quale si scoprono le astuzie con che i Luterani si sforzano d'ingannare
le persone semplici e tirarle alla loro setta: La scienza della salute,
ristretta in quelle due parole Pochi sono gli eletti_, tradotta dal
francese dall'abate NICOLAO BURLAMACCHI; BUONAVENTURA abate di
Laurenzana, _Croniche della riforma di Basilicata_; _Precipizj della
Sede Apostolica, ovvero la corte di Roma perseguitata e perseguitante_;
_Ragionamento in materia di religione accaduto fra due amici italiani_;
a cui aggiungiamo per la pertinenza: «Trois lettres touchant l'état
présent de l'Italie, écrites en l'année 1687. La première regard
l'affaire de Molinos et des Quietistes: la seconde l'Inquisition et
l'état de la religion: la troisième regarde la politique et les intérêts
de quelques Etats d'Italie».
È superfluo rinotare che l'esser all'Indice non implica eresia. Più
direttamente riguardano ad eresie i libri di Giacomo Picenino, _Apologia
per i riformatori e per la religione riformatasi. — Vestimento per le
nozze dell'agnello qui in terra. — Concordia del matrimonio e del
ministero. — Trionfo della vera religione contro le invettive di Andrea
Semery,_ che vennero proibiti nel 1707 e 1714.
Così conosciamo un Pissini Andrea, che, nella _Naturalium doctrina_, si
mostra materialista; un padre Mazzarini che fu processato per opinioni
eterodosse: un Antonio Pellegrini che nei _Segni della natura dell'uomo_
impugna la Provvidenza: un Tommaso Leonardo, che provò esser eretico san
Tommaso[356].
L'Inquisizione, più che all'irrompere delle eresie, ebbe a far processi
di fatuchieria, come altrove mentovammo. Una donna che viveva a spese
d'un mal prete, confessò a questo che donna Vittoria Mendoza, moglie
dell'Ossuna, vicerè di Napoli, avea fatto una malia acciocchè questi non
amasse altri che lei, suo figlio, suo genero; e ciò spiegava perchè
costoro salissero in tanta grazia con esso. Denunciata la cosa, l'Ossuna
corre alla Vittoria, e col pugnale alla gola la obbliga a confessare, ed
essa il fa. Egli allora va da sua moglie, riferendole l'avvenuto, e
attribuendolo alle preghiere di lei; la quale non rifiniva di ringraziar
Iddio d'aver rotto quel fascino. Ma l'accusata era figlia del duca
d'Alcala, moglie del duca d'Uzeda, imparentata con grandi di Spagna:
talchè l'Ossuna, che le voleva bene, non pensò a punirla, benchè
applicasse la legge ad altre streghe e loro mariti[357].
Del processo contro il Centini d'Ascoli parlammo nel vol. II, p. 389,
ove pure d'altri di quest'età.
In più d'uno scritto verso il 1547 è riferita la storia dell'anima di
Salvatore Caravagio, più minutamente in un lungo discorso di monsignor
Bonifacio arcidiacono di Treviso, press'a poco in questi termini:
Nella via famosa dei Santi Quaranta, che nella città di Treviso è
la più spaziosa e la più diritta, rincontro alla chiesa dei
Cappuccini, una piccola casa era infestata da spiriti, e durò la
molestia per lo spazio di oltre venti mesi. Vi abita Perina,
vedova di ottima fama e di età senile, il cui marito, or fanno
dieci anni, fu chiamato a vita migliore, e con essa lei, che ne è
padrona, altri non vi abita che Genevra figliuola di Bernardino
suo figliuolo che è morto, fanciulla di quattordici anni, non
bella, non vana, e, come ho veduto nel formare il processo e nel
ragionare con lei, molto semplice e schietta. Sono esse poverelle
e vivono colla industria dei lavori donneschi, mediante l'ago, e
il fuso, non avendo che un poderetto di piccolissima rendita, che
dovrà bentosto dividersi in molte parti per aver la Genevra non
solo alquante sorelle, ma fratelli ancora. Giorno e notte si
vedevano volar sassi, e mattoni, rompere stoviglie, trasportar
bagaglie ed arnesi, e allora mo' l'avola, mo' la nepote erano
leggiermente percosse, senza lividori ma non senza doglie. Non
v'essendo pane in casa, furono trovati alcune fiate i pani
inzuppati. Fu svelto e rimosso il cocchiume e la cannella d'un
vasseletto e d'un barillotto versandosi tutto il vino. Rimesse le
spinole ed i turaccioli, di bel nuovo erano sterpati e dischiusi,
ed evacuati gli arnesi, ed infine tutti furono nel mezzo d'una
stanza in un fascio gettati.
