Antonio Oliva di Reggio (1624-89), venuto in tal fama a Roma, che a soli

diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte

alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu

ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali,

sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei.

Repente abbandonata la cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi,

portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto

Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor

Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi,

perchè proponeasi dar _di bianco_ non solo ad abusi del governo

pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva

semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto

Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta

segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il

Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva.

Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del

palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.

Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel

qual senso anche il Bellarmino scrisse _La scala per ascender a Dio

dalle creature_, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il _Gemito

della Colomba ossia il ben delle lacrime_. Più illustre fu santa Teresa,

destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale

definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che

l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non

esistessero che Dio e lui»[363].

Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando

l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente

pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella

divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che

davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali

non valgono il minimo atto di bene pratico.

A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio

d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite,

buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san

Bonaventura».

Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel

1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una _Guida

spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la

perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore_. Suo

dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge

l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una

specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale

stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie

più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e

senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la

volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive

tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che

sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio,

e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non

solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a

Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più

grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio

che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il

regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte

al giorno»[364].

Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di

spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'_Accordo dell'azione e del

riposo nell'orazione_, passò per invido calunniatore, e per poco non

ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli

s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati

gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea

così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli

furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi

devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal

Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di

brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa

Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce

rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e

quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il

sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali

eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose

che le colpe, la folla fischiava, e gridava _Al fuoco, al fuoco_.

Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga

sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera

coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno

il _Credo_ e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino

al 28 dicembre 1696.

Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti

Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul

lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false

interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò.

Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da

Innocenzo XI colla bolla _Cœlestis Pastor_, 20 novembre 1688. Insieme

condannossi come infetta di quietismo la _Contemplazione mistica_ del

cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea

difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.

Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.

I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal

barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare

le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di

Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima,

perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio,

al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa

confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni

mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma

come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.

Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il

Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei

montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero

queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse

il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in

Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e

proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie

di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano

pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare

e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando

fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e

confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo

di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi _Pelagiani_;

mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con

chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un

terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso

con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova

catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche

pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò

inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli

oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini,

Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano

anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il

Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto

un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che

l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.

Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua

ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che

l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono

dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e

dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son

care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa,

essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il

ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della

Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra

gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle

dignità.

Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un

Giuseppe Beccarelli di Brescia.

Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei

monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di

Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore

generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa

col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che

aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico

della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e

processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si

trovassero quattro cardinali parenti del reo.

Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese,

monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza

ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia;

cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di

essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le

ceneri disperse.

La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica

origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di

essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla

famiglia regnante.

Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da

Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581,

Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed

oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne

canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte

opere di controversia e d'ascetica, fra cui le _Istruzioni pei

sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali

devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e

darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro

vita sono venute_. Recitò pure le orazioni funebri pel principe

Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613

l'_Accademia Giaponica_, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e

v'aggiunse un'_Orazione in lode di Gesù Crocifisso_, ch'egli avea

recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò

_Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria

sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da

Cortona_; poi nel 1623 a Venezia, _Osservazioni sul modo facile

dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre

Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere

gli obblighi del proprio stato_. Restano molte sue cose inedite, di cui

principale quella _De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo

adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas,

hæreticos et judæos_.

Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure

vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al

pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.

Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle

sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio

che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di

cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi

fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli

stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter

volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto

potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente:

merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali,

non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di

rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a

Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli

dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva

prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il

volere e l'approvazione di Dio.

Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così

conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre

Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un

giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un

Girolamo Mainardi, e da un innominato.

Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo

zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella

orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il _Typus optimi regiminis

ecclesiastici, politici et œconomici_, ove offre David come esempio ai

regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la

_Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica_.

Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe

sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde

fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano

inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi

d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie.

Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione,

sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.

Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla

pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di

Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e

di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle

cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti

particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a

prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e

de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò

sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva,

e gli furono negati i funerali solenni[367].

Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta _la storia di suor

Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre

Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis_. Nasceva costei a Sepino

provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a

Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il

suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto.

Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre

Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine

del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che

le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi

i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa,

che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè

scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero

fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.

L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631

eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V

in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe PURGATORI EUROPÆ

LERNÆARUM HÆRESEON EVERSORI EXTINCTORI PANORMUS PIISSIMA D. D., dopo un

breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori

austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con

medaglie portanti _Ab Austro prosperitas et felicitas_. Governando il

marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto

da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse

ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico.

Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690

contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa

processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel

mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi

vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de'

condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa

scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del

sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di

croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col

sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e

il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito

stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i

processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce

d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don

Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta

la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e

l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor

Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era

stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al

secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad

esser arsi vivi, _donec in cinerem convertantur, cinis vero

dispergatur_.

Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di

Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere

strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il

fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono

avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].

NOTE

[343] Vedi la nota 2 del nostro Discorso IIL. Dalle devastazioni di

quella guerra i papi poterono salvare la biblioteca palatina di

Eidelberga, che fu trasportata a Roma, e fu poi restituita nel 1815. Lo

Scioppio, che conosciamo, accusò Leone Alazio, di cui pure abbiam fatto

cenno, d'avere distratto i migliori libri di quella raccolta, ma egli se

ne scolpò.

