diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte
alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu
ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali,
sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei.
Repente abbandonata la cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi,
portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto
Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor
Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi,
perchè proponeasi dar _di bianco_ non solo ad abusi del governo
pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva
semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto
Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta
segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il
Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva.
Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del
palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.
Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel
qual senso anche il Bellarmino scrisse _La scala per ascender a Dio
dalle creature_, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il _Gemito
della Colomba ossia il ben delle lacrime_. Più illustre fu santa Teresa,
destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale
definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che
l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non
esistessero che Dio e lui»[363].
Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando
l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente
pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella
divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che
davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali
non valgono il minimo atto di bene pratico.
A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio
d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite,
buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san
Bonaventura».
Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel
1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una _Guida
spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la
perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore_. Suo
dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge
l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una
specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale
stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie
più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e
senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la
volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive
tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che
sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio,
e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non
solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a
Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più
grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio
che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il
regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte
al giorno»[364].
Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di
spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'_Accordo dell'azione e del
riposo nell'orazione_, passò per invido calunniatore, e per poco non
ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli
s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati
gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea
così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli
furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi
devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal
Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di
brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa
Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce
rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e
quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il
sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali
eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose
che le colpe, la folla fischiava, e gridava _Al fuoco, al fuoco_.
Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga
sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera
coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno
il _Credo_ e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino
al 28 dicembre 1696.
Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti
Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul
lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false
interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò.
Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da
Innocenzo XI colla bolla _Cœlestis Pastor_, 20 novembre 1688. Insieme
condannossi come infetta di quietismo la _Contemplazione mistica_ del
cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea
difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.
Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.
I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal
barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare
le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di
Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima,
perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio,
al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa
confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni
mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma
come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.
Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il
Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei
montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero
queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse
il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in
Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e
proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie
di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano
pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare
e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando
fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e
confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo
di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi _Pelagiani_;
mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con
chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un
terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso
con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova
catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche
pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò
inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli
oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini,
Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano
anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il
Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto
un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che
l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.
Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua
ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che
l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono
dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e
dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son
care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa,
essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il
ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della
Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra
gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle
dignità.
Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un
Giuseppe Beccarelli di Brescia.
Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei
monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di
Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore
generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa
col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che
aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico
della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e
processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si
trovassero quattro cardinali parenti del reo.
Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese,
monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza
ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia;
cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di
essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le
ceneri disperse.
La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica
origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di
essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla
famiglia regnante.
Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da
Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581,
Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed
oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne
canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte
opere di controversia e d'ascetica, fra cui le _Istruzioni pei
sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali
devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e
darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro
vita sono venute_. Recitò pure le orazioni funebri pel principe
Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613
l'_Accademia Giaponica_, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e
v'aggiunse un'_Orazione in lode di Gesù Crocifisso_, ch'egli avea
recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò
_Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria
sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da
Cortona_; poi nel 1623 a Venezia, _Osservazioni sul modo facile
dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre
Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere
gli obblighi del proprio stato_. Restano molte sue cose inedite, di cui
principale quella _De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo
adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas,
hæreticos et judæos_.
Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure
vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al
pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.
Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle
sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio
che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di
cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi
fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli
stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter
volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto
potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente:
merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali,
non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di
rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a
Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli
dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva
prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il
volere e l'approvazione di Dio.
Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così
conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre
Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un
giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un
Girolamo Mainardi, e da un innominato.
Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo
zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella
orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il _Typus optimi regiminis
ecclesiastici, politici et œconomici_, ove offre David come esempio ai
regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la
_Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica_.
Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe
sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde
fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano
inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi
d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie.
Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione,
sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.
Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla
pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di
Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e
di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle
cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti
particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a
prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e
de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò
sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva,
e gli furono negati i funerali solenni[367].
Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta _la storia di suor
Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre
Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis_. Nasceva costei a Sepino
provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a
Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il
suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto.
Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre
Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine
del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che
le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi
i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa,
che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè
scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero
fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.
L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631
eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V
in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe PURGATORI EUROPÆ
LERNÆARUM HÆRESEON EVERSORI EXTINCTORI PANORMUS PIISSIMA D. D., dopo un
breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori
austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con
medaglie portanti _Ab Austro prosperitas et felicitas_. Governando il
marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto
da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse
ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico.
Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690
contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa
processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel
mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi
vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de'
condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa
scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del
sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di
croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col
sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e
il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito
stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i
processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce
d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don
Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta
la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e
l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor
Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era
stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al
secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad
esser arsi vivi, _donec in cinerem convertantur, cinis vero
dispergatur_.
Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di
Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere
strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il
fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono
avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].
NOTE
[343] Vedi la nota 2 del nostro Discorso IIL. Dalle devastazioni di
quella guerra i papi poterono salvare la biblioteca palatina di
Eidelberga, che fu trasportata a Roma, e fu poi restituita nel 1815. Lo
Scioppio, che conosciamo, accusò Leone Alazio, di cui pure abbiam fatto
cenno, d'avere distratto i migliori libri di quella raccolta, ma egli se
ne scolpò.