Cotali stravaganze non solo dalle abitatrici si vedevano, ma da
vicini, da parenti e da amici, che per vaghezza di veder
maraviglie vi concorrevano, ma non fu poi giammai veduto mano o
piede o altro agente naturale nè artificiale, che facesse quelle
operazioni. Furono anco tagliate le gambe sul nodo del ginocchio a
tutte le galline con sì leggiadra e sottil destrezza, che
camminando elle alquanto, pareano sane, ma poi cadevano giù dalle
proprie gambe come se fossero gruccie o piedistalli posticci. Fu
di vantaggio veduto un lenzuolo nel mezzo della camera maggiore
così gentilmente agrumato e con piegature artificiosissime, così
bene ridotte in figura d'uomo, che pareva propriamente un
cadavere, messili due candellieri l'uno da capo e l'altro da
piedi, e una croce tra le mani composta di due arpioni di ferro,
che facilmente si trovarono in quella casa per avere il possessore
quivi esercitato la mercanzia di fare e vendere salciccie, lardi,
prosciutti e altri cibi di carne porcina insalati. Fornito il
lungo corso di cotali disturbi quando piacesse alla divina
provvidenza, s'udì pure una voce inarticolata prima con fischi, e
poscia con gemiti, che fiocamente tanto di giorno che di notte si
lamentava, e pareva che chiamasse mo' la Perina, mo' la Genevra,
ancorchè non si snodasse in parole perfette. Scongiurata
finalmente nel gran nome di Dio, che dicesse chi era, professò
d'essere Salvatore Caravagio marito dell'una e avolo dell'altra:
chiestogli ciò che egli volesse: Ajuti (rispose) e suffragi per
esser cavato di purgatorio. Ricercato se gli era in grado che si
chiamassero i Cappuccini, rispose di sì. Vennero adunque quattro
sacerdoti di quella santa religione, e fatti i dovuti esorcismi,
scongiuri e benedizioni secondo il rito della santa Chiesa, ed
aspersa la casa cogli abitanti con l'acqua benedetta; ed esposte
con le sacre cere delli _agnusdei_ le reliquie dei santi,
invitarono l'anima a notificare la sua condizione. Rispose
distintamente in varj congressi, replicati in diversi tempi, sè
essere l'anima di Salvatore Caravagio che morì già da dieci anni,
e fu sepolto nella parrocchia di Venegazzone, villaggio di questa
diocesi: andassero alla cassa in cui giaceva, iscavassero, e tutto
intiero il suo corpo vi troverebbono. Interrogato ciò che
pretendesse, rispose che siano celebrate otto messe a san Gotardo,
chiesa poco quinci distante in villaggio che da lei prende il
nome. Dettoli che saria lungo e disagevole farle celebrare in
quella chiesetta mal frequentata, rispose rimanere egualmente
soddisfatto se saranno offerte sull'altare di san Gotardo nella
chiesa di santa Margherita collegiata dei pp. Agostiniani in
questa città. Addomandato se d'altro le facea mestieri, disse che
di otto messe egli abbisognava all'altare del Crocifisso in santa
Agnese sua parrocchiale in questa città. Vi aggiunse infine una
messa nella chiesa della Certosa nel bosco del Montello, e pregò
con replicate e caldissime istanze Giorgio dei Grossi suo nepote
di sorella, che prestasse la carretta a Perina e a Laura sua
nuora, e alle figlie di lei, che sono la Genevra con le sue
sorelle acciò che andassero alla Certosa ad udire la messa, e
scioglier il voto, che nè da lui, nè da Bernardino suo figliuolo
padre delle donzelle era mai stato soddisfatto. Esortò finalmente
gli astanti, che erano amici ed attenenti al ben vivere, alla
frequentazione dei sacramenti e alla giustizia e lealtà nelle loro
arti e mercanzie. Parlava lo spirito senza esser veduto, in voce
distinta, benchè alquanto impedita, quale appunto egli l'ebbe
nell'ultima infermità sua, che dai mortali il sottrasse. Nel
medesimo tempo apparve lo spirito di Bernardino ad un zoppo sarto