Il marchese Francesco Nerli, ambasciadore del duca di Mantova a Roma,

scriveva al duca:

«Languivano le antiche glorie nella Corte di Roma, non senza discapito

della nostra santa religione negli ultimi periodi del vivere d'Innocenzo

X, avendo non solo la più infetta Germania e le rabbiose lingue di tutti

gli eretici, ma le bocche profane d'empj cristiani, vomitato ignominiosi

improperj contro la sacrosanta maestà papale: o che li ministri del

defunto pontefice, o che l'avara natura dei più cospicui nella Casa

Pamfilia, fosse bastevol materia ad eccitar da ogni parte contumaci

clamori. Con queste obbrobriose memorie caduto infermo per alcuni mesi,

l'odiato pontefice terminò con l'idropica sete di respirare l'aure

vitali».

[344] BAYLE alla voce _Chigi_. Il libro suo sopra accennato è _Judicium

theologicum super quæstionem an pax qualem desiderant Protestantes sit

secundum se illicita..... opera ac studio_ ERNESTI DE EUSEBIIS _civis

romani_.

[345] Della costui politica, di cui tanto ebbe a soffrir l'Italia, così

rideva Pasquino:

Guerra a Cesare muove e propon pace,

Pronto sempre egualmente a pace e guerra

Quel ch'è sì glorioso in guerra e in pace,

Arbitro della pace e della guerra.

Guerra, dic'egli, io porto, e porto pace,

Ciò che vuol scelga il mondo, o pace o guerra:

Giust'è la guerra a dir non vuol la pace,

Bell'è la pace a dir non vuol la guerra.

Fin di mia guerra è il non voler la guerra:

Voler la guerra è il fin dell'altrui pace,

O facciam pace in pace o guerra in guerra.

Che gran re! che gran guerra! e che gran pace!

Manda la pace a principiar la guerra,

Manda la guerra ad esibir la pace.

[346]

_Et tout le partit Protestant_

_Du Saint-Père en vain très-content._

_Le chevalier de Sillery_

_En parlant de ce pape-cy_

_Souhaitait pour la paix publique_

_Qu'il se fast rendu catholique._

LA FONTAINE, _Œuvres postumes_, p. 171.

[347] _Opere del Galilei_, vol. I, p. 231.

[348] «Il vero ideale, intuitivo e rivelato, è di sua natura

assiomatico, e si riduce a corpo di scienza, deducendo e non inducendo,

sintetizzando e non analizzando, e procedendo in somma per modo affatto

diverso dalle scienze naturali e dalla filosofia secondaria: l'analisi

può solo venire appresso, e se vuol precedere, non può giovare

altrimenti che a guisa di semplice apparecchio. La sintesi primitiva

costituisce in religione la fede cattolica, e in filosofia la fede

razionale verso l'Idea: ella è la cognizione del vero, contemplato nelle

analogie o in se stesso, per mezzo del verbo jeratico. Quando l'animo

del fanciullo cattolico, formato e disposto dalla doppia instituzione

del catechismo e della Grazia, della Chiesa e di Dio, giunge a quel

grado di cognizione che gli permette di dire sentitamente e con pieno

arbitrio, Io so e credo; egli acquista la doppia fede dell'uomo e del

cristiano. La sufficiente notizia del vero intelligibile e

sovrintelligibile, ch'egli ha ricevuta dalla parola educatrice, rende

intima la sua persuasione e l'ossequio ragionevole. Avendo apprese dal

magistero ecclesiastico le verità razionali e i dogmi arcani della

religione, egli ammette quelle in virtù della propria evidenza, e

guidato dalla luce che diffondono, crede all'autorità della favella

rivelatrice che l'esprime e l'accompagna, crede ai misteri

incomprensibili per la guarentigia autorevole degl'insegnatori. Così,

l'uomo, che per la grazia del primo rito era già abitualmente cristiano,

riesce tale in atto, piglia libero possesso dell'Idea perfetta, ed entra

con essa alla cittadinanza spirituale conferitagli nel celeste regno.

Niuno può determinare l'istante preciso e il modo speciale di questa

operazione in ciascun individuo; giacchè la verità assoluta e moltiforme

del cristianesimo può influire nello spirito per mille diverse guise; e

l'impressione divina che accompagna ed accresce l'efficacia di quella,

può ottemprarsi in varj modi all'indole speciale del fanciullo e alle

condizioni in cui è collocato. Ma ciò che è manifesto si è che la fede

cristiana e la fede razionale nel fanciullo bene instituito non vengono

mai precedute dall'analisi, dal dubbio, dall'esame, e che il metodo

cartesiano e protestante ripugna del pari alla religione e alla natura.

Nei due casi si annulla la fede collo scetticismo, a fine di poterla

rifare coll'esame: si rinunzia al possesso di un dono così prezioso

ricevuto dall'educazione, o s'incorre nel grave rischio di non poterlo

ricoverare, come colui che trovandosi aver fra mano un gran tesoro

necessario alla sua vita, eleggesse di scagliarlo in mare per avere il

diletto di ripescarlo, faticando e nuotando con pericolo di annegarsi. E

veramente la fede, che è l'innocenza dello spirito, è come quella dei

costumi assai più facile a conservare, purchè si adoperi la debita

vigilanza, che a racquistare, quando si è perduta. La fede è la vita

delle anime, le quali, a guisa dei corpi, non posson destarsi dal sonno

mortale, o risorgere senza miracolo». GIOBERTI, _Introduzione allo

studio della filosofia_.

[349] Nel _Catechismo_ stampato a Basilea il 1561, si legge:

_Ministro._ Sebben l'esser nostro è infinitamente lontano dall'esser di

Dio, non può darsi che l'uomo non sia. Anzi è cosa sì chiara, che più

nota non può trovarsi, e mostra d'esser in tutto privo di giudizio chi

non crede essere. Però ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s'egli

ti par essere o no.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 45 / 101 段