII.

_Le visioni del beato Amedeo_, grosso volume di ducenquindici carte che

si conserva manuscritto nella stessa Magliabecchiana, asserisce che gli

errori saranno vinti da coloro che aderiranno al sommo pastore, _quorum

potior pars reperietur in urbe Florentina, tamquam capite religionis,

non auctoritate qua Roma potestatis caput est, sed adhesione. Nulla nam

civitas ita rebus Christi adherebit sicut illa. Conservabitur et illa de

qua tibi alias dixi pro liberatione ab alienis totius Italiæ_.

[363] Gran mistico fu il poeta spagnuolo Luigi Ponce de Leon, che stette

nelle prigioni del Sant'Uffizio dal 1572 al 76, e morì nel 91.

[364] _Mss. de Spalatin. Lettres de Luthère à Melanton_, 5 août.

[365] BERNINO, _Storia delle eresie, Secolo XVII_, c. 9.

Molti de' libri proibiti allora riguardano la mistica. Tale il _Tesoro

mistico scoperto all'anima desiderosa d'orazione continua_... dato in

luce da un sacerdote genovese (proibito il 1605). — _Passi dell'anima

per il cammino di pura fede_, di Giovanni Paolo Rocchi (proibito il

1687). — Petrucci Pier Matteo, _Lettere e trattati spirituali e

mistici_. — _I mistici enigmi disvelati_. — _La contemplazione mistica

acquistata_. — _Il nulla delle creature, il tutto di Dio_ (condannati il

1686). — _Alfabeto litterale, fantasmatico, mistico, acquisito,

contemplativo, col quale resta formata risposta circolare ad una

religiosa pusillanime nel dibattimento della contemplazione mistica

acquisita_ (proibito il 1687).

_Lotto spirituale per le povere anime del purgatorio_ (proibito il

1703).

_Dialogo della bellezza, e arte di ben servirsi delle finestre

dell'anima_ (proibito il 1732).

Di Michele Cicogna, molti libri di devozione, come, _Ambrosia Celeste, o

soave cibo dell'anima contemplativa_. — _Fontana del divino amore_. —

_Cristo Gesù appassionato_. — _Fiamme d'amor divino dell'anima

desiderosa di far il bene_.

Di Falconi Giovanni, _Alfabeto per saper leggere in Cristo_. — _Lettera

ad una figliuola spirituale, nella quale s'insegna il più puro e

perfetto spirito dell'orazione_.

[366] Nella Magliabecchiana sta di Pandolfo Ricasoli una

«Interpretazione de' salmi ebraici» che son cinque salmi, scritti

cominciando dal fine, e sotto a ciascun versetto la traduzione italiana,

poi il commento, diretto ad una religiosa, alla quale il Signore «spira

e dona tal volontà e spirito e forza d'imparare con gran facilità e con

perseveranza la sacra lingua hebraica per servirsene a contemplar li

divinissimi misteri, e non per insegnare nè predicare».

Alla Magliabecchiana stessa esiste di Celso Cittadini l'_Esposizione del

pater noster_, offerta a don Cosmo de' Medici il 1602, la prima volta

che andava a Siena (_Manuscritti, Classe_ XXXV, n. 19). Nella prefazione

dice aver già esposto l'_Ave Maria_ e la canzone del Petrarca alla

Vergine, dedicandola alla granduchessa.

Ivi pure trovo cenno d'una solennissima missione, che nel 1714 fece il

padre Segneri (juniore) sulla piazza di Santa Croce; il quale fu

ricevuto colle accoglienze che altri secoli serbano ai principi o ai

ciarlatani; e alle sue prediche assistevano gran popolo, la miglior

nobiltà e il granduca.

[367] «Perchè così vollero i suoi CARNEFICI», dice il Passerini nella

_Genealogia e storia della famiglia Ricasoli_ (Firenze 1861). Il suo

processo leggesi nel codice 1695 della biblioteca Riccardiana. Quando la

Faustina corrompea quelle povere fanciulle, altre monache videro sudar

sangue un _Ecce Homo_ in Santa Lucia in via San Gallo.

[368] Il supplizio de' quietisti è distesamente narrato dal Mongitore.

DISCORSO LI.

PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.

Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli

avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio

la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla

Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina

fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele,

non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi,

e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era

insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva

non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che

alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di

Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè

per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I;

ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del

suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a

cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re

di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre

l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli;

sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io;

l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene

conto».

Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava,

sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi

meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla

palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che

avversavano il papato e l'Austria.

Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo

simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente

propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della

Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa _Nihil deest

timentibus Deum_, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e

dalla Francia, avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja,

la Svizzera, la Francia».

Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava

intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja

nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a

reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel

paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente,

dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia.

Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare,

quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua

smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e

appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di

cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di

quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta.

[Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de'

pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e

Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni

Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto

d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557:

Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre

1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino,

Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a

Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero

inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle,

alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti

furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la

sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma,

scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era

tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della

religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze

commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna

superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a

Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e

mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la

Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto

decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine.

Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca,

benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato

parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi

tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i

pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette

promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo

Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col

perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli

rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del

suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio

Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani

col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo

quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami

Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver

molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si

diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa

viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino

penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto

nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo

Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli

abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri

protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni,

alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte

Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di

sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel

Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di

religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a

nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi

proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier

sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di

Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una

pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire

nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della

Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva

tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di

pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo

Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri

cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto

d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire

di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò

riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo

figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove

allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in

Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture

nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che

spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la

marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.

E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per

ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi

in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere

Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi

Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime

col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni

usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe

declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e

della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello

Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina

degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove,

«i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si

vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto

scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei

Francesi».

Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità

al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi

tutti conferiti liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di

Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila

scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo;

lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a

gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano

forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti

ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie

giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone

ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei

feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de'

Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti

abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal

convento che hanno sulla collina di Torino.

Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti

a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un

Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva

abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le

case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al

duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse

trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito

con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza

alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto

va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde

lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui

era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di

far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar

al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi

ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano

per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono

eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero.

Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma

essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però

persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in

luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle

popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno.

Corrispondenza dei duchi di Savoja).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli

che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle

_abominevoli cose_ operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto

l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare

(_Ibid._).

Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine

alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui

sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di

valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più

oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola

ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui

diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al

Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato,

importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti

Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di

troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui

pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente

coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella

pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar

pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su

e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e

terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura

ancor maggiore di francese.

La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è

capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del

Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere

escursioni.

Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si

erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo

turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano

persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e

da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra

questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più

antichi; predestinati da Dio a mantener la vera fede e la purezza del

Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che

predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi.

Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli

Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si

separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in

nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea

conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che

bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li

pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che

indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli

che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una

conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà

Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe

consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi,

credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai

Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non

sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza

de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè

abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano

dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo

che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati

sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale,

conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna

confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e

punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].

Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da

papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i _nuovi_ eretici nel

1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo

III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 46 / 101 段