di quella contrada, nominato Domenico Minoto, e pregollo a far
celebrare la messa votiva alla Certosa: il che avendo il sarto
prontamente eseguito, lo spirito di Salvatore si dichiarò
restargli obbligato per la carità ch'egli a Bernardino suo
figliuolo aveva fatta, la quale era anco ridondata a suo pro
siccome di colui che aveva parte nel voto. Volendo con tutto ciò
quei venerabili religiosi meglio certificarsi s'egli era spirito
buono, gli proposero la recita di molte pie preci, ed egli
intieramente con voce ben franca, come che alquanto balbettante,
disse più volte _In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum_;
vi aggiunse alcune fiate _Peccavi, Domine, miserere mei,_ parole
improfferibili a diavoli, che sono incapaci di confessare il
proprio peccato, e di chiederne il perdono. Disse inoltre tutto il
salmo _Miserere mei Deus_, l'antifona _Salve Regina_, il simbolo
degli apostoli, e altre devozioni, e mentre i padri salmeggiavano,
egli espressamente diceva di sentirne gran refrigerio,
particolarmente nel vangelo di san Giovanni quando genuflessi
pronunciavano _Verbum caro factum_ est, perchè allora esclamando
diceva: Siano per sempre benedette queste sante parole! oh quanto
conforto, oh quanto alleviamento mi apportano!
Interrogato per qual cagione se era eletta alla gloria celeste e
congiunta di sì stretto nodo con quelle donne, avesse loro cotanti
danni inferiti, essendo certissimo che l'anime del purgatorio,
siccome quelle che nella divina grazia si trovano confermate, non
possono neanco leggiermente peccare, rispose: Non io, ma lo
spirito maligno ha fatto quelle inconvenienze, e quelli
spropositi. E ricercato chi fosse cotesto spirito maligno, disse
che egli ne aveva sempre seco due degli spiriti, uno buono ed uno
reo. Dimandato ciò che fosse dell'anime d'alcuni, che erano stati
suoi congiunti o per sangue per vicinanza o per amistà, disse di
due sacerdoti che erano in paradiso, di altri due secolari che
erano in purgatorio, d'un solo ch'era nell'inferno per aver
dimezzate le sue confessioni, e soppressa buona parte delle sue
colpe.
Interrogato circa lo stato d'alcuni altri disse non aver
conoscenza, ma che, se l'angelo assistente glielo scoprisse nol
tacerebbe: e non guari dopo disse, che erano in purgatorio.
Richiesto se quando fossero fatte le soddisfazioni e i sacrificj
da lui addimandati, saria più tornato, rispose di no, come in
effetto è successo, perchè, eseguito quanto egli desiderava, non
s'è più sentito rumore nè movimento alcuno in quella casa, abitata
con somma quiete e sicurezza da quelle donne: ma prima che l'anima
partisse ricercata a manifestare qual sorta di pena ella
maggiormente patisse, rispose, ghiaccio grande e freddo eccessivo.
Per cotale risposta molto si maravigliarono i semplici, parendo
loro essere impossibile che le anime tormentate dal fuoco possano
esser anco dal freddo crucciate, e pur egli è vero che, contro
l'ordine della natura, per affliggere gli spiriti o dannati o
purganti concorrono due contrarie pene ed opposti supplicj di gelo
e di arsura, perciocchè chiaramente lo dice per bocca di Giob lo
Spirito Santo, _Transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium_, e
lo conferma il Salvatore dicendo, che staranno _in camino ignis
ubi erit fletus et stridor dentium_.
Qui segue una dissertazione sulla quistione del freddo e caldo che
provano i dannati.
Interrogato lo spirito perchè alla Genevra fosse prima che ad
altri apparso, ed a lei più che ad altri avesse favellato e non a
sacerdoti, senza ch'ella ci fosse presente, rispose, tale essere
stata la volontà dello spirito suo custode perchè gli angeli amano
la verginità.
