Già Galileo avea scritto al padre Castelli: «Il dubitare in filosofia è

padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347].

Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne

nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che

formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per

fondamento ideale il verbo rivelato, per criterio irrevocabile di

certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote;

col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di

Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza

o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza

naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò

argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea,

ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe

facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però

un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo

dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di

Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne

trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema

panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti

in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio.

Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo _Metodo di

ricerche_, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a

piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al

giubileo a Roma.

Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non

trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la

leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera

più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo,

considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver

introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I

delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di

Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si

traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo

risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza

il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la

continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più

racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè

l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte

d'ogni errore.

Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania

disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre

le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il

principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti

cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo

trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando,

come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma

alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità

della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo,

Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a

riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se

stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio

principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce

di necessità al sensismo e a tutte le miserabilità della scienza

odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui

derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica;

Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant

e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla

psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli

scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o

dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.

Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro

Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse

già esposta la famosa sua formola _Io penso, dunque esisto_[349]; pure

la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni.

Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di

fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali

dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui

fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente

sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva

«Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia

platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa

imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira

continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a

cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io

dipendo»[350].

Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel

panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655),

grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi,

dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che

un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della

natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e

Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.

Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai

sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che

dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra

correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa

occasionale delle sensazioni.

Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e

che si concepisce per sè; _per substantiam intelligo id quod in se est

et per se concipitur_. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e

perciò una e indivisibile; è Dio.

Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non

può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito

d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli:

l'estensione infinita, il pensiero infinito.

L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in

conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni

divisione. Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza

sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino,

non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete

dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero,

a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo

potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.

Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza

intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si

sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli

una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a

certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa

che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio

gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza

tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è

per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto

esiste.

Dio è _natura naturante_. Che se questa, sostanza infinita con infiniti

attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del

pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la

_natura naturata_, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile

nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli

attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi

dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei

dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.

Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime

non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza

unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin

anche nei minerali.

Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è

un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è

una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un

ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è

l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente

sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il

corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia

di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del

nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.

All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è

adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come

quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione,

immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni

conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.

Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è

che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che

quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea

distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera

d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del

vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver

ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si

lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se

pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera

di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno

della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane

rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così

colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure

bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se

si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va

considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera

conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta

le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i

suoi tre angoli formino due retti.

Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.

Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede,

ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la

verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò

son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e

la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano,

relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini

alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario

credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione

dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate

dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.

Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj

cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi

Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò

Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu

vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la

rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e

religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di

pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando

Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva

nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.

Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca

la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679),

che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la

tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la

forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme,

traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni,

interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo

limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo

Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello

Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non

ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse

cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto

per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.

Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di

quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo

di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la

scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa

sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza

del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della

creatura e del creatore.

Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della

filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare

l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le

fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i

fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro

intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero

enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della

fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo

che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano

preceduto[351].

Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in

quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da

tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i

principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del

Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto

contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri

non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da

pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori

anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di

infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a

cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se

anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel

paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti

a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le

bizzarrie, non riposa che nell'ordine.

Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone

tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera

la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è

fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua

procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i

Gentili, non approva i Cristiani, i quali _ex parte christianizant et ex

parte gentilizant_: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio

per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II,

lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la

filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza

della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze

secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro

giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi

benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E

mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io

non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e

padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della

volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà

più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole

licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).

Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è

costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la

verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente

supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte,

nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue

idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre

qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge

della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per

triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti

della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico

sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.

Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato

le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è

panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione.

Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo

che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono

prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le

simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con

un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.

Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive:

«Quindici anni fa ho letto il libro _De sensu rerum_ e altri trattati

del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi

scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne

altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade

straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono

in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino

alle arti occulte.

Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò

Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a

Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente

XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente

sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato _De corrupta

morali doctrina_, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa

maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina

la inserì quasi tutta nel suo trattato _De incredulis_.

E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736),

tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di

Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.

Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico

napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò

egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a

Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le

attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come

s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il

dubbio col vero positivo, creando una _scienza nuova_ del diritto

cristiano, la filosofia della storia.

Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in

verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma

nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo

degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione,

linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e

chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida

della provvidenza.

Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma

fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come

furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal,

Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la

potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità,

perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano

d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima

e a Dio.

Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana

del XVI secolo, d'essere eccessiva (_nimia_), può dirsi anche della

cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella.

Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che _Itali et Hispani, quorum

excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis

arctantur_[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi

trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione

per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole

colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o

ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi

il freno impostovi.

Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle

filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle

_difficultés proposées à monsieur Steyaert_, opera d'un teologo

cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a

Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro

sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le

Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a

giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione

non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che

come un corpo sottile da un grossolano.

Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva

molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche

d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti

che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti

raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio.

L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e

Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse

e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la

città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta

al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.

Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori

e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati,

ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.

Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le

quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte

d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione,

non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi

avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più

curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che

mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la

verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il

padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e

dettò _Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri

temporis hæreticos_. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò

della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del

Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla

Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì

del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della

religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che

dicono il miglior libro contro il maomettismo.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 43 / 101 段