Il marchese Francesco Nerli, ambasciadore del duca di Mantova a Roma,
scriveva al duca:
«Languivano le antiche glorie nella Corte di Roma, non senza discapito
della nostra santa religione negli ultimi periodi del vivere d'Innocenzo
X, avendo non solo la più infetta Germania e le rabbiose lingue di tutti
gli eretici, ma le bocche profane d'empj cristiani, vomitato ignominiosi
improperj contro la sacrosanta maestà papale: o che li ministri del
defunto pontefice, o che l'avara natura dei più cospicui nella Casa
Pamfilia, fosse bastevol materia ad eccitar da ogni parte contumaci
clamori. Con queste obbrobriose memorie caduto infermo per alcuni mesi,
l'odiato pontefice terminò con l'idropica sete di respirare l'aure
vitali».
[344] BAYLE alla voce _Chigi_. Il libro suo sopra accennato è _Judicium
theologicum super quæstionem an pax qualem desiderant Protestantes sit
secundum se illicita..... opera ac studio_ ERNESTI DE EUSEBIIS _civis
romani_.
[345] Della costui politica, di cui tanto ebbe a soffrir l'Italia, così
rideva Pasquino:
Guerra a Cesare muove e propon pace,
Pronto sempre egualmente a pace e guerra
Quel ch'è sì glorioso in guerra e in pace,
Arbitro della pace e della guerra.
Guerra, dic'egli, io porto, e porto pace,
Ciò che vuol scelga il mondo, o pace o guerra:
Giust'è la guerra a dir non vuol la pace,
Bell'è la pace a dir non vuol la guerra.
Fin di mia guerra è il non voler la guerra:
Voler la guerra è il fin dell'altrui pace,
O facciam pace in pace o guerra in guerra.
Che gran re! che gran guerra! e che gran pace!
Manda la pace a principiar la guerra,
Manda la guerra ad esibir la pace.
[346]
_Et tout le partit Protestant_
_Du Saint-Père en vain très-content._
_Le chevalier de Sillery_
_En parlant de ce pape-cy_
_Souhaitait pour la paix publique_
_Qu'il se fast rendu catholique._
LA FONTAINE, _Œuvres postumes_, p. 171.
[347] _Opere del Galilei_, vol. I, p. 231.
[348] «Il vero ideale, intuitivo e rivelato, è di sua natura
assiomatico, e si riduce a corpo di scienza, deducendo e non inducendo,
sintetizzando e non analizzando, e procedendo in somma per modo affatto
diverso dalle scienze naturali e dalla filosofia secondaria: l'analisi
può solo venire appresso, e se vuol precedere, non può giovare
altrimenti che a guisa di semplice apparecchio. La sintesi primitiva
costituisce in religione la fede cattolica, e in filosofia la fede
razionale verso l'Idea: ella è la cognizione del vero, contemplato nelle
analogie o in se stesso, per mezzo del verbo jeratico. Quando l'animo
del fanciullo cattolico, formato e disposto dalla doppia instituzione
del catechismo e della Grazia, della Chiesa e di Dio, giunge a quel
grado di cognizione che gli permette di dire sentitamente e con pieno
arbitrio, Io so e credo; egli acquista la doppia fede dell'uomo e del
cristiano. La sufficiente notizia del vero intelligibile e
sovrintelligibile, ch'egli ha ricevuta dalla parola educatrice, rende
intima la sua persuasione e l'ossequio ragionevole. Avendo apprese dal
magistero ecclesiastico le verità razionali e i dogmi arcani della
religione, egli ammette quelle in virtù della propria evidenza, e
guidato dalla luce che diffondono, crede all'autorità della favella
rivelatrice che l'esprime e l'accompagna, crede ai misteri
incomprensibili per la guarentigia autorevole degl'insegnatori. Così,
l'uomo, che per la grazia del primo rito era già abitualmente cristiano,
riesce tale in atto, piglia libero possesso dell'Idea perfetta, ed entra
con essa alla cittadinanza spirituale conferitagli nel celeste regno.
Niuno può determinare l'istante preciso e il modo speciale di questa
operazione in ciascun individuo; giacchè la verità assoluta e moltiforme
del cristianesimo può influire nello spirito per mille diverse guise; e
l'impressione divina che accompagna ed accresce l'efficacia di quella,
può ottemprarsi in varj modi all'indole speciale del fanciullo e alle
condizioni in cui è collocato. Ma ciò che è manifesto si è che la fede
cristiana e la fede razionale nel fanciullo bene instituito non vengono
mai precedute dall'analisi, dal dubbio, dall'esame, e che il metodo
cartesiano e protestante ripugna del pari alla religione e alla natura.
Nei due casi si annulla la fede collo scetticismo, a fine di poterla
rifare coll'esame: si rinunzia al possesso di un dono così prezioso
ricevuto dall'educazione, o s'incorre nel grave rischio di non poterlo
ricoverare, come colui che trovandosi aver fra mano un gran tesoro
necessario alla sua vita, eleggesse di scagliarlo in mare per avere il
diletto di ripescarlo, faticando e nuotando con pericolo di annegarsi. E
veramente la fede, che è l'innocenza dello spirito, è come quella dei
costumi assai più facile a conservare, purchè si adoperi la debita
vigilanza, che a racquistare, quando si è perduta. La fede è la vita
delle anime, le quali, a guisa dei corpi, non posson destarsi dal sonno
mortale, o risorgere senza miracolo». GIOBERTI, _Introduzione allo
studio della filosofia_.
[349] Nel _Catechismo_ stampato a Basilea il 1561, si legge:
_Ministro._ Sebben l'esser nostro è infinitamente lontano dall'esser di
Dio, non può darsi che l'uomo non sia. Anzi è cosa sì chiara, che più
nota non può trovarsi, e mostra d'esser in tutto privo di giudizio chi
non crede essere. Però ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s'egli
ti par essere o no.