Qui vengono altre citazioni su tale argomento. Molte altre
interrogazioni gli furono fatte, ed egli se ne sgravò dicendo che
oggimai riuscivano importune. Ricercato in fine da qual parte uscirebbe,
disse che per la fessura d'una finestra, che era ivi dirimpetto; e
richiesto a dare il segno della partenza, percosse con tanta forza il
palco superiore, che cadde la polvere copiosamente sopra gli astanti.
Tutto queste cose rimangono giustificate per la concorde
attestazione di quattro sacerdoti cappuccini che v'intervennero,
delle due donne abitatrici della casa infestata, di Luigi
Caravagio figliuolo dell'una e zio dell'altra, di Giorgio di
Grossi, di Mario Zambelli fabbro, di Libera sua moglie, di
Domenico Minoto, di Bernardino Carraro, e di altri testimonj,
tutti da me con questo esaminati, e nelle loro deposizioni
appajono ancora molte altre cose concernenti questo affare, che
troppo lungo e nojoso fora l'andarle una per una particolarmente
divisando. Io feci diligentissima inquisizione in tutti i luoghi,
e in ciascun ripostiglio di quella casetta, e non vidi alcun
vestigio di fraudi, nè poteva ella star celata per sì lungo spazio
di tempo: nè si potevano ingannar tante persone viziose, scaltre
ed accorte, nè sofferto avrebbe la luce di non appalesare una sì
lunga e replicata impostura, poichè i rumori e le voci non meno il
giorno che la notte s'udivano: e non già da pochi, ma ben da molti
di variato genio, pensiero e fine, tra i quali non potea darsi
concerto, e accordo[358].
Se chi non crede all'odierno spiritismo in ciò volesse vedere soltanto
arte di prestigiatori, vi associeremmo il ricordo di Giuseppe Francesco
Borri milanese. Nato il 1625 da un medico e senatore, allevato da'
Gesuiti a Roma, s'insinuò nella corte papale come chimico e medico, ma
accusato delle peggiori sregolatezze, rifuggì in una chiesa (1654), ed
evitò il castigo col fingersi emendato. Cominciò allora a dirsi ispirato
da frequenti visioni celesti a riformare il mondo, rimettere la purezza
nella fede e ne' costumi; esser egli il pro-Cristo, cioè difensore di
Cristo, che si presenterebbe in piazza del duomo di Milano, comincerebbe
a predicar le gravezze del corpo e dell'anima, e fra venti anni
stabilirebbe _il regno dell'Altissimo_, e ridurrebbe tutti in un solo
ovile: chiunque ricusasse, foss'anche il papa, verrebbe sterminato per
mezzo dell'esercito pontifizio, di cui egli si porrebbe a capo con una
spada datagli da san Michele, e coi denari procacciategli dall'alchimia.
A Roma sterminati i malvagi, nel Sancta Sanctorum si troverebbero
scritture della Beata Vergine; il pontefice succedente a questo sarebbe
amico suo: avrebbe triplice corona di spine in oro. E qui impastando una
bizzarra religione, diceva che il Figliuolo di Dio _ab æterno_ non fu
contento della sua gloria e aspirava alla futura, onde stimolava il
Padre a creare _ab extra_. La divinità della terza persona è ispirata:
l'essenza del Verbo è generata e filiale; e questo e quello son
inferiori al Padre. Maria vergine è dea, concepita per opera divina;
figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio e incarnazione dello Spirito
Santo; nata da vergine, ond'è detta _gratia plena_; è presente anch'essa
nella ss. Eucaristia; e la chiamava Vergine sacratissima Dea, e da' suoi
sacerdoti faceva aggiungere all'ave e al canone della Messa _Unispirata
filia altissimi_[359].
Iddio volle che Lucifero adorasse Gesù e la sua madre con-dea; e avendo
ricusato, precipitollo nell'abisso, e con lui molti angeli, mentre
quelli che v'aderirono solo col desiderio volteggiano per le regioni
dell'aria; per mezzo di questi Iddio creò la materia e gli animali
bruti, mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non
fu atto di libera volontà, ma Dio vi si trovò costretto. I figli
concetti nel peccato non possono cancellarne la sozzurra, e rimangono
infetti non solo dalla colpa originale, ma anche dell'attuale. Se l'uomo
crede, Dio è obbligato concedergli la Grazia.
