padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347].
Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne
nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che
formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per
fondamento ideale il verbo rivelato, per criterio irrevocabile di
certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote;
col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di
Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza
o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza
naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò
argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea,
ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe
facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però
un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo
dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di
Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne
trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema
panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti
in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio.
Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo _Metodo di
ricerche_, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a
piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al
giubileo a Roma.
Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non
trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la
leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera
più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo,
considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver
introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I
delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di
Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si
traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo
risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza
il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la
continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più
racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè
l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte
d'ogni errore.
Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania
disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre
le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il
principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti
cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo
trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando,
come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma
alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità
della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo,
Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a
riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se
stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio
principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce
di necessità al sensismo e a tutte le miserabilità della scienza
odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui
derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica;
Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant
e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla
psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli
scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o
dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.
Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro
Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse
già esposta la famosa sua formola _Io penso, dunque esisto_[349]; pure
la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni.
Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di
fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali
dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui
fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente
sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva
«Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia
platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa
imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira
continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a
cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io
dipendo»[350].
Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel
panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655),
grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi,
dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che
un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della
natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e
Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.
Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai
sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che
dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra
correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa
occasionale delle sensazioni.
Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e
che si concepisce per sè; _per substantiam intelligo id quod in se est
et per se concipitur_. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e
perciò una e indivisibile; è Dio.
Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non
può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito
d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli:
l'estensione infinita, il pensiero infinito.
L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in
conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni
divisione. Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza
sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino,
non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete
dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero,
a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo
potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.
Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza
intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si
sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli
una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a
certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa
che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio
gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza
tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è
per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto
esiste.
Dio è _natura naturante_. Che se questa, sostanza infinita con infiniti
attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del
pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la
_natura naturata_, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile
nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli
attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi
dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei
dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.
Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime
non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza
unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin
anche nei minerali.
Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è
un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è
una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un
ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è
l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente
sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il
corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia
di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del
nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.
All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è
adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come
quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione,
immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni
conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.
Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è
che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che
quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea
distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera
d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del
vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver
ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si
lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se
pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera
di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno
della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane
rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così
colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure
bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se
si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va
considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera
conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta
le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i
suoi tre angoli formino due retti.
Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.
Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede,
ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la
verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò
son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e
la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano,
relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini
alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario
credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione
dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate
dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.
Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj
cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi
Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò
Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu
vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la
rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e
religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di
pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando
Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva
nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.
Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca
la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679),
che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la
tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la
forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme,
traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni,
interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo
limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo
Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello
Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non
ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse
cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto
per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.
Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di
quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo
di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la
scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa
sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza
del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della
creatura e del creatore.
Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della
filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare
l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le
fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i
fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro
intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero
enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della
fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo
che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano
preceduto[351].
Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in
quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da
tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i
principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del
Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto
contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri
non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da
pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori
anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di
infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a
cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se
anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel
paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti
a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le
bizzarrie, non riposa che nell'ordine.
Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone
tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera
la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è
fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua
procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i
Gentili, non approva i Cristiani, i quali _ex parte christianizant et ex
parte gentilizant_: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio
per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II,
lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la
filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza
della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze
secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro
giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi
benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E
mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io
non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e
padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della
volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà
più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole
licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).
Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è
costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la
verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente
supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte,
nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue
idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre
qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge
della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per
triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti
della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico
sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.
Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato
le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è
panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione.
Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo
che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono
prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le
simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con
un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.
Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive:
«Quindici anni fa ho letto il libro _De sensu rerum_ e altri trattati
del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi
scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne
altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade
straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono
in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino
alle arti occulte.
Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò
Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a
Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente
XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente
sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato _De corrupta
morali doctrina_, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa
maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina
la inserì quasi tutta nel suo trattato _De incredulis_.
E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736),
tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di
Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.
Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico
napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò
egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a
Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le
attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come
s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il
dubbio col vero positivo, creando una _scienza nuova_ del diritto
cristiano, la filosofia della storia.
Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in
verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma
nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo
degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione,
linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e
chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida
della provvidenza.
Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma
fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come
furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal,
Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la
potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità,
perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano
d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima
e a Dio.
Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana
del XVI secolo, d'essere eccessiva (_nimia_), può dirsi anche della
cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella.
Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che _Itali et Hispani, quorum
excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis
arctantur_[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi
trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione
per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole
colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o
ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi
il freno impostovi.
Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle
filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle
_difficultés proposées à monsieur Steyaert_, opera d'un teologo
cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a
Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro
sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le
Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a
giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione
non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che
come un corpo sottile da un grossolano.
Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva
molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche
d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti
che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti
raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio.
L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e
Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse
e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la
città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta
al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.
Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori
e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati,
ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.
Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le
quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte
d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione,
non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi
avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più
curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che
mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la
verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il
padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e
dettò _Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri
temporis hæreticos_. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò
della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del
Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla
Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì
del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della
religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che
dicono il miglior libro contro il maomettismo.