Dicendosi autorizzato da san Paolo a criticare san Pietro, molti errori
dei libri santi emendava; correggeva e interpretava il _pater_: nel
_credo_ insegnava che Maria uscì dal grembo della divina essenza con
anima deificata. Intitolava Ragionevoli od Evangelici i suoi discepoli,
dai quali esigeva voti d'unione fraterna, di segreto inviolabile,
d'obbedienza a Cristo e agli angeli, di fervente apostolato e di
povertà, per la quale consegnavano a lui tutto il denaro; ed egli
coll'imposizione delle mani impartiva ad essi la missione divina. Dio ha
riservato a questi tempi l'unione de' fedeli cogl'infedeli acciocchè si
manifestino le prerogative della divinissima Madre di Dio, eguale in
tutto al Figlio.
Ottenuto il trionfo, la Chiesa godrebbe pace per mille anni, e i soldati
vincitori sarebbero raccolti in un Ordine monastico, vestiti di pelle
bianca, con un collare di ferro portante il motto «Pecora schiava
dell'agnello pastore». Tutto ciò eragli ispirato dal suo angelo, e lo
sosteneva con testi scritturali adulterati; copriva gl'insegnamenti di
arcano e formole iniziatrici, e tentò attuare la sua chiesa alla morte
di Innocenzo X, quando nei tre mesi di vacanza anche molti fra'
cardinali ordivano d'assicurare l'indipendenza italiana, spossessando la
Spagna. Ma succeduto Alessandro VII, il Borri stimò prudente ritirarsi a
Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano
che nè il Governo nè il Sant'Uffizio n'avessero sentore fino al marzo
1659: quando egli, sentendosi decretato d'arresto, stabilì un colpo
risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra' suoi settarj,
trucidare l'arcivescovo e i curiali, scarcerare i detenuti, inveire
contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando Mora
Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e
fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi
settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne;
indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrasegno dei
loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in
contumacia il Sant'Uffizio lo processò e condannò, ordinando omnia
illius scripta hæretica comburenda esse; _omnia bona mobilia et
immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœna latæ sententiæ ne
quis cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis
et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent,
teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum;
relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et
velit in favorem fidei nostræ ipsum capiat et teneat._
Ai 3 gennajo 1661 «l'effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto
al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro
accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di
Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata
con i suoi scritti».
Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima
dell'Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad
abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta
d'esser egli stato abbruciato in effigie a Roma. In Olanda acquistò gran
credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia
e di Germania veniano per le poste a consultarlo e conoscerlo»; onde
arricchito sfoggiò; faceasi dare dell'eccellenza, fu dichiarato
cittadino d'Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e
gemme quando, caduto di credito colla facilità ond'era salito, fuggì di
colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di
Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand'opera, cioè la
tramutazione de' metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a
Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità
per fabbricar oro, anzi gli chiedeva consigli politici. Ma il succeduto
Cristiano V gli diede cinquecento talleri, patto che se n'andasse
subito. Difilossi allora verso la Turchia, ma in Moravia arrestato per
sospetto, fu dall'imperatore consegnato al nunzio pontifizio, che lo
spedì a Roma, con promessa gli sarebbe salva la vita. Al giudizio
comparve ben in arnese, «con un vestito di moàro fiorato nero, con
un'ongherina dell'istesso, ben fornita di guarnizione: la sua statura è
alta, ben proporzionato di membra: capelli neri e ricci, viso tondo,
carnagione bianca, sembiante maestoso». Fu tenuto per pazzo ed obbligato
solo a solenne abjura l'ottobre 1672, condotto a Loreto a far amenda
presso la Beata Vergine, poi condannato a recitar salmi e credo, e
chiuso in prigione perpetua. Quivi restava sempre oggetto di curiosità,
e il duca d'Estrée ambasciadore di Francia, gravissimamente malato, ne
chiese un consulto; e guarito, impetrò fosse detenuto semplicemente in
Castel Sant'Angelo; anzi potesse uscir qualche volta a visitare malati,
e tenere corrispondenze. Morì il 20 agosto 1695.
Le dottrine sue sono deposte nella _Chiave del gabinetto del cavaliere
G. F. Borro, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche,
chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose
degne di curiosità, e molti segreti bellissimi_ (Colonia 1681); e sono
dieci lettere che fingonsi scritte a persone qualificate intorno ai
segreti della grand'opera. Per la quale Olao Barch non esita a chiamarlo
_phœnicem naturæ et gloriam non tantum Hesperiæ suæ sed Europæ_[360]. Ma
essa fu stampata da altri durante la sua prigionia, ed è strano come,
mentre vi discorre degli spiriti elementari, della pietra filosofale, di
cosmetici e panacee, mostri beffarsi delle scienze occulte, e «aver
sempre sospettato fossero piene di vanità»: ma si giovò della credulità
universale; «e così (dice) mi trovai ben tosto un grand'uomo; aveva per
compagni principi e gran cavalieri, dame bellissime e delle brutte
ancora, dottori, prelati, frati, monache, infine persone d'ogni serie.
Alcuni inclinavano a' diavoli, altri agli angeli; alcuni al genio, altri
agli incubi; alcuni a guarire d'ogni male, altri alle stelle; alcuni ai
segreti della divinità, e quasi tutti alla pietra filosofale». Certo e'
profittava dei creduli, come fanno i ciarlatani de' nostri giorni.
Altra cura dell'Inquisizione fu il vigilare sopra devozioni o improvide
o eccessive, quali erano quelle degli schiavi della Madonna santissima;
del voto sanguinario, che importava di sostener anche colle armi
l'Immacolata Concezione di Maria; le indulgenze prodigate a chi portava
l'abitino, e simili. Di ciò doveva peccare Giacomo Lombardi, la cui
_Semplicità spirituale_, il _Trattato dell'esteriorità_, ecc., furono
proibiti il 28 marzo 1675 con tutti i costui opuscoli. Le pratiche o
arsenali del Sant'Uffizio contengono lunghi cataloghi di libri
superstiziosi, preghiere, storielle devote, scapulari, come la _Hebraica
Medaglia detta Maghen David et Abraham_, dichiarazione di Angelo
Gabriello Anguisciola, che la sant'Inquisizione ordinò consegnasse al
Sant'Uffizio chiunque ne possedesse alcun esemplare.
Neppur era dimenticato il concetto dell'Evangelio Eterno, cioè d'una
nuova rivelazione che si surrogasse, e compisse quella di Cristo,
conducendo ad una perfezione cenobitica più sublime[361]. Marc'Aurelio
Scaglia del Monferrato vestiva da prete, possedeva le visioni del Beato
Amedeo confessore di Sisto IV e quelle del Neri fiorentino; e diceva
che, in tempo di Paolo V, seguirebbe gran riforma della Chiesa con
grandissime tribolazioni; e che verrebbe un Francescano, uomo angelico
di nome Pietro, indi altri Pietri; e ogni felicità succederebbe a
Firenze[362].
Anche una suor Teresa in Sicilia da pretese illuminazioni si lasciò
indurre a credere d'esser la quarta persona della Trinità e
corredentrice, e trovò fede in molti. Nel 1693 si conobbe una setta di
cavalieri dell'Apocalisse, che proponeasi di difender la Chiesa
cattolica contro l'anticristo. L'aveva istituita Agostino Gabrino, nato
da un mercante bresciano, e avea reclutati da ottanta seguaci, la più
parte mercanti ed operaj, che anche durante il lavoro doveano tenersi a
lato uno stocco; sul petto portavano una stella con sette raggi e una
coda, circondata da un filo d'oro: questa dovea figurare il globo
terracqueo; la coda, la spada veduta dal rapito di Patmo. Il Gabrino
intitolavasi monarca della santa Trinità; e chi dicea mirasse a
sovvertimenti politici, chi che volesse introdur la poligamia. La
domenica delle palme del 1693, allorchè in San Pietro del Vaticano
intonavasi _Quis est iste rex gloriæ_, cacciossi colla spada alla mano
fra i celebranti, gridando: _Ego sum rex gloriæ_: altrettanto fece in
altra chiesa; onde fu posto ne' pazzi. Ma uno de' suoi adepti,
intagliatore di legno, lo denunziò all'Inquisizione, che processò gli
accusati.